LETTERE AL DIRETTORE

In questi giorni il dibattito sulla chiusura domenicale è assai vivo, e ho letto con interesse molti dei commenti sia in un senso che in un altro. Anche in Aula la discussione è stata particolarmente proficua: senza mai eccedere, tutte le forze politiche hanno espresso la loro opinione che ha poi portato all’approvazione della legge senza alcun voto contrario.

Ho notato, nelle varie prese di posizione pubblicate a livello giornalistico, lo scontrarsi di due fronti e due correnti di pensiero, anche se in realtà, andando oltre le dichiarazioni di principio (tutto aperto vs tutto chiuso) e leggendo bene la delibera e gli allegati che attuano la legge, la situazione che si presenta è, giustamente, frutto di alcuni compromessi, che ritengo valga la pena riportare.

È ben vero che il disegno di legge è nato con l’obiettivo di tutelare il diritto al riposo e alla vita familiare di chi opera negli esercizi commerciali, cogliendo, tra le tante criticità scatenate dalla pandemia, anche l’opportunità di alcuni nuovi comportamenti sociali, nonché il bisogno di dare maggior valore a quel che, alla fin dei conti, è veramente essenziale.

Nel perseguire tale obiettivo però non si è trascurato di pensare alla realtà. Innanzitutto, sono ovviamente esclusi dall’obbligo di chiusura domenicale gli esercizi commerciali di ben 81 comuni trentini ad elevata intensità turistica (a cui si aggiungono 4 località su crocevia di traffico turistico come Dro, Sarche, Loppio e Tione).

Nei restanti comuni, si è introdotta una deroga all’obbligo della chiusura domenicale e festiva per un massimo di 18 giornate annue, ad esempio in occasione di grandi eventi e manifestazioni che richiamano un notevole flusso di persone.

Trento, dipinta come “la grande esclusa” insieme a Rovereto, ad esempio, potrà contare, in occasione dei numerosi festival di pregio che ospita, piuttosto che durante il periodo dei Mercatini, sull’apertura dei negozi.

Vi è poi un nutrito elenco di esercizi esonerati dall’osservare le chiusure domenicali e festive a prescindere dal fatto che i relativi esercizi commerciali siano insediati in comuni individuati ad alta vocazione turistica o meno: i singoli esercenti di queste particolari attività di vendita potranno quindi, autonomamente, decidere se tenere aperti i propri esercizi o meno anche durante le domeniche e festività.

Si tratta di esercizi commerciali che vanno dalle gelaterie, rosticcerie, vendite di pane e latte, di generi di gastronomia di produzione locale ai di negozi specializzati nella vendita di mobili, fiori e piante, autoveicoli, piuttosto che farmacie, tabaccherie ed edicole, produttori agricoli che vendono i prodotti ottenuti dalla coltivazione delle proprie aziende agricole (ed altri ancora).

Quindi, a ben guardare, il Trentino non sarà il deserto dei Tartari dello shopping. Semplicemente, si è tentato, con questa legge, di porre un freno a una liberalizzazione spinta (la più spinta d’Europa), che, in termini valoriali e di costumi, a mio parere, non può che fare bene alla nostra società.

Persone che stimo mi hanno fatto notare che non deve essere lo Stato, piuttosto che la Provincia, a dirmi cosa devo o non devo fare la domenica. Può essere, ma anche la liberalizzazione totale spinge in una direzione (per semplificare, quella americana), che, a mio modesto parere, non fa altro che impoverire la società, a partire dalla forma basilare della stessa: la famiglia.

Infine, ancora qualche considerazione. Nella legge recentemente promulgata (la l.p. 4 del 2020), sono stati inseriti due elementi importanti, benché sottovalutati dalla gran parte del dibattito di massa di questi giorni: da una parte, il sostegno dedicato alla contrattazione come spazio ulteriore dedicato al rispetto dei lavoratori delle imprese coinvolte nelle aperture, e, dall’altra, l’impegno all’analisi dell’andamento, con eventuale integrazione o modifica della delibera attuativa, già al prossimo 31 ottobre.

