LETTERE AL DIRETTORE

BGFPJY.pdf.pdf

 

 

Il ritaglio stampa di “Panorama” è stato fornito ad Opinione dal presidente del Mart, Vittorio Sgarbi.

 

 

Tra i tanti termini che oramai sentiamo risuonare da ogni parte, spiccano “COVID 19”, “emergenza”, “contagio” e “sicurezza”. Mai però le avevamo sentite diffondere attraverso il megafono dalle camionette dei Vigili del Fuoco e ciò non può che far riflettere.

La conferenza stampa del Presidente Fugatti ha fatto sentire con forza che l’unica strategia per il contenimento della diffusione del contagio è chiudere tutto quanto non strettamente necessario per un tempo adeguato, rispettando tutti le regole.

Questa pandemia è una realtà che avrà pesanti conseguenze sul sistema economico, nel breve come nel lungo termine, e ottobre sarà per tutti un inizio di autunno dalle tinte fosche.

Le categorie tecniche, imprenditoriali, economiche, sindacali e di cooperazione hanno compreso fin da subito la portata di questa serrata. Per questo hanno invitato i propri associati e iscritti a adeguarsi tempestivamente, chiudendo gli studi professionali, i cantieri e le attività connesse alla filiera dell’edilizia, al di là della possibilità di proseguire l’attività prevista dal decreto, per contribuire attivamente ad arginare la diffusione del virus.

Quasi tutti i soggetti della filiera edile – dai primi dati acquisiti ben oltre il 90% – hanno risposto tempestivamente a questa proposta. Si tratta di una scelta compiuta con un profondo senso di responsabilità per il bene comune, nonostante le conseguenze economiche che inevitabilmente vedranno tutti gli operatori della filiera delle costruzioni – e in particolare i professionisti tecnici – in enorme difficoltà da qui a fine anno, se non oltre. Le uniche eccezioni per il mantenimento dell’apertura dei cantieri sono state, giustamente, quelle ascrivibili a situazioni di urgenza e di indifferibilità per motivi di sicurezza, in analogia all’operato negli ospedali.

La nostra categoria ha sempre messo in primo piano la sicurezza, la salute, il bene comune, come dimostrato, ad esempio, con l’impegno volontario e gratuito in occasione di emergenze sismiche e di protezione civile o, anche in condizioni non emergenziali, con la partecipazione volontaria a commissioni e tavoli tecnici.

Anche in questa occasione, i tecnici agito in questo senso, con l’astensione quasi totale dal lavoro, per il bene comune. Non riteniamo però, purtroppo, che da parte del governo nazionale ci sia stato riconosciuto al momento un supporto economico reale, concreto e adeguato.

Noi professionisti ci siamo adeguati tutti in modo convinto, nella consapevolezza che in cantiere è insufficiente e pericoloso contare solo sulla prospettiva di applicazione del decalogo anti-contagio. Il rischio è troppo alto, in primis per gli operai, ma anche per gli imprenditori, i tecnici e le rispettive famiglie.

Io stesso, il primo giorno di vera emergenza, recatomi in cantiere, mi sono reso conto di grandi difficoltà nello svolgere in assoluta sicurezza le lavorazioni di tipo edile ed impiantistico rispetto alle insidie del COVID 19.

Nella nostra attività quotidiana amministrativa, inoltre, un grande aiuto potrebbe venire dalla tecnologia. Con una nota sottoscritta insieme agli architetti, abbiamo infatti chiesto all’amministrazione provinciale che tutti gli adempimenti di natura tecnica possano, senza esclusione alcuna, essere inviati in via telematica alle pubbliche amministrazioni.

Tutte le categorie professionali ed economiche trentine dovrebbero fare oggi un passo indietro chiudendo per quanto possibile immediatamente le loro attività che non hanno carattere di urgenza, per poter fare due passi in avanti domani.

Ci sono ancora troppe attività aperte, a mio parere erroneamente considerate analoghe, per possibilità operative, alla rete sanitaria e alimentare che è in trincea per supportare tutti noi.

Come professionisti, vogliamo ringraziare pubblicamente l’Azienda Sanitaria Provinciale e gli attori della filiera alimentare, che, con i loro dipendenti e collaboratori, si stanno adoperando senza sosta e con gran rischio personale per contenere la situazione e darci modo di proseguire la nostra vita quotidiana, pur con i limiti imposti.

Concludo come ho cominciato, richiamandomi alla conferenza stampa del Presidente Fugatti che, con forza, ha sottolineato l’importanza del rispetto delle regole. L’ospedale di Treviglio, come ricordava, non è poi così lontano: dista solo 200 km.

Se vogliamo che il contenimento della diffusione del virus sia concreta, occorre che ognuno faccia la sua parte senza eccezioni, senza remore ma, soprattutto con coraggio e abnegazione.

Dobbiamo avere il coraggio di chiudere tutto e limitare l’attività allo stretto indispensabile per essere poi pronti a riprendere, quando l’emergenza sarà superata, con la necessaria energia e forza.

