Per promuovere un clima sereno e offrire prospettive di reinserimento sociale una volta scontata la pena, alle 296 persone recluse nella casa circondariale di Spini di Gardolo, specialmente dopo i tragici fatti di fine 2018 – quando si suicidarono due giovani detenuti e si scatenò una rivolta interna che causò pesanti danni alla struttura – è necessario investire sul personale e soprattutto sull’attività trattamentale: lavoro, istruzione e formazione professionale. Ha concluso evidenziando questo aspetto Antonia Menghini, Garante dei diritti dei detenuti della Provincia autonoma di Trento, la presentazione della sua relazione delle attività svolte nel corso del 2018. L’incontro con la stampa è avvenuto a palazzo Trentini, sede del Consiglio provinciale, perché il Garante dei diritti dei detenuti opera nell’ambito dell’assemblea legislativa sotto il coordinamento del Difensore civico, sulla base di una norma approvata nel 2017.

Norma “per ottenere la quale – ha ricordato introducendo il presidente del Consiglio Walter Kaswalder – si era battuto a lungo l’allora esponente del Pd Mattia Civico”. Presenti anche i consiglieri Ossanna (Patt) e Marini (5 stelle), Kaswalder ha aggiunto che Antonia Menghini, “da tutti apprezzata per il lavoro sviluppato in qualità di Garante”, sarebbe l’unica persona alla quale l’Aula, dove sono pendenti da mesi le nomine di questa e altre figure (Difensore civico e Garante dei minori), se volesse potrebbe ri-affidare subito l’incarico, anche perché il mandato che avrebbe dovuto essere quinquennale le era stato affidato nell’ottobre del 2017 e non, come previsto, a inizio legislatura. Tre le parti in cui Menghini ha suddiviso l’intervento: la prima dedicata alla situazione della casa circondariale di Spini di Gardolo rispetto al quadro nazionale; la seconda riguardante le attività trattamentali relative a lavoro e istruzione, indispensabili per migliorare le condizioni interne e preparare il futuro libero dei detenuti evitando le recidive; la terza riferita alle criticità emerse nei quasi 400 colloqui da lei avuti in carcere nel 2018 e alle azioni prioritarie da mettere in campo per affrontare i problemi.

 

 

Non c’è sovraffollamento a Spini: 296 detenuti per 418 posti. Le donne sono 22 e 191 gli stranieri.

La Garante ha sottolineato il rischio molto serio che nonostante i tre decreti legislativi dell’ottobre 2018 riguardanti la vita detentiva, il lavoro e la sanità penitenziaria con cui per la prima volta è stato inserita nel nostro ordinamento la previsione che “ad ogni persona privata delle libertà sono garantiti i diritti fondamentali”, in Italia le carceri tornino ad essere sovraffollate, vista la crescita dal 2015 ad oggi della differenza tra la capienza regolamentare e il numero di detenuti (a fronte dei 49.640 posti rispetto ai 52.434 reclusi si è passati al 30 giugno 2019 a 50.496 posti con 60.522 detenuti). Il problema del sovraffollamento non esiste invece nella struttura di Spini di Gardolo, nella quale – ha proseguito Menghini – la capienza era stata originariamente concordata tra Provincia e Dipartimento Amministrazione penitenziaria (Dap) per 240 detenuti mentre negli ultimi anni è stata elevata a 418 posti. Alla fine del novembre scorso la casa circondariale era arrivata ad ospitare 349 detenuti, ma già alla fine del successivo mese di dicembre, dopo i tragici eventi narrati dalle cronache, il loro numero era sceso a 290. E il dato registrato oggi – proprio questa mattina, ha precisato la Garante – è di 296 detenuti. Al 31 dicembre 2018 sui 290 detenuti le donne erano 22 e gli stranieri 191, pari al 65,9% del totale (ma questi ultimi il mese prima, nel periodo più critico, erano 239, pari al 68% del totale). A prevalere sono i tunisini (63, pari al 26,4%, seguiti dai marocchini (33, pari al 13,8%), dai nigeriani (27, pari all’11,3%), dai rumeni (22, 9,2%) e dagli albanesi (14, 5,9%). Menghini ha segnalato anche il rilevante turn over dei detenuti, vista la media annuale di 455 ingressi e le 457 uscite. Quanto alla posizione giuridica delle persone recluse, a fine 2018 scontavano a Spini una condanna definitiva 259 detenuti, pari al 74,2% del totale, mentre gli altri sono per lo più indagati in attesa di primo giudizio (62, pari al 17,8%), appellanti (19, pari al 5,4%) e ricorrenti (9, pari al 2,6%). Tra le misure alternative al carcere per quanto riguarda Spini fra il 1 gennaio e il 31 ottobre 2018 sono stati 171 i casi di persone affidate in prova al servizio sociale, 125 alle detenzione domiciliare, 4 alla semilibertà, 23 alla libertà vigilata e 366 i “messi alla prova”.

 

Le attività trattamentali.