A chiudere, un pensiero alla nostra Autonomia speciale. Molti ritengono che la via della Norma di attuazione (sostanzialmente un accordo diretto che le Province autonome fanno con lo Stato su un determinato tema) dovrebbe essere l’unica strada da percorrere per ottenere da Roma la possibilità di legiferare sulle chiusure senza timore di impugnative; quella è una strada aperta, importante da percorrere.

Ma il Consiglio provinciale di Trento è, e resta, il luogo deputato a scegliere il futuro della nostra Terra, ed è lì che il disegno che abbiamo per il Trentino (che sia di maggioranza, che sia di minoranza) deve trovare forma: nel dibattito al suo interno, che altre strade non consentirebbero.

 

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Consigliera Vanessa Masè (La Civica)

In questi giorni, la conclusione di un percorso normativo a dir poco “sui generis” ci offre l’opportunità di sviluppare ulteriori considerazioni relative al modo di operare di chi attualmente sta governando la Provincia di Trento. Mi riferisco alle sempre più frequenti contraddizioni nelle quali l’esecutivo cade. Ad onor del vero, lo stato delle cose si rifà ad un grande male originario del quale vorrei parlare in calce a questo breve pensiero

Ebbene chiediamoci: quale stima possono avere i trentini di un partito politico che afferma che tra i punti di maggior qualità della sua riforma del turismo, sia stabilito finalmente, che ora, ogni luogo del Trentino va considerato come turistico? Proprio nei giorni in cui la stessa schizofrenica forza politica smentisce se stessa attraverso un’altra sua proposta di legge? Gli orari di apertura degli esercizi commerciali saranno regolati in funzione del riconoscimento di aver sede in comune turistico o meno. Nonostante pareri legali ampiamente contrari, la lega – all’unanimità – si è approvata una norma dove sono stati individuati come turistici solo alcuni comuni. Sono stati utilizzando parametri che nulla hanno a che vedere con la realtà delle cose

Ma i cortocircuiti non finiscono qui: pensate al bonus vacanze. L’esiguo contributo è proposto dallo stesso assessorato che avrebbe intenzione di portare in aula anche l’aumento della tassa di soggiorno.

Così, finirà per rendersi responsabile dell’incredibile paradosso di dare con una mano – il contributo – e di prendere con l’altra – la tassa di soggiorno.

Cito a malincuore anche l’atteggiamento tenuto nei confronti delle fusioni dei comuni e delle casse rurali: contrarietà su tutta la linea! Per le APT, invece, la fusione è considera l’unica strada possibile per permettere alle imprese turistiche trentine di affrontare il proprio futuro economico.

E che dire di come ha sempre parlato la lega delle Comunità di valle? Non servono a nulla! Salvo poi attraverso la creazione delle ATA proporre l’istituzione di analoghe realtà per gestire la promozione turistica locale.

Ma non stupiamoci; parliamo di quella stessa Lega che come prima proposta in campo sanitario di inizio mandato propose di tagliare 120 milioni dai capitoli di bilancio dedicati, salvo poi liquidare un direttore dell’azienda sanitaria come non incline ad approvare politiche espansive sulla sanità periferica. Da attuare come? Coi tagli di bilancio?

Infine, prodiga di critiche verso le mancate risposte del governo nazionale, nasconde di non aver chiesto un beato nulla quando nel suo primo anno di amministrazione, al governo della nazione imperversava proprio il suo capitano.

Da medico veterinario quale sono, ho sempre cercato di capire l’eziologia delle cose.

In questo caso mi sembra piuttosto facile ascrivere questi apparentemente incomprensibili provvedimenti ad un unico archetipo comportamentale. Siamo di fronte alla politica a gettone: caro utente ti chiedo di inserire il tuo desiderio come una moneta nella fessura dopodichè ti racconterò la soluzione che ti vuoi sentir dire, come un disco che suona. Non importa se tener chiuso il negozio dove lavori la domenica non è nelle mie prerogative; se me lo chiedi ti racconto che lo chiuderò. Ti assale un orso, ti racconto che lo ucciderò! Non importa nè quando né come ma soprattutto nemmeno se nel frattempo faccio fare alla mia Provincia un’ennesima brutta figura planetaria. Non c’è un ragionamento complessivo o una linea di governo. Sembra piuttosto che si stia operando tenendo conto solo delle singole istanze.

