PROVINCIA AUTONOMA TRENTO
Covid-Free (27ma puntata format Tv)

Anche nell’emergenza sanitaria la scuola deve rimanere un luogo di relazioni interpersonali e didattica in presenza. Raccolto dai responsabili Apss e Pat l’appello lanciato in V Commissione dal Consiglio del sistema educativo e dai genitori per i “Diritti in una scuola reale”. Il direttore del dipartimento prevenzione annuncia: in arrivo test antigenico rapido Covid-19, diverso dal tampone salivare, che permetterà di conoscere l’esito entro un quarto d’ora.

Anche in questa fase di emergenza epidemiologica la scuola non va ospedalizzata e deve rimanere un luogo educativo e di relazioni interpersonali in cui si insegna e si apprende, priorità da non sacrificare al rispetto delle regole sanitarie. Per non paralizzare l’attività mettendo le classi in quarantena, ridurre i tempi di attesa dei risultati dei tamponi e garantire così la continuità didattica, l’Azienda sanitaria pensa ad un “test rapido antigenico Covid-19”, diverso da quello salivare e considerato scientificamente attendibile. E’ quanto è emerso oggi dal confronto che ha animato i lavori della V Commissione tra i rappresentanti del Consiglio del sistema educativo e del gruppo promotore dell’iniziativa “Diritti in una scuola reale”, con il direttore del dipartimento di prevenzione dell’Apss, la sovrintendente scolastica, l’assessore all’istruzione, il dirigente del dipartimento che da lui dipende e il responsabile del servizio mobilità e trasporti della Pat. L’audizione era stata chiesta dal presidente del Consiglio del sistema educativo e dai genitori referenti del comitato “Diritti di una scuola reale”, per poter evidenziare le criticità che a loro giudizio sono emerse in queste ultime settimane dopo la ripartenza delle attività didattiche in presenza. E chiedere alla Provincia di rivedere l’approccio con cui affrontare i problemi.

 

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Il Consiglio del sistema educativo: no all’ospedalizzazione della scuola.

Il presidente del Consiglio del sistema educativo provinciale (Csep) ha messo l’accento sulla crisi della scuola in questa fase ricordando di aver più volte sollecitato la Provincia ad elaborare una strategia complessiva per affrontare i problemi. A presentare le maggiori criticità, ha spiegato il presidente, sono le misure di sicurezza introdotte: l’imposizione di un rigoroso rispetto delle regole nelle scuole stride in modo evidente con la promiscuità in cui si trovano gli alunni. Si ravvisa inoltre una clamorosa contraddittorietà con le misure adottate in ambiti esterni come lo sport. Nelle scuole si applicano norme che rendono impossibile la pratica dell’attività motoria nelle ore di educazione fisica. Secondo il Csep la Pat dovrebbe quindi allentare le misure in questo campo. L’organismo denuncia un’arbitrarietà nell’applicazione delle regole da parte dei singoli istituti e talvolta anche dei singoli docenti. La richiesta rivolta alla Pat non è di rendere più stringenti le regole nello sport, ma di adeguare le regole scolastiche. Perché a differenza che in altri settori, nella scuola le misure restrittive si intendono come inderogabili. La domanda di fondo posta dal presidente del Csep è se in queste condizioni eccessivamente restrittive sia possibile le finalità educative e di insegnamento proprie della scuola. Che ne è del diritto all’istruzione costituzionalmente garantito? Un altro interrogativo importante per il Csep riguarda la didattica: se già in presenza la personalizzazione dell’insegnamento è molto complessa, come si può immaginare che a distanza si possano raggiungere obiettivi personalizzati? Il rischio è che la didattica digitale non sia affatto una didattica “due punto zero”, ma solo “didattica zero”.