La Garante ha sottolineato l’importante crescita dei lavoratori detenuti e delle lavoratrici detenute, complessivamente passati da 238 nel 2012 a 387 nel 2017, anche se – ha precisato – si tratta di persone coinvolte in attività durate mediamente non più di 6 mesi all’anno. Nel 2018 il dato ha però subito un’importante flessione attestandosi su 312 persone coinvolte nelle attività lavorative. E questo in quanto a parità di stanziamento da parte del Dipartimento di amministrazione penitenziaria, le mercedi (retribuzioni) sono considerevolmente aumentate. All’istituto di Spini sono accreditate 4 cooperative che gestiscono diverse attività produttive: un laboratorio di assemblaggio, uno di digitalizzazione e una lavanderia. Quanto all’istruzione, grazie ad insegnanti che si impegnano anche a titolo volontario, il 2018 ha visto 187 detenuti frequentare corsi di alfabetizzazione, 55 i corsi di scuola media, 58 i corsi di scuola superiore e 162 i corsi estivi di scuola superiore. Nella formazione professionale, poi, la struttura di Spini offre percorsi brevi di acconciatura maschile e acconciatura ed estetica femminile, finanziati dalla Provincia tramite l’istituto Pertini di Trento. Da segnalare che dal 2017 è stato attivato un corso biennale alberghiero che permette ai detenuti di fare anche pratica in cucina.

Criticità e proposte: mancano funzionari nell’area educativa.

Menghini ha messo l’accento sulla proposta di un nuovo Protocollo per il reinserimento sociale dei detenuti, che aggiorna la prima intesa istituzionale del 2012, e le relative Linee di indirizzo elaborate per concretizzarne gli obiettivi attraverso 5 gruppi tecnici operativi. Il Protocollo proposto ha già ottenuto il nulla osta del Capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) e attende ora solo la valutazione dell’assessorato provinciale competente per essere sottoscritto con il Ministero. Quanto ai problemi più frequentemente sollevati dai detenuti nei loro colloqui con la Garante, Menghini ha indicato quelli della loro vita quotidiana (trasferimenti, attività culturali, ricreative e sportive), quelli legati alla corrispondenza, ai colloqui e al lavoro, poi alla salute e infine quelli riguardanti l’esecuzione penale esterna e la liberazione anticipata per buona condotta (lo sconto previsto è di 45 giorni ogni semestre). Le criticità più rilevanti riguardano però, per Menghini, l’area educativa che in base al numero ideale originaraiaemente fissato di detenuti nella struttura (240) dovrebbe poter contare su 6 funzionari. Visto che i detenuti sono più di 290 gli appena 3 funzionari dell’area educativa in servizio a Spini sono davvero troppo pochi. Specialmente se si considera il valore dei colloqui di questi funzionari con i detenuti, fondamentali per poter valutare la persona ai fini del programma trattamentale da adottare in relazione ai singoli casi. Menghini ha ricordato di aver segnalato questa grave carenza sia al Provveditorato sia al Dap, perché solo con più operatori le condizioni di vita dei detenuti potranno migliorare.

 

Allarme disagio psichico.

Particolarmente delicata secondo il Garante è l’area del disagio psichico dei detenuti a Spini, soprattutto dopo i suicidi di fine 2018. I reclusi che soffrono di depressione sono circa il 42%, come emerge dallo studio del 2016 del Dipartimento salute della Provincia, ma la vera emergenza – ha avvertito Menghini – riguarda i casi più gravi tra questi, ai quali la struttura è in grado di offrire oggi solo il ricovero in infermeria. “Ma in infermeria – ha lamentato Menghini – la situazione del detenuto rischia di peggiorare ulteriormente, perché qui si ritrova solo e nell’impossibilità di partecipare a corsi scolastici, formativi e lavorativi”. Intanto è stato approvato il Piano provinciale di prevenzione di condotte suicidarie nel sistema penitenziario per adulti ed è in fase di elaborazione anche il Piano locale. Il punto debole sta nella mancanza di personale addetto all’area educativa, che determina la riduzione dell’offerta trattamentale (scuola, formazione e lavoro). Questo ostacola il percorso rieducativo che dovrebbe invece caratterizzare la fase esecutiva della pena. Mentre l’organico della Polizia penitenziaria è lievemente cresciuto fino a raggiungere le 172 unità, peraltro ancora lontano dalle 214 che dovrebbe avere la struttura di Spini, a mancare – ha denunciato la Garante – sono in particolare le figure dell’Ispettore e del Sovrintendente.

 

Le azioni prioritarie: personale e investimenti sulla formazione professionale.

Alla luce di queste problematiche, le azioni prioritarie da mettere in campo sono secondo la Garante il potenziamento dell’organico nell’area educativa, l’inserimento delle figure dell’Ispettore e del Sovrintendente a supporto della polizia penitenziaria, il presidio diurno da sviluppare per fronteggiare il problema del disagio psichico grave, il lavoro di rete tra gli operatori di Spini, così come già avviene nelle riunioni di staff, per rilevare i casi critici individuando e affrontando le situazioni più gravi e a rischio, e infine un forte investimento sulla formazione professionale e sull’inserimento lavorativa con proposte di intervento che possono essere finanziate dalla Cassa Ammende.