 

*

Gian Maria Barbareschi
Presidente dell’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Trento

Nei momenti di difficoltà in tutto il mondo è giusto porsi la domanda; ma l’Europa dovè? Non è passato nemmeno un anno dal 23- 26 maggio 2019 giornate che hanno chiamato i cittadini europei a votare i propri rappresentanti al Parlamento Europeo.

Il segnale emerso dai risultati elettorali è stato molto chiaro. In modo chiaro è stata riconfermato la fiducia dei cittadini europei nei confronti dell’Unione. Allo stesso i cittadini chiedono risposte concrete ai bisogni che non sono solo nazionali ma anche sovrannazionali. Si comprende sempre più che un singolo intervento statale ha ben poca voce rispetto ad una risposta che deriva da scelte fatte in gruppo. La fase storica segnata dal Coronavirus lo dimostra in modo netto.

Ma sul fronte dell’emergenza sanitaria, politica estera, economia, ambiente solo per citare qualche aspetto l’Unione è in grado di rispondere con una sola voce e in modo efficace? Chi decide in realtà e come decide?

Per dare una risposta a questo interrogativo di fondo bisogna andare al nocciolo della questione. Chi decide e come si decide nello spazio dell’Unione Europea?

La motivazione la troviamo andando a leggere le regole che determinano i equilibri tra Istituzioni europee ed il loro rapporto con cittadini europei. Cito a tale riguardo il Trattato di Maastricht perché quello più vicino ai giorni nostri e quello che maggiormente ha contribuito al passo in avanti per alcuni settori di rilievo del processo di integrazione europea.

Non solo mercato comune, moneta ( Euro), Banca Centrale Europea, il nuovo nome della Comunità Europea che da allora si chiama Unione Europea e fatto storico la cittadinanza europea per tutti i cittadini dell’Unione ed i nuovi diritti per i cittadini su scala sovrannazionale. Un passo in avanti coraggioso e allo stesso tempo timido dinnanzi alle risposte strutturali che l’Unione attende dagli anni ‘ 70- ’80.

Un passo in avanti storico ma pur sempre macchiato dal “ peccato originale”.

Esso è dato dal fatto che è il Consiglio europeo a dare all’Unione l’impulso necessario al suo sviluppo definendone gli orientamenti politici generali. Il Consiglio europeo riunisce i Capi di Stato o di Governo degli Stati membri nonché il presidente della Commissione. Essi sono assistiti dai Ministri incaricati degli Affari esteri degli Stati membri e da un membro della Commissione.

Questo stà a significare che a pesare sul futuro dell’ Unione non sono le scelte operate dal Parlamento Europeo nel pieno dei suoi poteri legislativi e da parte di un Esecutivo, un vero Governo europeo.

Le scelte che emergono in tutte le loro contraddizioni sono il risultato della “difesa di miopi interessi nazionali” è frutto di compromessi egoistici tra Stati non rappresentativi “ dell’interesse nazionale dell’Unione”

Se poi le decisioni sulle materie più importanti , difesa, politica estera, economia per fare un es. si devono prendere all’unanimità, la frittata è fatta. Vuol poter dire che se un solo Stato anche il più piccolo come quelli del Baltico dice di no, ecco allora che gli interessi di 500 milioni di cittadini vengono tenuti in sospeso magari dal parere negativo di una comunità rappresentata da 500 milioni.

Questo è assurdo e pericoloso. E la storia di questi giorni lo sta dimostrando. La “ burocrazia di Bruxelles “ in realtà non è un sistema macchinoso che gli Stati e solo gli Stati nazionali hanno concordato per mantenere i loro privilegi nazionali. Questo ha preso avvio con i Trattati di Roma del 1957 e questo dogma pesa sull’Unione ancora oggi.

Dire che colpevole dei nostri problemi sia l’Europa è dunque falso: le responsabilità sono degli Stati e dei rispettivi loro Governi. Ma i Governi sono furbi: per nascondere o giustificare le loro debolezze soprattutto della politica interna , sono bravi a trovare al livello europeo il capro espiatorio.

Cosa fare allora? Siccome i Trattati si possono cambiare solo all’unanimità e questo significa che è quasi impossibile cambiarli perché così hanno deciso gli Stati, bisogna agire in altro modo. Una delle proposte già avanzate negli anni ’90 è quello di puntare ad un’Europa su due livelli; creare un’Europa unita politicamente con tutti coloro che hanno la volontà di aderirvi.

Creare questo livello comporta la scrittura di una Costituzione dell’Unione Europea, la Carta dei diritti e dei doveri per i cittadini della Unione Europea così costituita come Stato.

La proposta di una Federazione ha poi lo scopo di ridistribuire sui vari livelli le competenze per cui non centralizzazione dei poteri su Bruxelles, ma un sistema partecipativo che dal livello più basso si coordina con quello più alto, ossia quello Europeo . Livello quest’ultimo che dovrà avere il suo ruolo decisionale per le materie che gli Stati non sono in grado di gestire al loro livello come ad es. la difesa e la difese dei confini dell’Unione, la ricerca, la moneta, l’economia, sanità, trasporti  la garanzia dei diritti fondamentali dei cittadini.