Per il presidente dell’organismo “questa scuola ospedalizzata e bloccata dalla paura è inaccettabile, è l’esatto contrario della scuola di qualità auspicata dallo stesso assessore”. Mentre anche in questo caso “la pandemia dovrebbe essere l’occasione per un cambio di rotta”. “E invece con il pretesto dell’emergenza sanitaria le scuole continuano a svolgere in videoconferenze riunioni di ogni tipo: organi collegiali, collegi docenti, consigli di classe e di istituto anche con votazioni “a distanza” la cui regolarità è lecito mettere in dubbio. Ecco allora che per il Csep occorre che la Pat riconosca l’importanza insostituibili che nella scuola hanno le relazioni interpersonali, per le quali sono necessari gli incontri e l’attività in presenza. Sulla base di quali dati, ha chiesto il presidente dell’organismo, si continuano a proporre la didattica e queste attività a distanza non più come una risposta all’emergenza ma come una “nuova normalità”? Il vicepresidente del Csep, che è anche presidente della Consulta dei genitori, ha aggiunto la richiesta di una maggiore concertazione tra i settori di interesse per la scuola: trasporti, sanità, sport. Nel servizio trasporto alunni – ha detto – emerge infatti una carenza di controlli che invece nelle scuole sono molto stringenti. Risultano inoltre scarse e contraddittorie le informazioni fornite alle famiglie degli alunni.

 

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I genitori “per i diritti della scuola reale”: contro una scuola ridotta a caserma.

Una mamma referente del Comitato diritti della scuola reale ha protestato perché dopo due settimane dalla riapertura delle scuole, l’osservanza delle regole negli istituti non hanno uguale rispetto ad altri ambiti della società. “La scuola – ha denunciato – è oggi come una caserma il cui unico obiettivo è non ammalarsi. La giornata scolastica dei bambini delle elementari è scandita dai protocolli: lavaggio delle mani e igienizzazione delle penne, possibilità di andare al bagno solo in momenti prestabiliti, divieti di parlare mentre si pranza e di giocare durante la ricreazione. E ancora: obbligo di consumare in fretta nei banchi le merende di mezza mattina, sempre sotto gli occhi delle maestre. Magari nessuno si ammalerà – ha concluso il genitore – ma così la scuola rinuncia al proprio compito educativo primario: quello dell’insegnamento. La referente del comitato ha anche protestato per i grandi titoli, da lei definiti “irresponsabili”, che in questi giorni hanno riempito le prime pagine dei quotidiani locali a proposito dell’unico morto per Covid registrato in questi ultimi mesi. “I bambini a casa – ha proseguito – raccontano tutti i giorni di una scuola che a loro non piace, per la quale non hanno più alcun entusiasmo. Aver tolto loro la socialità e il gioco ha gravi ricadute sull’apprendimento. Ci si preoccupa della loro salute ma qualcuno si interessa dell’impatto psicologico delle regole adottate? La mamma ha lamentato anche la richiesta rivolta dalla Pat ai docenti di adottare una “didattica essenziale”, che rischia di rivelarsi una didattica a metà: “si fanno meno ore di insegnamento delegando perfino ai documentari televisivi un compito che dovrebbe appartenere solo alla scuola”.

 

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Si punti su test rapidi per garantire la continuità didattica.