Menghini ha anche risposto ad alcune domande, una delle quali posta dal consigliere Marini sulla gestione della raccolta dei rifiuti all’interno dell’istituto. In effetti è un problema – ha confermato la Garante – perché pur essendo partito da poco un servizio di raccolta differenziata manca una comunicazione ai detenuti che non di rado gettano forse per protesta nel cortile i rifiuti dalle feritoie delle celle. Serve quindi una formazione per migliorare le pratiche a vantaggio del benessere di tutti coloro che vivono nell’istituto. La struttura di Spini è moderna e molto bella rispetto a tante altre in Italia – ha concluso Menghini rispondendo a un’altra domanda –, ma oggi serve un salto di qualità in avanti soprattutto sul piano dell’offerta trattamentale, essenziale perché questo istituto sia valorizzato come merita e persegua davvero il suo scopo.

 

IL GARANTE DEI DIRITTI DEI DETENUTI – SCHEDA

Chi è.

Il Garante dei diritti dei detenuti è un organo di garanzia. Interviene d’ufficio o su richiesta a tutela diritti delle persone presenti negli istituti penitenziari, di quelle soggette a misure alternative di detenzione e degli internati nelle residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems). Il Garante promuove interventi, azioni e segnalazioni finalizzati ad assicurare, nel rispetto dell’ordinamento statale e dell’ordinamento penitenziario in particolare, l’effettivo esercizio dei diritti delle persone presenti negli istituti penitenziari, anche attraverso la promozione di protocolli d’intesa tra la Provincia e le amministrazioni statali competenti. E’ autonomo ed indipendente dal potere politico e libero da ogni condizionamento. La sua consulenza ed il suo intervento sono gratuiti.

 

La legge.

Il Garante dei diritti dei detenuti è una figura istituita poco più di due anni fa con la legge provinciale 5 del 20 giungo 2017 attraverso una modifica della normativa sul difensore civico (la numero 28 del 1982). La modifica ha introdotto l’articolo 9 bis che definisce la competenza specifica del Garante, limitata alle persone presenti negli istituti penitenziari, a quelle soggette a misure alternative di detenzione e agli internati nelle residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems). Rispetto ad altre realtà, dunque, ove la figura è preposta anche alla tutela di altri soggetti “comunque privati della libertà personale”, l’ambito operativo del garante della Provincia autonoma è più circoscritto. La legge prevede che il Garante venga scelto fra cittadini che offrono garanzia di probità, indipendenza, obiettività, competenza, riservatezza e capacità nell’esercizio delle funzioni loro affidate e che sono in possesso dei seguenti requisiti: qualificata competenza ed esperienza professionale almeno quinquennale in ambito penitenziario o nel campo delle scienze giuridiche, delle scienze sociali o dei diritti umani, anche come rappresentante di associazioni o formazioni sociali.

 

La nomina.

Per la nomina del Garante dei diritti dei detenuti, che compete al Consiglio provinciale, è previsto il quorum qualificato dei due terzi. La durata coincide con il mandato del Difensore civico, che scade con il Consiglio provinciale che l’ha nominato, salvo il regime di prorogatio. Regime adottato nel caso dell’attuale Garante dei diritti dei detenuti, Antonia Menghini, in quanto nominata non all’inizio ma nel corso della passata legislatura, precisamente il 4 ottobre del 2017.

 

Cosa fa.

La figura del Garante dei Diritti dei detenuti contribuisce all’affermazione dei diritti dei detenuti ed alla loro tutela, funzionale al pieno riconoscimento della dignità della persona. Come la legge precisa, “Il Garante promuove interventi, azioni e segnalazioni finalizzati ad assicurare, nel rispetto dell’ordinamento statale e dell’ordinamento penitenziario in particolare, l’effettivo esercizio dei diritti delle persone presenti negli istituti penitenziari, anche attraverso la promozione di protocolli d’intesa tra la Provincia e le amministrazioni statali competenti”. In particolare il Garante promuove una cultura di umanizzazione della pena, esercita funzioni di osservazione, vigilanza e segnalazione alle autorità competenti delle eventuali violazioni di diritti. A questi fini, come previsto dalla legge sull’Ordinamento penitenziario, può effettuare colloqui con i detenuti e può visitare gli istituti penitenziari senza autorizzazione.

 

Richieste di intervento e segnalazioni.

Possono chiedere l’intervento del Garante tutte le persone detenute o ristrette, quelle soggette alle misure alternative alla detenzione e gli internati nelle residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems) della provincia che ritengano di aver subito una violazione dei propri diritti. La segnalazione può essere fatta anche dai famigliari del detenuto, dai volontari che operano all’interno delle strutture di reclusione e dall’avvocato di fiducia. Alla segnalazione segue un’istruttoria nel corso della quale il Garante può rivolgersi alle amministrazioni competenti per chiedere chiarimenti o spiegazioni e sollecitare gli adempimenti o le azioni necessarie attraverso raccomandazioni e inviti. Il Garante non può occuparsi di segnalazioni o richieste di persone che non declinino le loro generalità.