Arrivare a un unico bilancio autonomo europeo, una unica finanziaria per l’Unione che si autofinanzi con un prelievo sull’IVA che è vigente in ogni Stato dell’Unione avrebbe lo scopo di avere a disposizione delle risorse economiche che mai l’Unione ha avuto a disposizione. Per una questione di competenze significa sollevare i bilanci nazionali da oneri di spesa che non saranno più di loro competenza e la pressione fiscale sui cittadini degli Stati membri potrà diminuire.

La difesa del supremo interesse della Nazione non passa attraverso la rinazionalizzazione delle politiche che sino ad oggi sono state trasferite e concordate al livello europeo ma lavorando a concrete politiche europee che permettano di gestire come un unicum le scelte sul territorio dell’Unione. Fare retromarcia su quanto sino ad oggi costruito e che andrà certamente migliorato, significherebbe esporre i singoli Stati a situazioni che ben difficilmente da soli potrebbero gestire. Il Coronavirus gestito in ordine sparso è la drammatica dimostrazione di come i singoli bilanci nazionali subiranno un bagno di sangue che avrà effetti per anni.

Sono convinto che l’obiettivo europeo diventerà una realtà: non sarà nel breve periodo ma l’unica lezione che l’Europa ha saputo metabolizzare è dalle sue tragedie ed è solo dalle tragedie della sua storia comune che saprà rafforzarsi.

 

*

Massimo Girardi

In queste difficili giornate in cui tutte le attività non essenziali del nostro Paese sono ferme, si fa un gran parlare di sanitari, forze dell’ordine, addetti al comparto alimentare e camionisti, che nonostante tutto continuano ad essere operativi con il loro fondamentale apporto professionale.

Una categoria poco menzionata, ma non per questo meno importante, è quella dei ferrovieri e degli autisti del trasporto pubblico. Mentre i servizi passeggeri sono stati ridotti al lumicino, ma il loro contributo è pur sempre prezioso, non è così per il trasporto merci su ferro che non ha subito particolari flessioni, ma anzi riveste in questo momento un ruolo primario per la movimentazione di beni essenziali lungo la nostra Penisola .

In queste lunghe giornate da trascorrere in casa, ho visto comparire il post di una macchinista di un’impresa ferroviaria merci, che affida al social il suo pensiero esternando le difficoltà incontrate quotidianamente nello svolgimento della sua attività in tempi di Covid-19. Con piacere rilancio il suo sfogo qui di seguito, allo stesso tempo per porgere il mio grazie a tutti i ferrovieri, macchinisti e non solo, che anche in questo momento di emergenza sono al loro posto. Ringraziamento ovviamente esteso a tutte le categorie di cui sopra.

Leggo nel post :”Vorrei fare alcune considerazioni per chi come me, macchinista di un’IF Cargo, impegnata a garantire la sopravvivenza della nostra economia e l’approvvigionamento dei generi di prima necessità alla Nazione.

Siamo in prima linea da inizio mese, a differenza del servizio passeggeri rimodulato in base alle necessità di spostamento nella notte non circolano più treni di quel servizio, noi nel garantire i trasporti delle merci dal Sud Italia con il Nord e viceversa lavoriamo con le medesime modalità pre crisi, tradotto in soldoni si lavora continuamente la notte soltanto che ora venendo meno i locali che somministrano pasti ci vediamo costretti a mangiare panini sia a pranzo sia a cena il più delle volte nelle cabine della locomotiva durante le soste per esigenze di servizio.

Siamo costretti a munirci in partenza sia del pranzo sia della cena, consapevoli che tutto ciò sia dovuto, in effetti il macchinista ed il ferroviere è una professione che va intesa come una mission al servizio del Paese, ma nonostante tutto ciò veniamo continuamente snobbati dai media nazionali, probabilmente fa più audience parlare di personale ospedaliero, Forze dell’Ordine che risultano ancor più indispensabili e visibili, noi purtroppo non disponiamo di un servizio mensa in ospedale oppure in Caserma quindi le uniche opportunità di consumare un pasto caldo le si hanno quando dopo mille peripezie raggiungiamo la nostra abitazione ad orari improponibili.

Oltre a tutti i disagi anche la beffa, dopo aver terminato il servizio il più delle volte prima di raggiungere casa ci rechiamo al supermarket per fare la spesa, almeno a Milano la coda varia dai 250mt a 500mt negli orari di punta, non essendo un “disagiato” ovvero un ospedaliero oppure una persona delle F.F. O.O. devi giustamente fare la fila ordinaria a noi è preclusa la corsia preferenziale, con il risultato che sveglio dalle 01.00 e sono le 11.00 del mattino dopo aver percorso 400km su e giù per L’Italia può starci che ti appisoli appoggiato al carrello in fila, ma tranquillo a svegliarti dal torpore ci pensa chi ti segue in fila, pazienza chiedi scusa ed avanzi nella speranza di non appisolarti più fin che sarà il tuo turno di ingresso. Concludo vorrei ringraziare chi legge questo sfogo credo ammissibile e voglio tranquillizzarvi, noi siamo macchinisti e ferrovieri quindi continueremo la nostra Mission nonostante tutte le difficoltà sempre al servizio dell’Italia e degli italiani per far sì che si riesca al più presto ad uscire da questo brutto periodo.”

