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ANTONIO BRANDI * CARTELLI PRO VITA & FAMIGLIA – TRENTO: « LE REAZIONI SCOMPOSTE DEGLI ABORTISTI TANTO DEMOCRATICI CHE HANNO OTTENUTO DAL SINDACO IANESELLI LA RIMOZIONE DEI NOSTRI MANIFESTI »

Spettabile direttore,

avendo letto gli articoli su due media trentini vedo le solite reazioni scomposte degli abortisti, tanto democratici che hanno chiesto ed ottenuto dal Sindaco Franco Ianeselli la rimozione dei nostri manifesti, e questo per manifesti affissi su spazi privati, con regolari permessi.

Tutti questi insulti ed attacchi, senza la minima conoscenza scientifica o la minima spiegazione. L’aborto è un male sempre e comunque perché toglie la vita a un innocente, un bambino minuscolo che alcuni ancora chiamano “grumo di cellule”, mentendo e sapendo di mentire, dato che siamo nel 2020 e la medicina, la biologia e l’embriologia hanno acclarato da numerosi anni che l’embrione e il bambino sono la stessa persona che poi sarà adolescente, adulta e anziana.

La sostanza dell’atto non cambia, sia che il bambino muoia di fame (con il mifepristone), sia che venga aspirato via dal grembo materno, sia che venga avvelenato o fatto a pezzi quand’è un po’ più grandino, sia che venga soffocato dopo che è nato.

Quel che cambia per la donna con la RU-486, rispetto ai metodi chirurgici è che è molto più pericoloso dell’aborto chirurgico. L’intento quindi della nostra campagna #Dallapartedelledonne è di informare, rendere le donne consapevoli dei rischi che corrono nello scegliere una pratica che certamente non offre loro alcun vantaggio, ma che la propaganda abortista e soprattutto le più recenti linee guida del ministro Speranza vogliono a tutti i costi incentivare.

Con l’assunzione della RU-486 (mifepristone) e dopo 48 ore circa delle prostaglandine (misoprostolo o simile), la madre è protagonista attiva dell’uccisione del figlio. Grazie alle nuove linee guida del ministro Speranza, può abortire “comodamente” a casa sua, quindi impregnare di sangue e di vomito le sue cose, i luoghi della sua vita quotidiana e – secondo la letteratura scientifica – nel 56% dei casi vede l’embrione espulso (suo figlio) nel water o sull’assorbente. Dal punto di vista psichico l’evento può essere traumatico.

Dal punto di vista fisico, l’aborto avviene comunque nel corso di diversi giorni e con molto dolore: crampi, emorragia (in media il sanguinamento dura dai nove ai 16 giorni), vomito, debolezza, febbre, mal di testa, diarrea, ipotensione sono gli effetti collaterali che si presentano normalmente – quando tutto va bene – per quasi tutte le donne (la letteratura scientifica in materia è abbondantissima: per esempio si può far riferimento alla bibliografia riportata da Ingrid Skop, sul Journal of American Physicians and Surgeons).

Gli effetti secondari sono tanto più gravi e tanto più frequenti, quanto più è avanzata la gravidanza: il ministro, però, ha ritenuto opportuno aumentare il limite di utilizzo della RU-486 da 49 a 63 giorni.

Poi ci sono gli effetti avversi (soprattutto emorragie ed infezioni) che si presentano quattro volte più frequentemente rispetto all’aborto chirurgico. Non solo: una donna su 20 deve comunque completare la procedura con una revisione della cavità uterina (raschiamento). La RU-486 può provocare anche la morte: prevalentemente a seguito di infezione grave (da Clostridium Sordellii), ma anche per problemi cardiaci.

Solo l’America mediante l’agenzia federale dei farmaci, la FDA, riporta che al 31.12.2018 24 donne sono morte a causa della pillola abortiva ma per accertarne la morte è necessaria autopsia che in America è a pagamento e risultato di cause legali. Ma i dati che abbiamo sono assolutamente insufficienti: c’è una spessa coltre di silenzio omertoso sulle conseguenze nefaste dell’aborto e della RU-486 in specie.

Le stesse Relazioni ministeriali sulla legge 194 del 1978 lamentano che i dati che arrivano sono incompleti e vaghi. Perchè non c’è un’autorità di farmacovigilanza sugli effetti del mifepristone? Quando le donne muoiono di aborto – e di aborto chimico in particolare – lo veniamo a sapere dalla stampa: quindi lo sappiamo solo se le malcapitate hanno parenti abbastanza colti e combattivi che non si rassegnano alla disgrazia, che sollevano la questione del perché e del come e delle eventuali responsabilità, tanto da finire sui giornali.

Poi vi è il Cytotec (Misoprostol), farmaco registrato per prevenire le ulcere gastriche ma viene spesso anche usato per abortire con le stesse complicanze e morti a causa della RU486. Quante donne sole, povere, appartenenti agli strati socialmente più svantaggiati della popolazione, sono morte di infezione o emorragia post aborto? Non lo sapremo mai.

Di contro, il ministro Speranza consente la somministrazione della RU-486 fuori dall’ambiente ospedaliero: la donna così si trova da sola a dover decidere se il dolore e l’emorragia sono eccessivi e se è il caso di correre al pronto soccorso per aver salva la vita. A Speranza hanno dato parere favorevole il Consiglio superiore della Sanità e la Società italiana ginecologi e ostetrici? Sì, ma tali pareri sono secretati: del resto non si capisce quali potrebbero essere le motivazioni scientifiche che hanno indotto a rimuovere tutte le cautele previste dalla normativa precedentemente in vigore (che prevedeva appunto che l’aborto dovesse svolgersi entro 49 giorni di gravidanza e in ospedale, con monitoraggio ecografico che accertasse la completa espulsione dell’embrione della placenta ecc.).

Perciò Pro Vita & Famiglia, con i manifesti tanto criticati e censurati, ha voluto mettere in guardia sui pericoli dell’aborto chimico. Noi siamo #dallapartedelledonne: gli abortisti ci accusano di “offendere le donne e la loro dignità”. E chi nasconde alle donne la verità sull’aborto? Ci sono anche femministe abortiste, senza i paraocchi dell’ideologia, come Renate Klein che concordano con noi. Ma anche queste voci sono censurate. Chi è, allora, che si preoccupa davvero della salute delle donne?

 

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Antonio Brandi – Presidente Pro Vita e Famiglia