 

A chi rivolgersi.

Il Garante opera in autonomia con il coordinamento del Difensore civico, e si avvale di una segretaria e di un collaboratore messo a disposizione dalla Provincia.

Segreteria: dott.ssa Laura Cinquemani. Collaboratore: dott. Fabrizio Gerola (e-mail: fabrizio.gerola@provincia.tn.it).

 

 

 

Relazione attivita 2018

 

Slide relazione attività 2018

 

Garante detenuti, presentata relazione 2018

La decisione della Giunta provinciale di eliminare dalla legge trentina l’obbligo di destinare una percentuale dello 0,25 del bilancio alle azioni di cooperazione internazionale promosse dal nostro territorio, cancella un altro motivo di straordinaria distinzione positiva del Trentino, qualcosa di cui siamo andati fino ad oggi orgogliosi e che ci è stato sempre riconosciuto, a livello nazionale e internazionale, come un valore.

Nel 2005, fu previsto con legge provinciale che una quarta parte di un centesimo dei soldi pubblici a disposizione degli amministratori provinciali per erogare servizi ai cittadini trentini, fosse destinato ad adempiere al dovere di contribuire alla crescita della comunità internazionale, attraverso il sostegno a progetti di cooperazione allo sviluppo nel mondo.
Da allora, grazie a questa scelta di impegno “stabile e certo”, la competenza della Provincia di Trento è maturata a tal punto da essere stata eletta come una delle tre regioni che rappresentano gli interessi degli enti locali negli organismi nazionali e presso il ministero degli Esteri e della cooperazione internazionale. La stabilità del finanziamento fissato da legge, un’esclusiva della nostra autonomia, ha permesso di dare serietà e certezza ai progetti che sono stati messi in campo nei vari Paesi, facendo del Trentino un partner affidabile anche per le attività della cooperazione italiana, e riconosciuto dall’Europa per la sua capacità.

Tutta questa azione di riconosciuta qualità non solo ha permesso al Trentino di “fare la sua parte” sulla scena internazionale, ma anche di dialogare con moltissimi enti locali e regionali negli altri Paesi. E a dimostrazione di come le relazioni internazionali si nutrano di un rapporto di vantaggio reciproco, è di pochi giorni fa la dichiarazione del rappresentante dell’Uganda nella commissione che ha assegnato le Olimpiadi invernali 2026, di aver votato per l’Italia come riconoscimento del lavoro portato avanti nel suo territorio dal nostro Paese e in particolare dal Trentino.

La cooperazione allo sviluppo è stata fino ad oggi uno straordinario strumento per costruire dialogo con altri luoghi, che ci riconoscono affidabilità e serietà tale da considerare il nome della Provincia Autonoma di Trento sinonimo di garanzia anche rispetto ai rapporti economici e imprenditoriali. La nuova Giunta provinciale ha deciso di eliminare la certezza del finanziamento alle attività che le associazioni trentine portano avanti a nome di tutti noi. La speranza è che in Commissione e in Consiglio ci sia occasione di discutere apertamente dei meriti di quella legge e del danno derivante da una sua cancellazione, e comprenderne così l’importanza concreta di uno strumento che ha consentito il “posizionamento” del Trentino nella comunità internazionale.

 

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consigliera Sara Ferrari – Gruppo consiliare provinciale del Partito Democratico del Trentino

La Guardia di Finanza del Trentino continua la propria opera per contrastare le varie forme di evasione fiscale e contributiva nel mondo del lavoro; negli ultimi tre anni sono stati segnalati a tassazione circa due milioni di euro percepiti ma non dichiarati da una quarantina di colf e badanti, in maggioranza provenienti dall’Est europeo, operanti prevalentemente nelle valli di Non e di Sole.

Le Fiamme Gialle della Tenenza di Cles (TN) hanno iniziato nei primi mesi del 2017 un ciclo operativo di controlli sulle valli di propria competenza che, nel tempo, si estenderanno a tutta la provincia di Trento, a cura degli altri reparti territoriali della Guardia di Finanza.

I dati inerenti il recupero fiscale sono significativi: nel 2017 sono state trovate tredici collaboratrici domestiche, in prevalenza moldave e rumene, che hanno omesso di dichiarare complessivi 482.526,00 euro nei cinque anni precedenti; il numero è cresciuto nel 2018 a quindici, per un totale di 768.746,00 euro evasi, mentre per l’anno corrente sono già state segnalate dieci collaboratrici, anche in questo caso prevalentemente rumene e moldave, che hanno evaso 596.682,00 euro., per un totale complessivo di 1.847.954,00 euro.
In media, in uno spazio temporale di cinque anni, ognuna delle badanti sottoposte a controllo ha omesso di dichiarare circa diecimila euro per ogni anno.