Siamo dentro ad un loop dove l’apparire è molto più importante dell’essere: captare la benevolenza del malcapitato potenziale elettore rispetto all’esigenza di amministrare una comunità con serietà e professionalità.

 

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Michele Dallapiccola – Consigliere provinciale Patt provincia di Trento ed ex Assessore all’Agricoltura, foreste, turismo e promozione, caccia e pesca

Com’era facilmente prevedibile, l’emergenza pandemica tutt’ora in atto ha prodotto e continua a produrre mutazioni profonde nel tessuto sociale ed economico anche del Trentino. Tramontano d’improvviso alcune certezze che parevano immutabili, mentre crescono fragilità proprie di un sistema che ha scelto di investire buona parte delle proprie risorse in uno specifico settore, come quello turistico, ricco di molte potenzialità e di rapide capitalizzazioni ed altrettanto esposto ad ogni minima variazione degli assetti economici della sua clientela.

Accanto a ciò, sembra in sofferenza anche la realtà agricola, ancora in sospeso fra l’opzione imprenditoriale della quantità e quella territoriale della qualità ed estromessa dal centro decisionale del suo sviluppo. Nel frattempo, il composito quadro della Cooperazione pare deturpato da liti intestine e da personalismi che ne minano la credibilità ed i valori ed il mondo del lavoro e dell’occupazione è divenuto da un lato strumento di mera propaganda, con la demonizzazione dei dipendenti pubblici e con la difesa “un po’ pelosa” dei lavoratori del commercio e, dall’altro sembra essere materia del tutto sconosciuta alle politiche di una Giunta provinciale capace solo di rifiutare il confronto programmatico con il mondo sindacale.

E poi ancora, se solo guardiamo al settore strategico della ricerca e dell’innovazione, manipolato ai fini di un controllo politico più stretto, mentre si incentivano le redditizie politiche dell’intolleranza e della dismissione di ogni attenzione sociale vera e solidale. Capitolo a parte, gli investimenti infrastrutturali, la cui strategicità appare decisamente dubbia se si regge sulle stesse motivazioni di cinquant’anni fa, come dimostra l’eclatante rispolvero della PI.RU.BI. Al contempo, dopo aver sostenuto, anche nelle circostanze meno opportune, la straordinaria capacità del sistema sanitario provinciale, non si fa nulla per trattenere qui il regista di quello stesso sistema, ovvero colui che ne ha garantito almeno la tenuta, lasciandolo andar via “insalutato ospite”, mentre l’intero pianeta socio-sanitario trentino, per ammissione dei suoi stessi protagonisti scientifici, annaspa nell’incertezza assoluta e nella totale carenza di guida politica. Infine, sul fronte culturale e formativo, l’attualità ci ha stupiti con il presunto obbligo degli esami di quinta elementare.

Piaccia o meno, questo pare essere il bilancio a quasi due anni dall’insediamento del “governo del cambiamento”,c apace come pochi di non cambiare nulla e, anzi, di ridimensionare quel modello trentino che, fino ad ieri, era indicato come esempio avanzato di sviluppo. Ciò che invece sembra pienamente riuscito alla Giunta provinciale ed alle forze politiche che la sostengono e l’uso di una propaganda smaccata e spesso contraddittoria, che ha raggiunto un pericoloso punto di svolta nel mettere “tutti contro tutti”: dipendenti pubblici; imprenditori del turismo e del commercio; genitori ed insegnanti; medici, scienziati ed ambientalisti.

Un gran calderone di proteste, dentro le quali il leghismo coltiva comunque il suo consenso; un calderone che dimostra ogni giorno l’evidenza di una complessiva incompetenza ed inattitudine all’articolare l’azione di governo in un territorio complesso come il nostro. E così si offrono risposte vacue a domande di senso, baloccandosi con le Istituzioni e l’Assemblea legislativa e riducendo il dibattito politico, quale essenza della democrazia parlamentare, ad un continuo litigio da cortile.

