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LETTERE AL DIRETTORE

WALTER PRUNER * CASO SEGRE – LINGUAGGIO OFFENSIVO: « IL CONSIGLIO PROVINCIALE DI TRENTO COLGA L’OCCASIONE PER UN VOTO UNANIME IN MERITO, NON SI CONFONDA IL DIRITTO DI PAROLA CON L’INFAMATA »

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10.30 - giovedì 28 ottobre 2021

“Una donna vergognosa che dovrebbe sparire”: queste le parole con cui dal palco di Bologna hanno apostrofato la settimana scorsa in una piazza pubblica la senatrice Liliana Segre. Liliana Segre che ancora con il numero 75190 tatuato sull’ avambraccio è costretta, lei, nel 2021, alla scorta, vittima di una storia incapace di pacificarsi con le proprie tragedie.

Non può essere  il tempo delle rispostine ma delle cesure nette.

Non si contano ormai più i continui superamenti della famosa linea di demarcazione, quel confine che separa il dicibile dal non dicibile, l’accettabile dal fango, la critica dall’insulto, il confronto dallo scontro.

Quando ci troviamo di fronte a questo serbatoio di odio quotidiano, minimizzando ed abbassando continuamente l’asta della tolleranza, noi procediamo come quando sottovalutando lo schiaffo domestico, che poi diventa un calcio, ed infine una coltellata, arriviamo poi a parlare al passato della donna del pianerottolo accanto.

Considerare il linguaggio offensivo, triviale, violento, falso, diffamatorio, una consuetudine cui non è possibile, o peggio, non ha senso porre una barriera, è una barbarie.

La logica del consentire a tutti di parlare confondendo il diritto di parola con quello della infamata riporta al centro dell’ argomento il tema del limite. Già, del limite. Si è portati a ritenere che tutto quello che la giustizia non riesce a perseguire sia permesso. Il giudice Davigo sostiene ormai da anni  che quando una persona invita un amico a casa e vede che a fine cena la posateria d’ argento manca  dei pezzi più pregiati, prima di tutto corre ai ripari e non inviterà più quell’ amico. Questo prima ancora di denunciarlo.

La politica invece è anni che sostiene il contrario, e cioè che non esistano atti impropri, sconvenienti, inadeguati, inopportuni fino al terzo grado di giudizio, confondendo il giudizio politico con la giustizia. E succede così che mentre in Germania un ministro si dimette per avere scopiazzato una parte di tesi, o che due strisciate galeotte di qualche centinaia di euro fermino la carriera politica di un ministro in Francia,  nel bel Paese invece le denunce continuino a costituire curricula.

Per fortuna i periodi cupi della censura in Italia sono finiti ed oggi  nessuno pensa minimamente di adire a vie legali per reati di opinione. La pluralità di scelte editoriali, televisive,  della rete web, consente di sbizzarrirsi nella ricerca di quello che si vuole trovare, indipendentemente dalla sua autenticità. Non è semplice filtrare  notizie vere da quelle false, e non sarà facile porvi rimedio. Ma il passare dalla notizia falsa alla calunnia sistematica, organizzata secondo sistemi scientifici, giocando sulla pressochè impossibile procedibilità a causa della impalpabilità e vastità del fenomeno è un fatto sul quale la politica deve intervenire, prima di tutto perché trattasi di fatto etico politico, ancora prima che penale. Una politica seria deve chiaramente affermare che quanto avvenuto sul palco di Bologna è un abominio, che gli assalti con le spranghe non sono colpa della indolenza delle forze dell’ordine, che la dittatura non è praticata dalla maggioranza verso la minoranza ma che è tale quando il  manipolo vuole imporsi sulla platea e non viceversa.

Questa testimonianza è richiesta alla classe politica nazionale e a quella domestica, sempre più sottoposte al fuoco di fila di una credibilità pubblica in caduta libera.

Questa linea di demarcazione non può essere la giustizia che la pone. Non è il suo compito.

Ora  che parte  dell’argenteria a fine cena se ne è andata, e le posate rimaste della responsabilità civile sono in mano a chi le sta usando come arma contundente, la soglia dell’ attenzione va assolutamente alzata.

L’ Autonomia riceve la propria linfa partendo da un modello culturale, prima che economico, insito in una Comunità di pensiero che non è quella roba lì. Di fronte a quegli eventi, a quei silenzi collusi, a quelle risposte  omertose di connivente equilibrismo, la nostra Autonomia non può stare in mezzo, deve, dobbiamo stare dall’ altra. Dalla parte di chi indignandosi, pone una cesura netta nei confronti della morte della ragione. Non dimentichiamoci che siamo anche la terra del Concilio, siamo la terra del grande volontariato che corre in soccorso dei terremotati ed annoveriamo figure rigorose e rispettose dell’altrui pensiero come i don Guetti, gli Alex Zanotelli; siamo anche terra di università ed intersezione millenaria  tra mondi culturali e linguistici diversi, che non possono inzozzarsi con quello che Martin Luther King profeticamente  chiamava la cattiveria dei malvagi contrapposta al silenzio degli onesti. Già, perchè è il silenzio della piazza, che  non reagisce alla bestialità, il sintomo più preoccupante di un collassamento civile inaccettabile.

Sarebbe credo un grande gesto di coraggio politico, dal costo nullo ma dal valore simbolico inestimabile, se il Consiglio provinciale dell’ autonoma provincia di Trento, almeno una volta e senza distinguo, cogliesse l’occasione per un voto unanime e chiaro in merito; poi se proprio le forze  non ne possono fare a meno riprendano pure a combattersi senza esclusioni di colpi, ma su questi principi sarebbe, oltre che etico, anche di monito e di forte concreta testimonianza politica che tanto gioverebbe alla credibilità dei suoi stessi attori.  Un minuto, per far sì che quella porta a vetri che separa la bouvette del Consiglio dalla gente comune sia almeno su questi temi simbolo di trasparenza e non di divisione.

Un’ Autonomia fresca, non imbalsamata e matura questo coraggio istituzionale penso possa, debba metterlo in campo.

 

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Walter Pruner

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