Un altro genitore referente del comitato ha precisato che è ancora presto per tracciare un bilancio dell’anno scolastico, ma l’impressione è che di fronte a questo allarme l’amministrazione non si dimostri sufficientemente sensibile. “Non vi sono informazioni ponderate – ha osservato – ma solo costante allarmismo: una caccia al positivo anche se i contagi non sono tanto preoccupanti”. Sbagliato è a suo avviso aver sommato le regole da osservare introdotte dalla Provincia a quelle prescritte a livello nazionale. Il risultato è un eccesso di regolamentazione. In nome di queste regole, ha proseguito, “nelle scuole trentine si fanno riunioni a distanza perché per molti docenti è più comodo, ma questo svilisce il ruolo degli organi collegiali”. A suo avviso nella scuola oggi si alimenta la paura, ma aprire le scuole non può significare solo aprire i cancelli. Così si riduce la scuola a una realtà burocratica. Rispetto al rischio di nuove chiusure delle scuole causate dall’avvicinarsi di influenze ordinarie, i genitori del comitato evidenziano la necessità di garantire la continuità didattica prevista dalla legge per soddisfare il diritto all’istruzione. “La dichiarazione di uno stato di emergenza non sospende il rispetto per l’attuazione di questo diritto fondamentale”. La Pat dovrebbe quindi circoscrivere quest’emergenza nel tempo e nei suoi effetti. Quanto alla “didattica digitale integrata”, come è stata ribattezzata la didattica a distanza, anche per questo genitore “non è una metodologia alternativa ma solo una tecnica che utilizza strumenti diversi. E uno strumento non è un metodo”. Secondo i genitori del Comitato l’unica metodologia di insegnamento adeguata nella scuola è la didattica in presenza. La didattica digitale è limitante e più faticosa di quella in classe. E con i bambini non si può adottare senza la presenza di un adulto. Va quindi evitata il più possibile perché non evita la discontinuità didattica. Inoltre non vi sono mezzi sufficienti perché tutti gli istituti, i docenti e gli alunni se ne possano servire. Specie in una fase in cui i fondi per le scuole subiscono tagli continui. Cosa propongono quindi i genitori del Comitato “diritti per una scuola reale”? Finora, ha concluso il referente, la Pat ha adottata l’ottica della prevenzione nella scuola. Ma le regole della prevenzione vengono applicate in modo esagerato. Le scelte andrebbero allora orientate al versante della terapia e della diagnosi. Come? Puntando sui test rapidi, visto che i medici di base non possono fare da filtro per quanto riguarda i tamponi. Oggi i tempi di risposta dei test sono troppo lunghi. “Occorre allora di mirare ad una maggiore efficienza dell’aspetto diagnostico, con l’Apss che si faccia direttamente carico dei casi segnalati”. La richiesta dei genitori è quindi di accorciare il più possibile i tempi della diagnosi per salvaguardare l’attività didattica.

 

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Il direttore dipartimento prevenzione: necessario individuare gli asintomatici.

Il direttore del dipartimento di prevenzione dell’Azienda sanitaria (Apss) ha ricordato che la Pat ha “messo a terra” le regole nazionali adottando scelte organizzative adeguate alla scuola e al tempo stesso su basi scientifiche garantite. Per questo, ha aggiunto, la situazione della scuola trentina è migliore rispetto ad altri territori, con solo 21 classi su 4000 interessate da un caso di positività, 14 ancora in quarantena mentre 7 sono state “liberate” tra materne, elementari e superiori. Si sta valutando di applicare ai docenti delle superiori lo stesso protocollo sulla quarantena adottato per quelli delle scuole dell’infanzia per permettere loro di continuare l’attività didattica. Oggi nella scuola trentina anche in presenza di un soggetto sintomatico le lezioni proseguono regolarmente. Si attende l’esito del tampone e poi si interviene. “Per la maggior parte – ha sottolineato – l’esito è negativo e riteniamo di poterci assumere il rischio di aver qualche caso positivo ma di far continuare le lezioni”. “Dal momento che gli asintomatici giocano un ruolo chiave nella trasmissione del virus, l’aspetto diagnostico preventivo nella scuola è irrinunciabile”. “Questo – ha evidenziato il direttore, perché non si può intervenire sulla terapia quando i soggetti sono contaminati”, se non esponendo a gravi rischi la popolazione anziana. Oggi infatti, ha puntualizzato, nella popolazione anziana l’80-85% dei casi positivi è sintomatica, mentre gli asintomatici sono il 15%. “Se dalla popolazione giovane il Covid passasse agli anziani la situazione tornerebbe insostenibile”. Sbaglia quindi la stampa locale ad identificare il Trentino con una “zona rossa” : la verità secondo il direttore è che “la Pat è impegnata ad evidenziare gli asintomatici che sparpagliano il virus per impedire che arrivi alle coorti di anziani e immunodepressi”. “Grazie a questa strategia per individuare gli asintomatici anche nelle scuole oggi il Trentino ha il più basso numero di ricoveri proprio”.

 

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Test antigenici rapidi (non salivari) per conoscere l’esito in un quarto d’ora.