Scambiando le scelte ideologiche per atti di straordinario coraggio politico, si restituiscono fondi non spesi all’Europa evidenziando così l’assenza di qualsiasi politica di spesa fondata sui principi indispensabili della programmazione, in uno scenario connotato dalle scelte del giorno per giorno. E’ un quadro a tinte fosche quello fin qui dipinto dalla Giunta provinciale, in nome del motto: “prima i trentini”; un quadro privo di profondità, e piatto come un foglio,ma non altrettanto solare e sereno come i disegni dei bambini.

 

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Bruno Dorigatti

La campagna elettorale per le elezioni del Consiglio Comunale di Trento porta ovviamente con sé anche il necessario confronto tra diverse visioni politiche.

Abbiamo però visto che é bastato solo che il candidato Sindaco della coalizione di centro Marcello Carli decidesse di iniziare la sua campagna elettorale in Piazza Venezia, ai piedi del monumento dedicato ad Alcide De Gasperi, per far scattare la strumentalizzazione politica.

Le reazioni dei candidati e di alcuni partiti della coalizione di sinistra che sostiene l’ex sindacalista della CGIL Ianeselli sono state oltremodo esagerate e fuori luogo.

Io credo che lo statista trentino non avrebbe affatto apprezzato tutte queste polemiche.

Alcide De Gasperi esercitò sempre la sua attività politica e il suo impegno come una missione e il senso delle sue azioni si traduceva in un profondo senso democratico, di rispetto e di tolleranza. Tutto il contrario di quello che abbiamo visto e letto in questi giorni.

Il suo partito, quello che prese il nome di Democrazia Cristiana e che lui in primis si impegnò a costituire, era sorto proprio per non ripetere gli errori del passato, evitando anche l’impressione di invitare i giovani ad un’assemblea ove odio e poltrone fossero già occupati in forza dei meriti passati e in base all’anzianità di servizio. Pluralismo, unità e centralità furono i valori cardine di un progetto politico capace di tradurre in sintesi unitaria le molteplici fratture di un sistema politico complesso.

Mi verrebbe da dire: altra epoca storica e altro stile di esercitare l’azione politica.

Trovo però ancora attualissimo il suo pensiero per quanto riguarda l’odio e le rendite di posizione. Lo registriamo anche in questa campagna elettorale dove alcune uscite sono incomprensibili, piene di astio e suffragate dal maldestro tentativo di arrogarsi la presunzione di avere sempre la verità in tasca. Proprio un bel modo di interpretare il rispetto, la tolleranza e il pluralismo.

Ricordo a tutti che stiamo per andare ad eleggere i rappresentati dell’Ente più prossimo alla vita dei cittadini e che bisogna cercare di dare una svolta propositiva ad un diffuso senso di immobilismo dell’azione amministrativa.

Sono pertanto convinto che le polemiche politiche non servano proprio a nulla e a nessuno.

Piuttosto si deve cercare di abbassare i toni dello scontro politico, cercando di confrontarsi sui temi concreti per la nostra città e di interpretare valori che sono universali e non di proprietà privata di qualcuno. De Gasperi ce lo ha insegnato con la sua vita dedicata a servire la politica con la P maiuscola.

Lasciatemelo dire, per le comunali di Trento sta avvenendo qualcosa di particolare per cercare di inaugurare una stagione politica dove il bipolarismo estremizzato sia riequilibrato da un’area moderata e centrista che mancava ormai da troppo tempo. Lasciamo pertanto che siano gli elettori a decidere se questa visione sia la strada maestra da perseguire o sia solamente un’alchimia politica.

Il pensiero unico non é mai la soluzione e pretendo di avere rispetto per chi come me, non si è potuto riconoscere negli schemi predefiniti e cerca di proporre, nel rispetto dei valori che ci sono stati sapientemente tramandati dal passato, di provare un’altra via.