La prestazione lavorativa di “collaboratrice domestica” si inquadra come lavoro subordinato alle dipendenze di un datore di lavoro: diritti e doveri del lavoratore sono stabiliti da un contratto collettivo e, per la particolare valenza sociale dell’opera prestata, il legislatore ha nel tempo disposto alcuni trattamenti civilistici e tributari differenziati e agevolativi.
L’applicazione delle norme tributarie ai prestatori di lavoro presuppone che gli stessi siano in regola con il permesso di soggiorno o la residenza in Italia, che abbiano un contratto concluso a norma di legge e che abbiano un valido codice fiscale; il reddito derivante dall’attività di colf o badante ha alcune particolarità: il datore di lavoro, infatti, è un soggetto privato, non imprenditore, che non opera come “sostituto d’imposta” (non paga cioè le tasse direttamente e “per conto” del percettore del reddito).

Al momento del pagamento del dovuto non effettua alcuna ritenuta fiscale d’acconto, ma deve però – dopo aver pagato regolarmente i contributi trimestrali all’INPS – emettere un prospetto riepilogativo delle retribuzioni corrisposte nell’anno, sulla cui base le badanti dovranno presentare la dichiarazione dei redditi quando i redditi percepiti superano, annualmente, gli ottomila euro.Il reddito da lavoro dipendente segue il principio “di cassa”, quindi i lavoratori devono dichiarare per ogni anno solare solo le retribuzioni effettivamente percepite.Grazie alla collaborazione tra Guardia di Finanza e INPS che negli anni ha mostrato positivi frutti in termini di contrasto all’evasione contributiva, fiscale e al lavoro nero, è stato possibile controllare gli elenchi delle collaboratrici domestiche i cui datori di lavoro hanno versato i contributi con cadenza trimestrale, confrontandoli poi con le risultanze nelle banche dati in uso al Corpo per verificare che le stesse avessero adempiuto – in presenza di redditi percepiti superiori agli ottomila euro previsti dalla normativa fiscale – alla compilazione della regolare dichiarazione dei redditi, conducendo nell’ultimo triennio ai risultati sopra riportati.

Tale modus operandi verrà ora esteso e replicato a tutto il Trentino, con finalità preventive e repressive dei fenomeni più gravi: l’attività di colf e ancor più quella di badante ha sicuramente un’importante valenza sociale interna, dal momento che fornisce compagnia e assistenza a persone con disabilità o più avanti con gli anni e non autosufficienti, nonché una valenza di “supporto” alle famiglie delle badanti stesse nei paesi di origine, che traggono dall’opera prestata dalle collaboratrici domestiche un fondamentale sostegno economico.Proprio per questo è importante che le collaboratrici domestiche, in particolar modo se straniere, ancorché comunitarie, siano da un lato correttamente informate circa i propri diritti (ottenimento di un regolare contratto e versamento dei contributi INPS), ma anche dei propri obblighi, non ultimi quelli tributari, nei confronti dello stato italiano, per non incorrere in omissioni che potrebbero costare care da un punto di vista sanzionatorio.Nel caso di specie, stante la misura degli importi non dichiarati, non sono scattate le sanzioni penali per omessa dichiarazione (reclusione da diciotto mesi a quattro anni se gli importi superano annualmente i cinquantamila euro), bensì le sanzioni amministrative in materia tributaria, che prevedono l’applicazione di una sanzione pecuniaria dal centoventi al duecentoquaranta per cento dell’ammontare delle imposte dovute.

“Decisamente una bella giornata per l’Italia.
L’impegno del Governo a rilanciare crescita e occupazione nel segno della coesione sociale e della stabilità finanziaria, in linea cioè con le regole Ue del Patto di Stabilità e Crescita, è stato premiato due volte: dall’accordo con la Commissione europea e, ancora più importante, dalla reazione estremamente positiva dei mercati.

La Borsa è salita dell’1,6%, il rendimento dei titoli decennali del Tesoro è sceso ai minimi dal dicembre 2017, lo spread in netta discesa”.

“Non è stato facile trovare l’intesa con Bruxelles. Ma ci siamo riusciti grazie a un grosso sforzo che, come ho più volte ripetuto nelle ultime settimane, non ha richiesto una manovra correttiva ma ci ha comunque evitato la procedura di infrazione per debito eccessivo. A rendere possibile questo risultato non è stato un miracolo ma la conduzione di una prudente politica della finanza pubblica sia sul lato delle entrate, in aumento anche sotto il profilo strutturale, sia su quello delle spese, diminuite grazie a una serie di risparmi e senza ricorrere a tagli.
La sfida non è finita. A questo punto dobbiamo concentrare gli sforzi per proseguire su questa strada virtuosa che ci consenta di aumentare il nostro potenziale di crescita grazie a una spinta a investimenti, produttività e competitività del nostro sistema-paese”.

 

 

Evitata la procedura di infrazione Ue. Tria Oggi l’Italia è stata premiata due volte

Il consigliere del Partito Democratico Alessandro Olivi ha depositato oggi un’interrogazione per chiedere conto alla Giunta del futuro di Trentino Digitale e delle recenti prese di posizione dell’esecutivo provinciale.