A questa toccante riflessione desidero aggiungere anche il mio pensiero. Da sempre in Italia il lavoro del il ferroviere è trascurato, non preso in considerazione. In Svizzera invece, il ruolo del trasporto ferroviario Cargo è riconosciuto basilare, sia per frenare il numero eccessivo di camion, sia per garantire l’approvvigionamento nazionale e di transito.

Lì il macchinista, qualsiasi ruolo abbia, è un personaggio che da sempre rappresenta un soggetto significativo nell’ordinamento nazionale; una professione non adatta per tutti, ma unicamente affine a persone con determinate qualità. A dimostrazione di ciò, cito la carenza cronica di macchinisti in Svizzera, poiché non si può far scorrere l’elenco dei disoccupati e far assunzioni ad innaffiatoio, i candidati vanno selezionati ed avere delle capacità ben definite.

In questi giorni si urla ai quattro venti la necessità di cambiare. Tra le necessità, il mio auspicio è che la radicata indifferenza dell’immaginario collettivo italiano nei riguardi dei ferrovieri evolva a favore della giusta considerazione che anche essi meritano.

 

*
Massimo Girardi

Il dramma quotidiano che il mondo intero sta vivendo, è questa maledetta pandemia che sta mettendoci tutti quanti in una situazione di paura per non dire terrore. Le immagini che ci accompagnano oramai quotidianamente tramite le televisioni, ci danno l’idea di quando distruttivo sia questo virus.

Ad affrontare questo nemico ci sono i nostri eroi della sanità, medici infermieri oss e gli addetti alle pulizie, si proprio loro, spesso dimenticati considerati gli ultimi, remunerati con una paga oraria di sei euro e ottantaquattro centesimi lordi; vero non è il momento di far polemiche ora il problema è un altro, ma allo stesso tempo non ci si può dimenticare di un esercito di donne mamme nonne, spesso ragazzine a combattere in prima linea questo nemico invisibile ma tanto devastante, con la paura di essere loro stesse contagiate; armate di camicione, mascherine, cuffie, occhiali e bottiglie di disinfettante, a tu per tu col virus, gli leggi negli occhi il terrore, il pensiero che corre alle loro famiglie la voglia di piangere ma non lo possono fare, devono andare avanti con un nodo alla gola e affrontare questo nemico, che si chiama “Covid19” continuano imperterrite perché questo non è un lavoro, è una missione, sanno che devono farlo per la cittadinanza e come delle soldatesse non mollano.

Proprio in questo momento drammatico ci si accorge di loro, di quanto siano importanti; i ringraziamenti di tutti, istituzioni comprese cadono a pioggia e il riconoscimento dell’eroicità ricopre anche questo settore.

Allora, cambiamo il nostro giudizio su chi fa un lavoro umile, non guardiamole sempre dal basso verso l’alto, ringraziamole che quotidianamente assolvono un compito importantissimo; non esistono lavori o lavoratori di prima, seconda o terza classe ma persone esseri umani che nell’ambiente lavorativo sono al pari e indispensabili.

Ricordiamoci di fargli un sorriso quando le vediamo nei negozi negli uffici o negli ospedali o case di cura e soprattutto diciamoli un grazie, perché il loro lavoro è veramente essenziale.

 

*

Antonella Didu

Segretario pulimento Uiltrasporti – Trentino

Dipendente impresa pulizie

Ho letto l’intervento del Segretario della CISL Medici Dottor Nicola Paoli, e sono esterrefatto. Le mascherine che ho fatto produrre le ho prima sperimentate io stesso, e parlando per un’ora al telefono e pesando con la bilancia di precisione prima e dopo i due strati di cui è composta la mascherina, ho notato che lo strato interno verso la bocca ha aumentato in modo sensibile il proprio peso, mentre il peso dello strato esterno è rimasto pressoché invariato.

Questo mi fa capire che è in grado di fermare le piccolissime gocce di saliva che emettiamo parlando, tossendo o starnutendo, e in questa fase mascherine certificate non si trovano da nessuna parte addirittura mancano in molti ospedali in Italia.

C’è da prevedere che la situazione non migliorerà in quanto l’epidemia si sta espandendo in modo esponenziale in tutto il mondo e quindi avremo le mascherine con cui rifornire ospedali, case di cura e operatori sanitari, ma difficilmente a breve si potranno avere per la popolazione.

Il Dottor Paoli sostiene che avendo il virus una dimensione di 170 nanomicron può facilmente passare nelle maglie del cotone a doppio strato che ha fori enormemente più grandi.

Io vorrei ricordargli (ma questo lo sa qualsiasi studente che abbia sostenuto l’esame di biologia) che i virus non viaggiano liberi nell’aria come il pulviscolo atmosferico, ma sono nei liquidi biologici e in particolare anche nella nostra saliva.