 

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dott. Andrea Merler

Esperto in sicurezza sul lavoro

Noi crediamo che non possa esserci futuro senza prima studiare ed onorare degnamente il passato. Perché è solo grazie al passato che possiamo vivere il presente e progettare quel che sarà del nostro divenire.

Trento, a nostro avviso, dovrebbe dedicare maggiore spazio e memoria alla figura del suo grande figlio Alcide De Gasperi che, con doverosa umiltà, tante e tanti di noi considerano un esempio politico a cui tendere e cui fare riferimento nell’analisi delle grandi difficoltà di oggi, sia nazionali che internazionali.

Simbolicamente, proprio per tale motivo, abbiamo scelto di cominciare la nostra campagna elettorale con un atto ed una proposta che considereremmo un orgoglio per la nostra città: proporre e chiedere di intitolare a De Gasperi piazza Venezia, il luogo in cui a Trento sorge la sua statua.

Credevamo, al di là della fisiologica contesa politica fatta inevitabilmente anche di polemiche, che su questo specifico terreno di proposta concreta avremmo riscontrato una condivisione, o almeno un sereno dibattito nel merito.

Abbiamo purtroppo invece ricevuto in cambio stizza, nervosismi, e financo polemiche personali un po’ stupefacenti.

La domanda è: perché? La risposta è che un certo mondo sociale ha ritenuto e ritiene di essere l’unico depositario della memoria e della figura di De Gasperi. E tuttavia il suddetto mondo, così geloso di tali autoconferite prerogative, poco o nulla ha fatto finora di concreto per tributare il necessario, doveroso omaggio all’insigne statista.

Chiedere ciò che in altre città già sarebbe da tempo stato realizzato, invece di rallegrare, ad una certa politica trentina crea fastidio, tanto da venir considerato alla stregua di un atto di lesa maestà.

Addirittura il notaio Paolo Piccoli, conosciuto come persona equilibrata e stimato professionista, ha fatto parlare persone che non ci sono più, attribuendo a De Gasperi frasi nei miei confronti che a suo dire lo statista pronuncerebbe se fosse ancora in vita. Una sconcertante caduta di stile, quella di Piccoli, non sappiamo se dovuta al disagio di far parte della coalizione di sinistra assai poco moderata di Ianeselli; o, più semplicemente, se si sia da parte sua trattato solo di un deprecabile momento di arroganza.

Sappiamo però, con certezza, una cosa, e la diciamo con gentilezza e con il sorriso: a questo livello non scenderemo mai.

E al di là dei vittimismi e delle polemiche e del linguaggio della politica politicante, invitiamo a una proposta semplice: per noi a Trento piazza Venezia deve diventare piazza De Gasperi: glielo dobbiamo, ed è, a nostro avviso, davvero il minimo sindacale in termini di riconoscenza e di rispetto.

La domanda, caro Piccoli, caro Ianeselli, è: voi siete favorevoli o contrari? E, se siete favorevoli, perché tanto livore?

 

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Marcello Carli

Leggo con stupore l’attacco del capolista della lista INSIEME PER TRENTO a sostegno del candidato sindaco Franco Ianeselli nei confronti del candidato sindaco Marcello Carli. Mi chiedo: perché?

Ieri Marcello Carli ha solamente evidenziato alcuni aspetti della politica di Degasperi e solo detto che, se dovesse diventare aindaco di Trento, sarebbe sua intenzione intitolargli la piazza ove è situato l’importante monunento.

Di certo non è stata appropriazione indebita di idee altrui, quando parliamo di un grande politico che la noatra terra ha nesso a disposizione dell’intero paese.

Polemica elettorale la definisco e quindi deduco che sarà una campagna elettorale rovente… L’importante non manchi mai il rispetto altrui.

 

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Lorenzo Rizzoli – #iovotocarli

Oggi c’è stata la presentazione del candidato sindaco per la città di Trento Marcello Carli. Che dire…la “famosa” terza via a Trento oggi c’è ed è la coalizione AGIRE-DC-RINASCIMENTO TRENTO.

La vera coalizione che nulla c’entra con l’attuale destra e l’attuale sinistra. Il posto giusto del “famoso” moderato, la collocazione politica “naturale” del nostro territorio.