 

Interrogazione a risposta scritta n. Trentino Digitale spa: termini lo stillicidio e la Giunta faccia chiarezza

Con un’interrogazione del maggio scorso, il Gruppo del Partito Democratico palesava forti preoccupazioni per le continue contraddizioni e gli strattoni attraverso i quali la Giunta si proponeva di gestire le relazioni con la società Trentino Digitale spa. In quell’occasione, si è chiesto conto all’Esecutivo provinciale delle dichiarazioni contraddittorie dell’assessore Spinelli, che prima aveva annunciato la volontà di privatizzare la società (dichiarando “l’informatica pubblica ha poco senso”) salvo poi indicare la necessità che la stessa producesse di più “in casa” (cioè due cose l’una il contrario dell’altra); che aveva fatto trapelare quanto gli attriti con il cda in carica derivassero dalla non condivisione della Giunta del piano industriale predisposto da quei vertici salvo poi accorgersi che il piano della società ancora non c’era, che aveva caldeggiato per iscritto e con emissari dimissioni “spontanee” di massa invece che prendersi la responsabilità, come il ruolo richiederebbe, delle proprie azioni.
A due mesi di distanza da quell’interrogazione – e senza peraltro che la stessa abbia ricevuto alcuna risposta – le modalità scomposte attraverso le quali la Giunta pare aver deciso di gestire i rapporti con Trentino Digitale spa sembrano persistere, con buona pace del fatto che la Provincia, che del capitale della società possiede ben l’88,52%, avrebbe tutti gli strumenti normativi per governare la questione in modo serio e degno di un’Istituzione. A partire dal meccanismo della revoca, attraverso il quale, naturalmente chiarendo prima in modo esplicito e trasparente le ragioni a motivazione di un simile atto, la Giunta potrebbe revocare i componenti del cda e nominare nuovi vertici. E proprio di questo strumento è sembrato, per qualche istante, che l’assessore Spinelli volesse avvalersi, quando ha chiesto che l’ordine del giorno d’approvazione del bilancio 2018 della società fosse integrato con il punto che prevedeva la revoca anticipata degli amministratori.
Siccome tuttavia prendere una decisione, metterci la faccia e portarla a termine sembra per alcuni un’impresa insuperabile, all’assemblea ordinaria dei soci convocata con l’ordine del giorno che l’assessore Spinelli aveva fatto modificare, la Provincia è intervenuta non più nella persona dell’assessore competente, ma nella figura del direttore Generale, e non più per incassare la revoca richiesta, ma per chiedere che il punto che la prevedeva venisse sospeso e non preso in esame.
Una situazione caotica e paradossale, aggravata di lì a poco da un comunicato ufficiale della Provincia attraverso il quale la Giunta si spinge a segnalare l’esistenza di “molteplici informazioni non corrispondenti alla realtà dei fatti circa le azioni realizzate della Società”. Al di là delle parole usate, e al di là dunque di una certa incauta frettolosità con la quale vengono scelte, la denuncia della Giunta è talmente pesante che non può non prevedere un seguito.
Infatti, delle due l’una: o il primo organo di governo della Provincia accusa a sproposito il cda di una “propria” società di aver ripetutamente mentito riguardo alle proprie attività, e allora saremmo di fronte ad affermazioni di un’incoscienza grave e pericolosa, oppure la Giunta ha fondate ragioni per ritenere che i vertici di Trentino Digitale non abbiano lavorato con trasparenza e rettitudine, e allora esiste un problema che va risolto senza tentennamenti e ambiguità.
Così procedendo, infatti, le continue allusioni, pressioni, indecisioni e retromarce della Giunta non fanno che generare perplessità nell’opinione pubblica, che non sa se si trova di fronte ad una società pubblica che opera in modo retto oppure opaco, e ancor più grave causa un clima di paralisi interno alla società stessa e tra i suoi dipendenti, con conseguente perdita di capacità progettuale e di consapevolezza degli obiettivi da perseguire.

Tanto premesso, interrogo il presidente della Provincia e l’assessore competente per sapere

1. quali siano, con chiarezza, le “molteplici informazioni non corrispondenti alla realtà dei fatti circa le azioni realizzate della Società” denunciate pubblicamente;
2. quali siano, con chiarezza, le valutazioni della Giunta riguardo all’operato del cda di Trentino Digitale spa;
3. se detto operato sia considerato dalla Giunta così infruttuoso da richiedere la revoca dei componenti del cda della società;

A norma di regolamento, si richiede risposta scritta.

consigliere Alessandro Olivi

 

 

 

interrogazione_Trentino Digitale_AO

«Il Ministro dell’Interno Matteo Salvini commentando i risultati relativi alla sperimentazione del taser, ha citato i dati sulle aggressioni alle Forze dell’Ordine che il Sap ha raccolto nel mese di giugno, sostenendo che con questo strumento, tutti gli interventi sarebbero stati risolti senza alcun ferito».

Così Stefano Paoloni, Segretario Generale del Sindacato Autonomo di Polizia (Sap), in merito alla visita di Matteo Salvini a Nettuno, in occasione dell’esercitazione col taser svoltasi presso il Centro di Specializzazione e Perfezionamento al Tiro all’interno dell’Istituto per Ispettori di Nettuno.