Il cotone doppio strato è in grado di fermare queste piccolissime gocce di saliva che emettiamo quando parliamo, che hanno una dimensione sensibilmente più grande rispetto al virus. E’ chiaro che non è un dispositivo perfetto e non esiste nessuna mascherina che sia sicura al 100%, anche perché è praticamente impossibile realizzare una completa aderenza tra i bordi della mascherina e il nostro viso soprattutto quando parliamo.

Nel mio paese, ho notato che almeno il 50% delle persone che entrano nella bottega o nella farmacia sono sprovviste di mascherina. Se avessero quello che ho fatto produrre per loro, avrebbero una protezione sicuramente superiore al niente.

Nel volantino con cui le accompagno è chiaramente spiegato che le persone devono rimanere a casa, devono uscire soltanto per necessità importanti (spesa, medico, farmacia) e comunque anche se sono dotati di mascherina non devono sentirsi completamente protetti e devono stare distanti di almeno un metro dalle altre persone.

All’età di 18 anni (ahimè 41 anni fa) ho fatto il corso per infermiere generico e a quell’epoca in sala operatoria le mascherine erano in cotone doppio strato sterilizzate tutte le volte, e non mi risulta che ci fossero più infezioni post-operatorie rispetto a oggi.

Evito qualsiasi polemica che non mi sembra opportuna in questo momento, ma vorrei solo ricordare che essendo io di origine lombarda e avendo in quella regione i miei figli e la mia famiglia, mi rendo ben conto della situazione che c’è lì e tutto quello che ha un significato positivo per evitare di avere la stessa situazione qui da noi, a mio parere deve essere fatto.

 

*

Dottor Pierangelo Villaci

Sindaco e Farmacista di Segonzano (Tn)

Egregio Direttore,

Non abuso spesso di questo spazio che, giustamente, ritengo vada garantito ai pensieri, alle considerazioni dei lettori del Suo giornale. Ciò nonostante, in questo particolare momento (che tutti stiamo attraversando) spero queste mie poche righe possano trovare spazio nelle Sue pagine.

Proprio lo scorso giovedì 19 marzo, in fase di approvazione del DDL n.50 “Misure urgenti a sostegno per le famiglie, i lavoratori e i settori economici, connesse all’emergenza epidemiologica Covid-19”, durante il mio intervento avevo plaudito alla capacità della politica di svestirsi delle proprie posizioni, dei propri ideali per fare fronte comune. Lo spirito con cui Le sto scrivendo è lo stesso, anche se in tutto questo marasma alcune considerazioni di metodo, non di merito, ritengo vadano fatte.

Inizierei con una domanda: “i nostri cari ‘andati avanti’ e le loro famiglie hanno il diritto di poter celebrare, nei modi e nelle maniere dettate da questo particolare momento, il proprio lutto?”

Una domanda forse semplice, per alcuni scontata, ma che così, da poche dozzine di ore non è.

Non più tardi di ieri sera, infatti, è arrivata la chiamata di un professionista che lavora nel settore delle pompe funebri, la domanda schietta, diretta e quasi grottesca è stata: “Ma noi adesso, dopo l’elenco fatto da Conte, possiamo lavorare?”.

Il pensiero del sottoscritto, scontato, quasi basito è stato: “se non potete lavorare voi chi lo può fare?” Da qui la mia richiesta del codice ATECO della sua attività (un codice identificativo alfanumerico, l’acronimo di ATività ECOnomiche); la risposta è stata 96.03 (servizi di pompe funebri e attività connesse). Scorrendo l’elenco, piuttosto lungo di attività a cui è concesso proseguire i lavori, questo codice non era (e non è tutt’ora) presente. Eppure tra i tanti numeri ATECO di attività alle quali è permesso lavorare troviamo ad esempio l’estrazione di carbone o, ancora, la fabbricazione di spago, corde, funi e reti…

Ora, comprendendo la situazione ed il momento, avendo comunque indicato all’Assessore provinciale competente questa “assurda” mancanza affinché lo faccia presente al governo romano; dando un giudizio di metodo, sicuramente non di merito (come detto), con nota di credito al governo nazionale; la domanda vera, concreta è la seguente: “i nostri deceduti ed i loro congiunti non meritano forse di poter vivere il proprio lutto, nelle maniere e nei modi dettati dall’emergenza, facendo però riferimento ad una professionalità che non può, tantomeno adesso, permettersi di fermarsi?”

 

*

Consigliere provinciale ladino

Luca Guglielmi

 

 

 

Coronavirus, qualità dell’aria. Non abbiamo più alibi. La storia ci dà ragione: purtoppo. Scontata indifferenza della politica, economia e tanta pubblica opinione, Transdolomites da anni punta il dito sulla necessità di investire in modo coraggioso su nuovi modelli socio-economici-ambientali.

Urgente e strategico l’investimento nel settore dei trasporti, energia etc… Difendere l’idea di un trasporto ferroviario diffuso nelle Dolomiti e nelle Alpi Centrali e oltre non ha come priorità quello di attirare qualche turista in più, ma di assicurare ai residenti una migliore qualità dell’aria.