Se Baracetti è la chiara espressione della destra e Ianeselli della sinistra, Marcello Carli è l’espressione della terza via, che da molto tempo mancava.

Chi oggi appoggia Baracetti o Ianeselli non può definirsi di centro, in quanto la collocazione di centro oggi c’è ed è la coalizione AGIRE-DC-RINASCIMENTO TRENTO.

Come presidente del movimento politico #inMovimento sono felice della presenza del candidato sindaco Carli e della coalizione coesa a suo supporto: vedo la concretizzazione di ciò a cui il movimento mirava.

 

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Lorenzo Rizzoli – Presidente #INMOVIMENTO

Gentile Direttore;

dopo quattro mesi di separazione ci dicono che dobbiamo aspettare ancora. E anche oggi, ancora una volta solo un piccolo schermo ci ha permesso di salutare la mamma di 88 anni: non vi auguro di trovarvi di fronte a vostra madre che cerca di accarezzarvi toccando il tablet che ha di fronte.

Ci dicono che presto si potrà tornare a vedersi di persona…, ma solo a debita distanza, alzando la voce perché l’udito è quello che è, arrivando a mani vuote e soprattutto senza toccarci. Ma qualcuno si rende conto che così non si può andare avanti? Mia madre è viva, non se n’è andata per il Covid, si trova solo a pochi chilometri di distanza e lei lo sa.

Vorremmo tornare ad accarezzarla, a mostrarle qualche bella foto delle persone che conosce (anche perché non riesce ad usare il cellulare), a mangiare un dolcetto, a raccontarle quello che facciamo là fuori, a commentare le nuvole nel cielo o il tg, a farle sentire l’affetto dei suoi figli, forse l’unico che le interessa a questo punto…

E tutto questo senza essere costretti a interpretare i silenzi da lontano, o a cambiare discorso con leggerezza davanti ad un’operatrice che si trova ad entrare, senza volerlo, nelle pieghe della nostra famiglia. Ci attenderanno turni pazzeschi: ogni familiare potrà prenotare una visita ogni 10 giorni e, dunque, se siamo più di uno, serviranno settimane…

Ancora attendere. Non so se lei potrà farlo. E soprattutto se riuscirà a perdonarci. Eppure questo deserto per qualcuno è cosa da poco. Mentre sono diritti negati. Ancora e sempre per questione di soldi? Soldi che devono promuovere ogni obiettivo, tranne che il benessere degli anziani? Mi chiedo se non basterebbe una spesa limitata per attrezzarci con le tute e il disinfettante, per pagare qualche ora di lavoro in più ad alcuni operatori esperti, per liberare qualche percorso sicuro, per offrire più tecnologia… E perché non coinvolgere e responsabilizzare di più proprio i parenti? È ancora così povera di democrazia autentica la nostra città?

Se chi governa, se i nostri amministratori locali non si renderanno conto presto di questo drammatico impoverimento dei legami sociali e delle ripercussioni che tutto questo avrà sulla vita delle nostre famiglie e sul tessuto delle nostre città, se non facciamo di tutto per dimostrare coi fatti che chi invecchia resta al centro della società, tra qualche anno ci ritroveremo a vivere in un lager… Anche in questo Trentino ben pasciuto, dove c’è chi continua a chiudere gli occhi perché pensa che il problema non lo tocchi. E non si rende conto che gli piomberà addosso molto presto.

Ma noi trentini stiamo alle regole e, dal momento che ci hanno detto di pazientare, abbiamo inghiottito e pazientiamo… Chi, intanto, muore di solitudine non siamo noi, sono i nostri genitori che se ne andranno, dopo aver evitato il peggio. Ma che società vogliamo? Gli anziani, i bambini, le donne, gli stranieri, i disabili… sono sempre in fondo alle scelte pubbliche quando il sistema si sgretola, i primi ad uscire e gli ultimi a rientrare.

Questa è una società malata.  Per questo non ci siamo accampati davanti al cancello della RSA con i cartelli e i megafoni, perché i nostri antagonisti non sono lì.

