PROVINCIA AUTONOMA TRENTO

Covid-Free (6 puntata format Tv)

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ASSOCIAZIONE TRANSDOLOMITES

Intervista al Presidente Massimo Girardi

(Progetto Ferrovia Avisio - Mobilità di valle - Trasporto Brt)

Il Santuario di San Romedio costituisce uno dei luoghi di culto, ma anche di interesse culturale e ambientale in genere, più interessanti delle Alpi e d’Europa. Costruito nell’arco di oltre mille anni sulla tomba di Romedio, personaggio di origine bavarese che qui si ritirò all’epoca di Vigilio (IV-V secolo). E’ meta di pellegrinaggio ma anche di semplice interesse turistico e naturalistico, per la spettacolare localizzazione tra le rupi ed i boschi e per l’unicità architettonica, con una successione verso l’alto di 5 chiese collegate da una ripida scalinata.

Già nel 2011 l’allora consigliere provinciale dei Verdi Roberto Bombarda, riconoscendo l’alto valore artistico e culturale del luogo sacro, aveva chiesto, attraverso una mozione, approvata dal Consiglio provinciale di Trento, di valutare con la diocesi di Trento, gli allora Comuni di Coredo, Romeno e Sanzeno, la Comunità di valle e l’Apt, “l’opportunità di avviare l’iter per inserire il Santuario di San Romedio a Sanzeno tra i luoghi riconosciuti come Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco”. Ora forse, dopo un accurato lavoro di restauro e valorizzazione del Santuario, l’iter di riconoscimento potrà procedere anche grazie all’intervento della collega Demagri, la cui mozione appoggerò senz’altro quando sarà discussa in Consiglio provinciale.
Con la presente interrogazione desidero invece trattare un altro aspetto che riguarda il Santuario di San Romedio e mi riferisco all’orso che lì vive da anni in un recinto.
La leggenda racconta che Romedio di Thaur, eremita vissuto nel IV secolo dovesse recarsi a Trento e un servitore gli riferì spaventato che un plantigrade gli stava sbranando il cavallo. Romedio non si preoccupò e fece mettere la briglia all’ orso, il quale docilmente si lasciò cavalcare.

Va detto che nessun orso fu mai imprigionato nei pressi del Santuario, fino ai giorni nostri: nel 1958 Gian Giacomo Gallarati Scotti, senatore del Regno d’ Italia e ambientalista, riscattò da un circo l’orso Charlie. Per lui fu approntata una gabbia minima e da lì intrattenne i visitatori. L’ area fu migliorata un po’ solo in seguito, con la presenza di altri plantigradi.
Come non ricordare l’orsa Jurka che, arrampicata in cima all’ unica pertica di San Romedio, divenne un simbolo per la libertà. Entrò a san Romedio nel 2006, come orsa problematica; aveva tre cuccioli di un anno, lasciati a se stessi. Nel 2008 il fronte animalista ottenne che fosse spostata nello spazio di un ettaro al Castellar. Nell’ agosto 2010, si ottenne il suo trasferimento all’ Alternativer Wolf-und Barenpark Schwarzwald, piccola oasi nella Foresta Nera: 7 ettari che divide con altri orsi e alcuni lupi.

Ora a San Romedio dal 2013 vive l’orso Bruno. L’Apt della Val di Non racconta in questi giorni della bella amicizia nata tra l’orso e il suo custode Fausto. Quando Bruno venne liberato dalla cattività e trasferito a San Romedio, Fausto fu da subito incaricato di prendersi cura di quell’ospite tanto particolare e ancora oggi lo fa con dedizione e cura.

Il recinto, che è divenuto la casa degli orsi che si sono succeduti nel tempo, viene presentato come spazio grande un ettaro. Articoli di giornale che sono stati pubblicati negli anni (per esempio su Repubblica nell’agosto 2012) parlano di 1500 metri quadri. Rudigher Schmiedel, consulente a livello europeo per progettare ambienti dove accogliere orsi nati in cattività, dopo aver visitato San Romedio nel periodo in cui vi era rinchiusa l’orsa Jurka, nella sua relazione aveva affermato che il luogo non era assolutamente adatto ad ospitare un orso, nemmeno se nato in cattività.

Se corrisponde al vero che gli orsi ospitati erano e sono in condizioni di difficoltà è anche vero che questo tipo di animale è nato per vivere in zone che si estendono dai 200 ai 400 chilometri quadrati, hanno bisogno di corsi d’acqua di ampie dimensioni per la loro predisposizione a fare il bagno e necessitano di boschi e cespugli per nascondersi. A San Romedio queste condizioni non esistono. Al contrario, un orso rinchiuso in quella fossa non può evitare problemi alle articolazioni dovuti all’elevato tasso di umidità e alla insufficiente esposizione al sole.

Ritengo che gli animali abbiano diritto di vivere la loro vita in luoghi a loro consoni, e che debba essere compito della Provincia di Trento creare territori sostenibili per quegli orsi che, purtroppo, non possono tornare a vivere in libertà o, altrimenti, trovare loro una collocazione adeguata.

Gli orsi inoltre, anche grazie alle campagne pubblicitarie che li associano al santuario, sono diventati attrazione turistica. Lo dico tristemente, perché ricordo bene l’orso Charlie che aveva imparato a sollevarsi in piedi e congiungere le zampe, come chiedesse per favore, quando i turisti gettavano nel recinto le noccioline. Gli animali non devono mai divenire mezzo di attrazione turistica. Lo stesso signor Fausto, che lo cura, dichiara che Bruno si innervosisce per gli schiamazzi dei turisti.

Il Santuario di San Romedio non ha bisogno di un orso in carne ed ossa per attrarre visitatori. Questa zona di culto, di una bellezza unica e con un grande valore storico, artistico e culturale, non ha bisogno di sacrificare un orso a vantaggio di un riscontro turistico, specialmente se San Romedio diverrà, come auspico, Patrimonio dell’Umanità.

Dopo Bruno nessun altro orso dovrà essere rinchiuso a San Romedio.

Sono certa che ci sarà un abile scultore che saprà riprodurre in loco, su legno, la figura dell’orso, per ricordare ai posteri la leggenda dell’eremita Romedio di Thaur.

 

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Ciò premesso interrogo il Presidente della Provincia di Trento per sapere:

quanto sia effettivamente grande il recinto che ospita attualmente l’orso Bruno;

se nell’interno del recinto vi siano zone soleggiate, cespugli e specchi d’acqua e quali siano le loro dimensioni;

se ritenga utile, sentiti gli esperti, accertare se effettivamente una zona buia ed umida come quella che caratterizza il luogo dove vive Bruno sia adatta ad ospitare un orso;

se non ritenga che il Santuario di San Romedio non abbia necessità, vista la sua bellezza e il suo valore storico, artistico e culturale, di un orso in carne e ossa per attrarre i turisti;

se non ritenga opportuno, sentiti la Diocesi di Trento (proprietaria del Santuario di San Romedio e quindi anche del recinto dell’orso), i Comuni interessati e la Comunità della Valle di Non decidere, dopo la morte di Bruno, di non ospitare più orsi a San Romedio;

se non ritenga, sempre sentiti gli attori interessati, affidare i lavori per la realizzazione di una scultura in legno raffigurante l’orso da erigere nei pressi del Santuario a memoria della leggenda dell’eremita Romedio di Thaur;

se non ritenga che sarebbe utile cercare o creare spazi adeguati ad accogliere gli orsi problematici o in difficoltà, permettendo loro di vivere una vita dignitosa, consona alla loro attitudine e lontana dall’attenzione turistica.

 

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Cons. Lucia Coppola