La sfida si deve giocare e si deve vincere sulla questione sanitaria. Pur di non fare torto a troppi interessi di parte sono stati spesi capitali esagerati per contenere i danni da inquinamento, milioni e milioni di cittadini nell’Unione Europea sono morti per quanto causato dall’inquinamento e tutto ciò è stato possibile anche grazie all’omertà e indifferenza della maggior parte della società civile;” meglio crepare piuttosto che cambiare ” .

Dobbiamo grande rispetto alle vittime ed alle famiglie che hanno e stanno pagando il prezzo di questa epidemia. Ma allo stesso tempo Transdolomites ammette, con dispiacere, che la storia gli sta dando ragione.

Sta dando ragione a tutti coloro che da anni e anni si impegnano per farci riflettere che il futuro dell’umanità è legato alla capacità dell’uomo di salvare il pianeta che lo ospita.  Battersi è anche onorare chi per via di questa epidemia è venuto a mancare.

In allegato un documento pdf come fonte scientifica.

 

*

Massimo Girardi
Presidente di Transdolomites

 

*

Pandemie e inquinamento, il velo è crollato.

Il mondo sta attraversando un momento di grande difficoltà legata alla pandemia da Corona Virus. Non è la prima , ma purtroppo non sarà nemmeno l’ultima.

Quanto sta avvenendo in questa prima parte del 2020 ci pone dinnanzi ad una serie di scenari e considerazioni che per troppo tempo si è cercato di nascondere per non urtare i corposi interessi economici e politici che come sanguisughe stanno prosciugando le risorse del nostro pianeta con un prezzo umano che stiamo pagando a caro prezzo.

Un es: a riguardo di interessi di parte, per il Fondo Monetario Internazionale* (2016) il Mondo sussidia i combustibili fossili con 4.500 miliardi di euro l’anno. 9 milioni di euro al minuto, tutti i giorni.

Il corrispettivo per l’Italia (2,8% dei consumi mondiali) è di 129 miliardi l’anno.

È nell’ammontare di questi costi nascosti che si cela il vero debito italiano. Fonte .

Tanti saranno gli scenari di studio che si apriranno d’ora in avanti.

Tra questi c’è sicuramente un fenomeno che in queste settimane accomuna chi si occupa di inquinamento, di ambiente . Partiamo dalla Cina, uno dei paesi più inquinatori del pianeta, ove si rileva il crollo delle emissioni per un totale stimato di un meno 6 per cento rispetto al medesimo periodo dello scorso anno e un calo di 100 milioni di tonnellate sempre confrontate allo stesso periodo del 2019.

Guardando in casa europea quanto la minaccia e la diffusione di Covid-19 cambi la situazione nella nostra vita quotidiana lo certificano ad es. i satelliti dallo spazio. Le immagini ci giungono dal satellite Sentinel-5 dell’Esa, l’Agenzia spaziale europea, e della Commissione Europea, nonché dalla NASA che con le foto comparative mostrano come nell’aria dell’Italia settentrionale l’inquinante biossido di azoto abbia ridotto la sua presenza fino quasi a dissolversi riducendosi ad un velo impercettibile.

Questo gas fa parte della famiglia degli ossidi d’azoto presenti in varie dosi e generati dalla combustione dei combustibili fossili soprattutto dagli impianti di riscaldamento, motori dei veicoli, combustioni industriali, centrali di potenza.

Caratterizzato dal colore rosso bruno e da un odore forte e pungente, è tossico ed irritante ed essendo più denso dell’aria tende a rimanere vicino al suolo. Noto è il suo effetto negativo sui polmoni e su chi ha problemi respiratori, aggravandoli. Si tratta tra l’altro di quella cappa rossastra che vediamo allungarsi nell’aria delle Valli dell’Avisio e tendente a ristagnare soprattutto nei mesi invernali.

Dal punto di vista della produzione delle emissioni a livello mondiale e locale il bilancio è senza dubbio positivo».

Ed è qui che questo “ temporaneo cambiamento” va sfruttato per tutta una serie di constatazioni.

Se in tempi antecedenti Corona Virus dunque in “ condizioni normali” era alibi spesso usato quello di dire che le responsabilità ricadevano sui camini a legna, ora il principe è nudo. I riscaldamenti sono, ancora in funzione soprattutto nelle valli di montagna. Quella che ora è ben evidente è la riduzione degli effetti del traffico e altre attività produttive.

Si stima approssimativamente che ad es in valle di Fassa in queste settimane il traffico in vale di Fassa sia crollato dell’80%. Un fenomeno che è ben visibile su tutto il territorio provinciale e regionale, autostrada del Brennero compresa.

Se questo è un particolare consolatorio, fondamentale per pianificare strategicamente la ripartenza è ora urgente fare delle considerazioni a 360 gradi.

Dobbiamo innanzitutto renderci contro che stiamo cuocendo tutti nella stessa pentola, respiriamo tutti la stessa aria e che la sfida mondiale si gioca sulla sanità. Se continueremo a vivere in un ambiente inquinato dalle nostre emissioni senza proteggere in modo serio la salute dei cittadini, i nostri fisici da decenni indeboliti da questa situazione continueranno ad essere un terreno nel quale varie patologie avranno vita facile ad attecchire e svilupparsi incontrando una debole resistenza nel corpo uamno.