«Solo a giugno abbiamo contato 40 episodi di violenza che hanno visto oltre 70 colleghi feriti. Il dato importante ottenuto in fase di sperimentazione del taser – prosegue – è che nell’80% dei casi, alla sola vista dello strumento, il malvivente ha desistito dal commettere violenza. Una funzione di deterrenza notevole che pone in sicurezza l’operatore e lo stesso soggetto fermato. Se il taser fosse stato dato in dotazione, non avremmo contato tutti questi feriti e non avremmo parlato di accoltellamenti. Auspichiamo – conclude – che tutti gli operatori delle Forze dell’Ordine possano quanto prima disporre di questo fondamentale strumento non letale che permette di immobilizzare il malintenzionato da una distanza di 7 metri, senza ricorrere all’arma di ordinanza».

“A nessuno deve essere permesso di sporcare la reputazione di progetto Manifattura, e nella casa della rivoluzione verde e sostenibile non debbono trovare posto i furbetti”.

Su quello che sembra emergere come un utilizzo distorto della misura provinciale che prevede l’azzeramento dell’IRAP a favore delle nuove iniziative imprenditoriali, il consigliere del Partito Democratico ed ex assessore allo Sviluppo economico Alessandro Olivi è risoluto, tanto da scegliere di depositare contemporaneamente un’interrogazione alla Giunta, e una proposta di mozione che la impegna.

“La misura – chiarisce Olivi – prevede che la Provincia sconti del tutto il pagamento dell’IRAP per i primi 5 anni alle nuove aziende, o a quelle già esistenti che aprono una nuova sede in Trentino. E’ una misura che abbiamo voluto per promuovere un territorio amico delle imprese, che fosse realmente al fianco di quelle realtà imprenditoriali decise a cimentarsi e rischiare del proprio per investire e creare lavoro. E’ una norma, lo ribadisco, che ha funzionato e che deve essere difesa nella sua finalità: meno tasse in cambio di più investimenti e più lavoro. Recentemente sembra però che qualcuno abbia deciso di utilizzarla in modo distorto”.

Il riferimento del consigliere Democratico è ad una recente inchiesta di “Report”, che mostra una sospetta concentrazione in Trentino e in Alto Adige di aziende operanti nel settore delle energie rinnovabili, aziende che avrebbero collocato in questi territori le loro sedi solo per beneficiare degli aiuti pubblici, senza creare alcun nuovo posto di lavoro né alcuna ricaduta in termini di sviluppo. Un comportamento in netto contrasto con l’obiettivo della misura agevolativa, e che finisce oltretutto per svilire il ruolo degli incubatori pubblici e dei poli tecnologici come Manifattura a Rovereto, creati per sostenere la nascita e lo sviluppo di start-up innovative, e sfruttati in questi casi solo per “accasarsi” è pagare meno tasse.

Considerato che per la stessa fonte di Trentino Sviluppo risulterebbe che una concentrazione di sole sedi legali di gruppi industriali trasferitisi da fuori provincia sia avvenuta tra la fine del 2018 e l’inizio del 2019 il consigliere Olivi interviene proponendo di agire su due versanti:

1) Affidare ad un team specializzato e rinnovato il compito di promuovere l’habitat di Manifattura e del sistema trentino di aiuti alle imprese capace di sviluppare i talenti soprattutto locali ed evitando qualsiasi commistione tra l’attività di incubazione e i vantaggi personali di qualcuno.
2) Anche in ragione di quanto prevede il principio generale sull’imputabilità dell’IRAP alle aziende che hanno più sedi sul territorio nazionale è necessario introdurre una nuova regola che limiti il beneficio dell’azzeramento dell’IRAP alle sole aziende che dimostrino di avere operatività ma soprattutto forza lavoro sul territorio.
“Trentino Sviluppo, il Progetto Manifattura, i Poli tecnologici e produttivi del Trentino devono essere un’habitat che accoglie e promuove le imprese di qualità, serie e che contribuiscono allo sviluppo del territorio e dei suoi distretti tecnologici avanzati. Soprattutto devono essere luoghi che promuovono il lavoro creando opportunità principalmente per i giovani. Se qualcuno si sta muovendo per un proprio business offrendo vantaggi competitivi a chi adotta comportamenti al di fuori delle regole non deve trovare nella Provincia alcuna sponda”.

*In allegato la proposta di mozione e l’interrogazione depositate.

 

 

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“Non è una questione meramente economica ma riguarda la dignità dei professionisti e il livello del contributo che essi apportano alla società”.

Lo ha evidenziato il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, portando il proprio saluto ai componenti del Tavolo tecnico degli Ordini professionali, convocato questa mattina dal sottosegretario Jacopo Morrone per esaminare le prime proposte finalizzate all’elaborazione di una riforma condivisa dell’equo compenso.