Chi vorremmo scuotere non sono solo i nostri rappresentanti politici (che sanno che tanti dei nostri anziani non votano più!), ma anche quei dirigenti e funzionari della pubblica amministrazione che hanno perso il senso della prossimità e della cura sociale. Possibile che non si riescano a progettare e articolare risposte più coraggiose?

Le relazioni sono la rete che regge e dà qualità al nostro welfare: in questi mesi la pandemia ce lo ha ricordato con violenza. Ci deve pur essere il modo per restituire concretezza a queste relazioni, è questa la vera battaglia che dobbiamo fare, è questa la prima opera pubblica di una politica sana. Ma abbiamo poco tempo: nessuno lo vede?

 

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Silvia Ropelato

“Ciclabili: il sindaco si arrampica sugli specchi – Quando venne presentato il progetto di Via Dante fui tra coloro che si astennero dal commentare.

La sperimentazione di convivenza tra pedoni, cicli e auto nella stessa strada era troppo importante per essere approvata o contrastata sul momento.
Ricordo che quella idea venne all’assessore in seguito alla conferenza che feci approvare nel 2015 sul tema della mobilità sostenibile. L’inviato della Giunta, olandese, ci spiegò come fosse possibile la convivenza delle tre modalità di spostamento.

Ricordo però, come fosse ieri, che ci illustrò delle vie secondarie di accesso a singoli quartieri e non vie di attraversamento come, appunto, Via Dante.
Leggendo le parole del Sindaco, risulta evidente che la sperimentazione abbia ottenuto dei risultati.

Il primo è che l’utilizzo di questa modalità non è applicabile a vie che sono ritenute di attraversamento dai cittadini. Via Dante, oggi, è questo, seppur in modalità di bassa velocità e di accesso al centro storico. Che i cittadini non siano in grado di coesistere è però falso, e in questo il Sindaco sbaglia. Via Mazzini e Via Garibaldi, con Via Mercerie fino a Piazza Malfatti, ne sono un esempio.

Certo, qualche volta si riscontra qualche insofferenza o mal interpretazione di tutti. Ma di qui a vietare tali strade a specifiche categorie ce ne vuole. Qualche ciclista va troppo veloce? Forse. Qualche automobilista non si ferma allo stop di Via Roma? Quasi tutti. Qualcuno usa il pass per traversare la città usando il centro storico? Certamente. Ma questo non può essere un valido motivo per vietare a tutti di utilizzare tali vie.

Comunicare meglio, indicando, per esempio, di tenere una velocità prossima al passo d’uomo per i ciclisti e introdurre la norma per far utilizzare la via più breve per raggiungere il proprio stallo/garage/abitazione alle auto, sarebbero due provvedimenti semplici e risolutivi.

Per Via Dante, risulta d’obbligo suddividere fisicamente la carreggiata dalla ciclabile e il marciapiede. Semplici pali di acciaio, eleganti e sicuri, che indichino chiaramente ai ciclisti il percorso e impediscano alle auto di invaderla, renderebbero più sicura e fruibile la via, con un costo limitato. Inoltre sarebbe d’obbligo un raccordo di segnaletica orizzontale tra la ciclabile oltre Via Cavour, che oggi è utilizzabile solo se si pensa allo strabismo ciclistico.

Per quanto riguarda le ciclabili cittadine, devo ricordare al Sindaco che questa Giunta non ha inciso in modo significativo nei percorsi ciclabili. Se qualcosa è stato fatto a Marco, probabilmente per una maggiore sensibilità territoriale dell’Assessore, nulla è stato fatto nelle altre Circoscrizioni, pur in presenza di innumerevoli petizioni.

Non si confondano rifacimenti di ciclabili esistenti, o raccordi di qualche decina di metri, con un piano di mobilità. Siamo a fine consiliatura e possiamo dire che per migliorare la mobilità cittadina la Giunta sia riuscita solo a rifare l’esistente, spesso peggiorandolo.