Il direttore ha assicurato comunque che nei prossimi mesi i protocolli “potranno migliorare”. E ha insistito sul fatto che “riuscire a tenere aperte le scuole è un elemento chiave per fare da driver per la salute del resto della società trentina”. “Si potranno trovare mediazioni con le esigenze emergenti dalle famiglie – ha promesso – ma dateci tempo 15-20 giorni per aggiornare il protocollo e andare incontro anche a queste istanze”. “Il tema dell’approccio diagnostico è reale – ha aggiunto condividendo la proposta dei genitori – e proprio “per questo la Provincia pensa di adottare dei test diagnostici rapidi, i test antigenici rapidi, diversi dai test salivari. Se utilizzati in soggetti asintomatici, questi test possono dare rivelare i positivi nel giro di un quarto d’ora”. “Questo sarà fondamentale per permettere alle famiglie e alle scuole di conoscere subito l’esito del test. Finché però il caso non è accertato, la scuola può continuare l’attività in maniera regolare”. Il direttore ha sottolineato che “lo sforzo di mantenere la scuola aperta per dare a tutto il resto della comunità un segnale forte di normalità è complicato, perché la scuola è connessa ai trasporti e ad altri settori e per questo stiamo monitorando ogni giorno la situazione”. Importante, ha aggiunto, è anche realizzare una formazione classe per classe perché i ragazzi capiscano la ragione di quel che chiediamo loro. “Il nostro obiettivo è di far girare il virus il meno possibile nelle classi scolastiche: al contrario dell’approccio inglese che voleva far correre l’epidemia nelle classi basse. Con il risultato di causare migliaia di ricoveri e di morti. Così poi sono tornati indietro. E ora tutti stanno seguendo il modello italiano”. “Lotterò con tutte le mie forze per evitare altri lockdown – ha concluso il direttore – perché ogni classe scolastica sia un gruppo-stanza impermeabile. Così al limite si blocca una classe ma non la scuola intera, un comparto produttivo ma non tutta la fabbrica”. “Lo stesso modello – ha ricordato – lo stiamo applicando anche all’interno degli ospedali, limitando ad esempio gli operatori che leggono le lastre”. “Anche dal punto di vista del sindacato – ha aggiunto – questo un messaggio è passato ed è stato condiviso. Certo l’approccio deve essere flessibile. Ci aspettano dei mesi complicati – ha concluso – perché la sindrome influenzale che sta arrivando sarà difficile da distinguere dal Covid”. Infine il direttore ha espresso apprezzamento perché per la prima volta la Pat ha scelto di offrire la vaccinazione anti-influenzale gratuita ai docenti. Anche questo elemento ridurrà l’impatto della sindrome influenzale nel corpo docente”.

 

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L’assessore: scuola diversa da prima ma solo così potrà rimanere aperta.

L’assessore all’istruzione ha precisato che non si possono certo imputare alla Giunta provinciale i titoli allarmistici utilizzati dai giornali in questi giorni. E ha aggiunto, contro l’eccessiva rigidità di cui sono stati accusati i docenti, che molti insegnanti si prendono cura degli alunni comprendendo le difficoltà dei bambini e dei ragazzi. Fondamentale, ha proseguito, è la collaborazione del dipartimento istruzione con la sanità trentina per l’adozione delle misure organizzative. Certo queste regole rendono la scuola diversa da com’era prima del Covid, ma questa è la condizione necessaria perché gli istituti possano rimanere aperti e non chiudere di nuovo. Gli sforzi messi in campo ora in vista del periodo invernale e quindi anche influenzale, sono finalizzati a questo scopo. Le misure potranno essere più flessibili se oggi prestiamo la massima attenzione alle possibili ricadute che la riapertura delle scuole avranno sul sistema, viste le connessioni tra gli alunni, le famiglie e vari altri settori della società. L’approccio è di prudenza per permettere che la scuola lavori in presenza. La Pat punta a ridurre il periodo di quarantena nella scuola primaria. Ma i test devono essere ritenuti affidabili su basi scientifiche. Molte delle misure sono state accettate e capite e su queste basi la scuola trentina potrà rimanere aperta e lavorare nel migliore dei modi. Quanto ai protocolli, l’assessore ha replicato alla critica ricordando che quelli trentini non si discostano tanto da quelli nazionali: non c’è quindi sovrapposizione.

