In questi giorni il dibattito sulla chiusura domenicale è assai vivo, e ho letto con interesse molti dei commenti sia in un senso che in un altro. Anche in Aula la discussione è stata particolarmente proficua: senza mai eccedere, tutte le forze politiche hanno espresso la loro opinione che ha poi portato all’approvazione della legge senza alcun voto contrario.

Ho notato, nelle varie prese di posizione pubblicate a livello giornalistico, lo scontrarsi di due fronti e due correnti di pensiero, anche se in realtà, andando oltre le dichiarazioni di principio (tutto aperto vs tutto chiuso) e leggendo bene la delibera e gli allegati che attuano la legge, la situazione che si presenta è, giustamente, frutto di alcuni compromessi, che ritengo valga la pena riportare.

È ben vero che il disegno di legge è nato con l’obiettivo di tutelare il diritto al riposo e alla vita familiare di chi opera negli esercizi commerciali, cogliendo, tra le tante criticità scatenate dalla pandemia, anche l’opportunità di alcuni nuovi comportamenti sociali, nonché il bisogno di dare maggior valore a quel che, alla fin dei conti, è veramente essenziale.

Nel perseguire tale obiettivo però non si è trascurato di pensare alla realtà. Innanzitutto, sono ovviamente esclusi dall’obbligo di chiusura domenicale gli esercizi commerciali di ben 81 comuni trentini ad elevata intensità turistica (a cui si aggiungono 4 località su crocevia di traffico turistico come Dro, Sarche, Loppio e Tione).

Nei restanti comuni, si è introdotta una deroga all’obbligo della chiusura domenicale e festiva per un massimo di 18 giornate annue, ad esempio in occasione di grandi eventi e manifestazioni che richiamano un notevole flusso di persone.

Trento, dipinta come “la grande esclusa” insieme a Rovereto, ad esempio, potrà contare, in occasione dei numerosi festival di pregio che ospita, piuttosto che durante il periodo dei Mercatini, sull’apertura dei negozi.

Vi è poi un nutrito elenco di esercizi esonerati dall’osservare le chiusure domenicali e festive a prescindere dal fatto che i relativi esercizi commerciali siano insediati in comuni individuati ad alta vocazione turistica o meno: i singoli esercenti di queste particolari attività di vendita potranno quindi, autonomamente, decidere se tenere aperti i propri esercizi o meno anche durante le domeniche e festività.

Si tratta di esercizi commerciali che vanno dalle gelaterie, rosticcerie, vendite di pane e latte, di generi di gastronomia di produzione locale ai di negozi specializzati nella vendita di mobili, fiori e piante, autoveicoli, piuttosto che farmacie, tabaccherie ed edicole, produttori agricoli che vendono i prodotti ottenuti dalla coltivazione delle proprie aziende agricole (ed altri ancora).

Quindi, a ben guardare, il Trentino non sarà il deserto dei Tartari dello shopping. Semplicemente, si è tentato, con questa legge, di porre un freno a una liberalizzazione spinta (la più spinta d’Europa), che, in termini valoriali e di costumi, a mio parere, non può che fare bene alla nostra società.

Persone che stimo mi hanno fatto notare che non deve essere lo Stato, piuttosto che la Provincia, a dirmi cosa devo o non devo fare la domenica. Può essere, ma anche la liberalizzazione totale spinge in una direzione (per semplificare, quella americana), che, a mio modesto parere, non fa altro che impoverire la società, a partire dalla forma basilare della stessa: la famiglia.

Infine, ancora qualche considerazione. Nella legge recentemente promulgata (la l.p. 4 del 2020), sono stati inseriti due elementi importanti, benché sottovalutati dalla gran parte del dibattito di massa di questi giorni: da una parte, il sostegno dedicato alla contrattazione come spazio ulteriore dedicato al rispetto dei lavoratori delle imprese coinvolte nelle aperture, e, dall’altra, l’impegno all’analisi dell’andamento, con eventuale integrazione o modifica della delibera attuativa, già al prossimo 31 ottobre.

A chiudere, un pensiero alla nostra Autonomia speciale. Molti ritengono che la via della Norma di attuazione (sostanzialmente un accordo diretto che le Province autonome fanno con lo Stato su un determinato tema) dovrebbe essere l’unica strada da percorrere per ottenere da Roma la possibilità di legiferare sulle chiusure senza timore di impugnative; quella è una strada aperta, importante da percorrere.

Ma il Consiglio provinciale di Trento è, e resta, il luogo deputato a scegliere il futuro della nostra Terra, ed è lì che il disegno che abbiamo per il Trentino (che sia di maggioranza, che sia di minoranza) deve trovare forma: nel dibattito al suo interno, che altre strade non consentirebbero.

 

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Consigliera Vanessa Masè (La Civica)