“Vogliamo dare un messaggio concreto dell’intensa operatività con cui il ministero affronta questa tematica. Si può affermare che questo Tavolo è il cervello, ovvero l’unica sede a cui spetta l’elaborazione di questa materia a vantaggio di tutte le professioni”, ha ribadito il ministro, a cui si è aggiunto il sottosegretario Morrone, spiegando che “l’obiettivo è valorizzare l’attività dei professionisti che hanno un peso importante e un ruolo di primo piano nella nostra società. Non è quindi più rinviabile una riforma che consenta alle libere professioni di recuperare la centralità che spetta loro nel sistema paese, assicurando un compenso proporzionato alla quantità e alla qualità del lavoro svolto, oltre che al contenuto e alle caratteristiche della prestazione professionale”.

Tra le proposte elaborate dagli uffici del ministero e illustrate da Morrone, l’estensione alla P.A. della disciplina dell’equo compenso e l’ampliamento della platea dei soggetti pubblici e privati che la devono applicare, l’aggiornamento dei parametri e l’istituzione al ministero di un Osservatorio nazionale permanente sull’equo compenso che riguardi tutte le professioni.

“Da qualche settimana c’è un dibattito sulle sorti di M49 l’orso che si aggira tra i boschi e le montagne del Trentino, questione che divide coloro che ne vorrebbero la cattura e chi invece vorrebbe lasciarlo libero. In linea con la direttiva della Comunità europea n. 43 del 1992, che prevede la conservazione degli habitat naturali e seminaturali, nonché della flora e della fauna selvatiche, ho presentato un disegno di legge per la sterilizzazione degli orsi.

“Lo dichiara la Senatrice Conzatti, Vicepresidente della commissione sul femminicidio e membro della commissione finanze. “

Questo mio disegno di legge, all’esame della commissione territorio e ambiente del Senato, ha lo scopo di tutelare orsi e lupi evitando, attraverso un controllo delle nascite, che vi sia un aumento eccessivo delle loro specie e permettendo comunque alle stesse di completare il loro ciclo vitale, senza ricorrere al loro abbattimento. È una proposta che concilia le diverse istanze e priorità” conclude la Senatrice trentina.

Un intervento positivo per la città: il gruppo consiliare #inMovimento esprime tutta la propria soddisfazione per l’ok espresso dal consiglio comunale su questo importantissimo progetto per la città. Un apprezzamento sia per quello che comporterà la creazione della “Cittadella del Poli” in via Brennero, sia per il metodo utilizzato. Per questa collaborazione fra pubblico e privato che porterà alla creazione di un polo di servizi a disposizione dell’intera comunità della Città del Concilio. Un “format”, una collaborazione fra pubblico e privato, che in futuro sarà sempre più strada necessaria per la riqualificazione di parti della nostra città.

«Quando incontrammo per la prima volta la famiglia Poli per parlare di questo progetto abbiamo subito avuto la certezza che, da persone così serie e decise, potesse nascere un qualcosa di molto utile per la città – spiega Paolo Biasioli, consigliere comunale di #inMovimento – una persona fortemente decisa ad investire su Trento e per il bene di tutta la comunità. E come loro ci sono tante persone che sono pronte a mettersi in gioco e ad investire in progetti di riqualificazione urbana. È con loro che si deve iniziare un percorso in cui, per il bene della città di Trento, pubblico e privato camminino nella stessa direzione affiancati».

Da ex vice sindaco Paolo Biasioli ha seguito in prima persona tutta l’evoluzione del progetto. Facendosi promotore di un intervento di grandissima importanza per la città, ovvero la creazione di una palestra dedicata alla ginnastica. «Crediamo sia la scelta migliore – spiega – in primis perché permette ad una disciplina che, complessivamente, conta un migliaio di tesserati nella città di Trento di avere una palestra dedicata ed adeguata per le esigenze delle società sportive.

E, nel contempo, con uno spazio di questo genere si libereranno ore in altre palestre della città attualmente utilizzate dalle società che si occupano di ginnastica da poter destinare ad altre discipline. Una palestra che avrà un valore di quattro milioni di euro e che rappresenta solo uno dei punti di forza di questo progetto». Un altro, ad esempio, è rappresentato dalla nuova modalità di manutenzione del verde pensata per questa “Cittadella”.

«È iniziato un ragionamento – prosegue Biasioli – molto importante in merito. Perché nel corso degli ultimi anni il Comune ha acquisito molto spazio verde. Ma, ovviamente, la manutenzione di queste aree verdi ha un costo importante per la comunità. Ora, in virtù di questa alleanza pubblico-privato, si sta ragionando sull’affidare la manutenzione di questi spazi verdi ai privati». Per un progetto che rappresenta un investimento importante, di oltre 50 milioni di euro, ma che si inserisce in un quadro più ampio.

«Il volto di Trento nord è destinato a cambiare – conclude il consigliere di #inMovimento – perché c’è una ampia visione che interverrà in modo importante su questa parte di città.

Ora si parla della nuova Lidl di via Brennero come lo “scatolotto” di un centro commerciale, ma ricordiamoci cosa c’era prima nell’area ex Frizzera. In ballo poi c’è sempre anche l’area ex Atesina, con la lottizzazione che permetterà la realizzazione di una nuova pista ciclabile dalla curva di via Pranzelores fino a dentro l’area ex Atesina, creando ulteriori spazi verdi e collegamenti con il centro città».

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