Il nostro apparto respiratorio, intaccato, è il primo a farne le spese.

Quello che consapevolmente stiamo pagando è un disastro economico e sociale. E a ciò che abbiamo pagato sino a ieri da questo punto di vista, dobbiamo aggiungere le macerie che lascerà nel mondo il coronavirus.

La corte dei Conti europea in una speciale relazione pubblicata nel settembre 2018 afferma che nell’U.E non si è fatto abbastanza per proteggere la salute umana dall’inquinamento atmosferico. Ogni anno l’inquinamento atmosferico provoca nell’U.E. circa 400.000 decessi prematuri e comporta diseconomie legate alla salute per centinaia di miliardi di Euro. Da sé questi numeri dovrebbero far ben pensare al disastro economico che da decenni pesa sulle nostre spalle ma sul cui contenuti le compiacenze tra organi d’informazione, politica-economia si sono ben guardati di tacere.

Con tutto il dovuto rispetto per chi di coronavirus sta soccombendo, questo virus è niente se valutiamo quanto quotidianamente siamo chiamati a pagare in vite umane ed economicamente.

A garantire il rispetto sulla qualità dell’ambiente c’è la Direttiva 2008/50/CE adottata nel 2008 e dovrebbe costituire il fulcro della politica dell’U.E in materia di aria pulita. Ma quanti l’avranno mai letta??

Questa Direttiva prevede che il, rilevamento degli inquinanti venga fatto non solo nelle città ma in modo diffuso. Dunque dovrebbe essere applicata anche nelle nostre valli e con una maggiore attenzione nel periodo invernale ove la salatura delle strade polverizza l’asfalto. Le PM 2,5 le più pericolose vengono sollevate in forma di aerosol dal rotolamento dei pneumatici e inspirate raggiungono direttamente il nostro sangue perché troppo fini per essere filtrate dai bronchi.

Alle stesse considerazioni è arrivato il giornale “ Il Manifesto” del 20/03/2020 link

Piero Bevilacqua nel suo articolo pubblicato il 19.03.2020 giunge a dare una riposta sull’alta mortalità della Lombardia, Emilia Romagna, Piemonte, Veneto.

La risposta è sempre quella; oggi il Covd19 colpisce i cittadini dai polmoni compromessi da decenni si smog.

Ma c’è dell’altro: Polveri sottili come tappeto volante per il coronavirus nella Pianura Padana?

Un Position Paper pubblicato in questi giorni dalla Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA) redatto in collaborazione alle Università di Bari e di Bologna , ha esaminato i dati sulle emissioni di PM10 e PM2,5 delle Agenzie Regionali per la protezione ambientale, incrociandoli con i casi di contagio riportati dalla Protezione Civile. Il lavoro di ricerca – intitolato “Relazione circa l’effetto dell’inquinamento da particolato atmosferico e la diffusione di virus nella popolazione” – è frutto di uno studio no-profit che vede insieme ricercatori ed esperti provenienti da diversi gruppi di ricerca italiani, ed è indirizzato in particolar modo ai decisori pubblici.

Nello Studio si legge: “Il particolato atmosferico, oltre ad essere un carrier, costituisce un substrato che può permettere al virus di rimanere nell’aria in condizioni vitali per un certo tempo, nell’ordine di ore o giorni. Il tasso di inattivazione dei virus nel particolato atmosferico dipende dalle condizioni ambientali: mentre un aumento delle temperature e di radiazione solare influisce positivamente sulla velocità di inattivazione del virus, un’umidità relativa elevata può favorire un più elevato tasso diffusione del virus cioè di virulenza.”

Il rapporto tra concentrazioni di particolato atmosferico e diffusione dei virus era stato già indagato: nel 2010 si era visto che l’influenza aviaria poteva essere veicolata per lunghe distanze attraverso tempeste asiatiche di polveri che trasportavano il virus. I ricercatori avevano dimostrato che c’è una correlazione di tipo esponenziale tra le quantità di casi di infezione e le concentrazioni di polveri sottili.

Nel 2016 era stata osservata una relazione tra la diffusione del virus respiratorio sinciziale umano nei bambini e le concentrazioni di particolato. Questo virus causa polmoniti nei bambini e viene veicolato attraverso il particolato in profondità nei polmoni e la velocità di diffusione del contagio è correlata alla concentrazione di PM10 e PM2,5.

Secondo il Position Paper, nella Pianura Padana si sono osservate le curve di espansione dell’infezione che hanno mostrato accelerazioni anomale, in coincidenza, a distanza di due settimane, con le più elevate concentrazioni di particolato atmosferico, che hanno esercitato un’azione di “boost”, cioè di incremento alla diffusione virulenta dell’epidemia.

Secondo i ricercatori, quindi, “le alte concentrazioni di polveri registrate nel mese di febbraio in Pianura Padana hanno prodotto un’accelerazione alla diffusione del Covid-19.