 

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I genitori apprezzano la concretezza del responsabile Apss.

Il genitore ha apprezzato molto la concretezza e la sensibilità del direttore del dipartimento prevenzione dell’Apss, “che sembra aver ben chiaro l’obiettivo di tenere aperta la scuola in modo che lavori in funzione dei suoi obiettivi”. All’assessore ha chiesto che a gestire le misure emergenziali nelle scuole sia il servizio istruzione della Pat evitando di delegarne la responsabilità ai singoli istituti, perché spesso dirigenti e docenti non sono sufficientemente preparati. Come dimostrano le troppe riunioni online di cui non vi è la necessità. Anche per questo servirebbe, a suo avviso, un monitoraggio.

 

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La sovrintendente scolastica: niente didattica a distanza se non in casi eccezionali.

La sovrintendente scolastica provinciale, a proposito del modo con cui i bambini e i ragazzi vivono oggi la scuola, ha sottolineato che “la scuola che anche noi vogliamo non è assolutamente quella della didattica a distanza”. Certo, neanche stare fermi nei banchi e non poter fare attività che mettono in contatto gli alunni, neppure questa è la scuola che vogliamo. Ma il buon senso dovrebbe fare apprezzare il passaggio compiuto da giugno a settembre. “Non credo – ha detto rispondendo alle preoccupazioni dei genitori – che questa sia una scuola ospedalizzata. Né che la priorità assoluta della scuola sia pure in questa fase emergenziale sia la salute. Si sta cercando piuttosto di conciliare diritto alla salute e diritto allo studio. Quanto alle scienze motorie, ha aggiunto, nel servizio istruzione della Pat c’è un apposito ufficio che se ne occupa e che con i docenti ha individuato le attività che si possono svolgere per questa disciplina. Sulla richiesta di essenzialità della didattica, la sovrintendente ha ammesso che è stata chiesta dalla Pat ai docenti, ma nel senso che in un anno scolastico che presenta delle incognite, occorre elaborare in ogni scuola una programmazione degli insegnamenti delle “materie” che sia assolutamente imprescindibile, riservandosi semmai in seguito ulteriori ampliamenti. In quest’ottica – ha proseguito – i viaggi di istruzione e alcune progettualità che davano qualità alla scuola trentina e che quest’anno saranno realizzati meno che in passato, lasceranno spazio ai saperi “essenziali”. Infine la sovrintendente ha sottolineato che la scuola trentine non sta affatto lavorando con la didattica digitale a distanza, il cui utilizzo è stato consigliato solo se vi sono alunni che non possono frequentare, quindi in casi del tutto eccezionali.

 

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Il dirigente del dipartimento istruzione: abbiamo segnalato alcune rigidità ai responsabili della sanità per tutelare la specificità educativa della scuola.

Il dirigente del dipartimento istruzione ha sottolineato che il gioco di squadra fatto in questa fase ha permesso di ripartire bene con la scuola. La Pat è continuamente a contatto con i genitori e i docenti – ha detto – per cogliere le osservazioni e adattare le regole alle esigenze che emergono. Oggi va messo al centro il tema della didattica in presenza, perché i giovani riprendano contatto con la scuola reale, che la Pat giudica fondamentale per la loro crescita. Certo, le regole sono presenti ma sono state prese dal livello nazionale. “Ieri – ha ricordato – abbiamo evidenziato alcune rigidità al responsabile dell’Apss. Insistendo sui temi dei tamponi e della quarantena. Il confronto con sanità, protezione civile e trasporti è continuo e si cercano soluzioni di compromesso che tutelino la specificità del settore educativo della scuola. L’obiettivo è quindi la normalità, anche se con la consapevolezza che le difficoltà esistono. Non navighiamo a vista, ma i casi sanitari difficili vanno gestiti con impegno e sinergia con la sanità perché le situazioni cambiano e vanno controllate. Il sistema al momento regge e abbiamo provveduto a dare indicazioni per gestire eventuali emergenze”.