Quindi mi pare inutile che si voglia scaricare la responsabilità delle scelte, incoerenti e caotiche, sui cittadini, solo per “lisciare il pelo” a qualche mugugno sui social cittadini.

 

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Paolo Vergnano
Consigliere comunale Forza Italia

 

 

 

 

Foto: di archivio

Ho letto con attenzione l’intervento del Presidente Carlo Andreotti, che ha il merito in breve spazio di avere sintetizzato il legittimo scontento di una certa parte politica.

Mi permetto di dissentire dall’intervento del Presidente Andreotti, limitandomi per quanto lo spazio lo consente ad esprimere alcune osservazioni critiche.

Per quanto quando riguarda il sistema delle casse rurali Trentine, la creazione di un gruppo nazionale con al vertice Cassa Centrale Banca, è una coraggiosa operazione di valorizzazione del sistema del credito cooperativo inaugurato originariamente, con la società Phoneix che ha il merito di avere creato un sistema informatico adottato da altre 140 Banche di credito cooperative su 360 banche di credito cooperativo operanti in Italia.

Appare superfluo sottolineare ancora una volta l’importanza del sistema informatico, all’interno delle banche odierne dove vi è una forte spinta alla digitalizzazione dei servizi.

Il vero nodo che va affrontato, aldilà di un supposto perdita di spirito cooperativo, in ambito meramente bancario è la disciplina dei rapporti che intercorrono tra la capogruppo e le singole casse rurali, che devono per forza restare banche dei territori all’interno di una realtà più grande, con la consapevolezza che il sistema Trentino ha il potere di incidere sulle scelte a livello nazionale da protagonista.

Inoltre il Presidente dimentica le ricadute occupazionali che la presenza della sede della capogruppo può avere a Trento, dando opportunità lavorative qualificate anche a giovani laureati, valorizzando così ulteriormente il territorio e l’università.

In merito al dualismo tra l’identità Trentina e l’identità Sudtirolese, si sono versati fiumi di inchiostro e opinioni storiche, politiche e giuridiche più o meno convincenti.

A questo proposito mi limito a citare le belle parole spese dall’attuale direttore dell’Adige Alberto Faustini in un saggio dal titolo “L’ Autonomia del Trentino” dove si sostiene che dopo la seconda guerra mondiale “per i Trentini l’autonomia torna ad essere una forma di autogoverno il cui fine è il bene comune, per i sudtirolesi diventa prioritariamente una difesa dell’identità nazionale, quindi non una finalità di comunione, ma se non di separazione, certamente di distinzione”.

In Sudtirolo, con un gruppo etnico linguistico omogeno ancorato alla Svp, è più che normale che vi sia un senso di identità molto forte, mentre Trento al contrario (come è stato giustamente notato da Faustini) è un ponte sospeso tra il mondo Mitteleuropeo e il mondo Meditteraneo, e conseguentemente risente della contaminazione di queste due culture.
Da queste due opposte concezione culturali, storico e politiche è necessario partire per bene capire le differenze che incorrono, le due realtà senza incorrere in clamorose semplificazioni storiche e politiche che arrecano più danni che benefici.

La vera sfida per il Trentino di adesso come è emerso in un dibattito all’interno della scuola di politica promossa da Lorenzo Dellai, è quello non di rinchiuderci tra le montagne e le nostre vallate, ma bensì di proporre l’Autonomia un modello di gestione dei servizi a livello statale, costruendo a livello politico una stagione costituente per rimettere mano alla sciagurata riforma 3 del 2001, che tanto contenzioso e tante confusioni sta creando.

Questo ultimo dovrebbe essere uno dei cardini su cui innestare, un vero pensiero autonomista, con la A autonomista.

La cruda realtà dei nostri giorni, ci racconta come il governo della provincia sia governato da una classe dirigente, che si limita ad interventi legislativi spot, che non risolvono alcunché ma che si limitano a disfare ciò che funziona, senza intervenire realmente sui problemi, mentre Trento e Bolzano unite da quel poco che resta della regione navigano sempre più lontane tra loro.

 

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Dottor Gianluca Marches

Assistente amministrativo Comune di Lavis (Tn)

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