L’effetto è più evidente in quelle province dove ci sono stati i primi focolai

La ripartenza e le scelte politiche non possono più permettersi di ignorare tutto ciò. Servono scelte razionali da farsi su basi scientifico.

Guardando alle misure sanitarie adottate in questi giorni, la forte riduzione dei servizi di mobilità pubblica è giusta. In questa fase è fondamentale evitare lo stretto contatto tra cittadini.

Ma passata questa emergenza lo scenario dovrà essere pianificato ancor più sulla mobilità pubblica; maggiori servizi, più infrastrutture ferroviarie e zero strade se non per i meri interventi puntuali.

L’obiettivo e l’investimento primario, assieme agli altri, deve essere finalizzato alla protezione della salute umana e per fare questo abbiamo bisogno di politiche e misure di riduzione delle emissioni di tipo strutturale. I trasporti andranno pianificati seguendo questa logica riducendo in maniera deciso la mobilità privata e offrendo in parallelo sempre maggiori servizi di mobilità pubblica.

Non cediamo all’illusione che l’auto elettrica sia la panacea del problema traffico. Per questo l’associazione Transdolomites da anni propone all’opinione pubblica e al mondo politico scelte più attente nel campo della mobilità». La pandemia in atto cambierà i nostri comportamenti per il prossimo futuro?

Dipenderà se l’uomo saprà dimostrare di essere un essere intelligente o se al contrario la sua stupidità lo porterà a mettere il piede nello stesso buco.

 

*

Massimo Girardi
Presidente di Transdolomites

 

COVID19-Relazione-su-effetto-inquinamento-atmosferico-e-diffusione-virus-nella-popolazione

Coronavirus. L’appello di Ermete Ruatti anni 94 ospite Apsp di Pellizzano, “giovani state a casa“.

In momenti tanto duri e difficili nelle strutture dove i nostri nonni sono accolti, affiancati dal sacrificio costante di operatori straordinari, sono ancora loro a regalarci le cose migliori.

I familiari di Ruatti autorizzano la divulgazione.

 

 

“Suona la campanella virtuale, ma – per chi non ha i mezzi – i banchi restano vuoti” di Elena Sester.

– lettera al direttore –

Egr. direttore,

nelle scorse giornate, su uno dei quotidiani locali, il docente universitario, costituzionalista e già senatore, Francesco Palermo ha dichiarato: “L’emergenza è il peggior nemico della Costituzione” perché “taglia come un coltello nel burro tutte le garanzie costituzionali”. Uno dei diritti che, a mio avviso, il Covid-19 ha messo più in pericolo è quello all’istruzione. È infatti chiaro a tutti che – l’improvvisa chiusura delle scuole – ha messo in difficoltà sia gli studenti (e le relative famiglie) che gli insegnanti.

Nei primi giorni a casa sono arrivate e-mail con password e credenziali per attivare indirizzi e-mail ufficiali dello studente, poi si sono susseguite le indicazioni per accedere a “ClassRoom”, “quaderno elettronico”, dopo sono arrivate le indicazioni dai diversi professori per i compiti: chi li manda per e-mail, chi sul registro elettronico alla sezione “Materiale” o “Argomenti” e chi ancora preferisce un altro strumento: “Mastercom”.

Tutto ciò agli orari più disparati: capita di ricevere e-mail alle due di notte che avvisano gli studenti per la video-lezione che si terrà alle 7:55 di mattina. Un delirio per i professori che si vedono recapitare centinaia di e-mail dagli studenti con metodi diversi, un delirio per gli alunni o studenti con l’ansia che qualche scadenza o compito sfugga, un delirio per i genitori costretti ad impartire lezioni di organizzazione ai propri figli: per noi i primi giorni sono stati un caos scandito dal ticchettio dei giga dei telefoni che fa il conto alla rovescia. Sì, perché non tutti hanno gli stessi strumenti. È stato allora che ci siamo soffermati a pensare a chi magari non ha un computer, un iPad, uno smartphone, una stampante, una connessione rete, una webcam, uno scanner o magari alle famiglie numerose che dispongono solamente di uno o due strumenti, ma che non consentono a tutti i figli di connettersi al contempo per seguire le video-lezioni. Oppure a chi – avendo dei bisogni speciali o delle difficoltà (DSA ecc.) – fatica a seguire il tutto in piena autonomia.

Quello studente che non dispone dei mezzi necessari dove sarà? Non è detto che sia svogliato. Non tutti gli alunni ad oggi riescono a seguire le video lezioni e, a giudicare dall’e-mail inviate dai professori ancora per sollecitare di iscriversi, non hanno riscontro nemmeno via mail. Dove li abbiamo persi? Pelandroni o mancanza di mezzi?

Quello all’istruzione è un diritto importantissimo, ed è fondamentale che tutti siano messi nelle condizioni di poterne fruire al meglio: sia gli studenti che i professori. Ai nostri politici il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, come dice la Costituzione all’art. 3, “limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.

 

*

Elena Sester

Vice-Segretario Politico di AGIRE per il Trentino

(Pagina 1 di 17)