 

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L’80% per il trasporto alunno sui mezzi pubblici permette la scuola in presenza.

Il dirigente del servizio trasporti ha rivendicato alla Pat il merito di aver valorizzato con le politiche adottate in questo settore il profilo della scuola in presenza. “Tra le regioni noi siamo stati uno dei principali sostenitori della necessità di arrivare ad un nobile compromesso tra le esigenze del trasporto alunni e quelle della scuola, propiziando il raggiungimento dell’obiettivo dell’80% di utilizzo dei mezzi pubblici. “Con un 50% dei carichi a bordo (e in Trentino gli studenti trasporti sono 50.000) – ha spiegato il dirigente – a situazione trasportistica immutata, nella nostra provincia avremo avuto 11.000 studenti, soprattutto delle superiori, costretti a rinunciare ai mezzi pubblici. Una situazione drammatica”. “Ogni giorno – ha ricordato – vi sono monitoraggi su tutte le corse e spesso la percezione risulta errata rispetto alla capacità di carico dei mezzi, ma non si sfiora mai il limite previsto. Certo l’80% non significa autobus senza posti in piedi. L’80% è una deroga rispetto al criterio di distanziamento nel mezzo.

 

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Corsi Iprase da prima dell’estate con corsi per i docenti sulla didattica e il Covid.

Una consigliera di minoranza ha posto alcune domande: se e come la Pat abbia pensato di indurre gli insegnanti a non tornare, in questa fase, alle lezioni frontali; se la Consulta dei genitori stia facendo in solitaria o d’intesa con il dipartimento della Pat un monitoraggio per capire quale sia la situazione oggettiva sia dei trasporti alunni sia all’interno delle scuole sul piano sanitario; e infine se sia una scelta il fatto di non comunicare il nome degli istituti in cui le classi sono a casa mentre la Provincia di Bolzano segnala a quali istituti appartengono i gruppi in quarantena.
La sovrintendente ha risposto che Iprase ha varato per i docenti prima dell’estate un piano straordinario di formazione alla luce dell’attuale situazione. Sono stati attivati corsi per i docenti orientati fornire ulteriori competenze sulle metodologie didattiche da adottare, senza rinunciare ai laboratori scientifici pur con tutte le cautele del caso, né alle attività motorie. Certo non si può evitare del tutto la didattica frontale, ma Iprasa sta lavorando per supportare la scuola in questa fase. Quanto al monitoraggio, il dirigente del dipartimento istruzione ha segnalato che con il comitato di valutazione sta studiando l’avvio di un monitoraggio sull’attività didattica, anche se la richiesta è di rinviare l’iniziativa ad un periodo più tranquillo. Quanto all’informazione su quali siano le scuole con classi in quarantena, la sanità ha finora adottato una scelta di prudenza, dal momento che gli accertamenti dei casi hanno bisogno di tempo. Il presidente della Consulta genitori ha precisato che il monitoraggio su trasporti mensa e gestione di problematiche di istituto aveva solo uno scopo informativo interno.

 

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Nuova iniziativa culturale diretta della Pat: una Giornata per ricordare le vittime e i caduti della Grande Guerra, che sarà celebrata il 14 ottobre di ogni anno.

La V Commissione si espressa poi con quattro “sì” della maggioranza e due voti di astensione delle minoranze a favore di una delibera della Giunta provinciale per l’approvazione dei criteri per gli interventi diretti della Provincia previsti all’articolo 9 della legge provinciale 15 del 2007 sulle attività culturali. Tra le iniziative dirette gestite e finanziate dalla Pat è stata inserita anche la “Giornata per ricordare le vittime e i caduti trentini della Grande Guerra, che cadrà il 14 ottobre di ogni anno”.
L’organismo si è espresso anche, sempre con 4 sì e un voto di astensione delle minoranze, a favore della risoluzione proposta in merito alla “Comunicazione Com 2020 37 Final” relativa al programma di lavoro dell’Unione europea per quest’anno, integrata con un riferimento al Recovery Fund chiesto dalle minoranze. Stesso risultato, subito dopo, per la votazione con cui l’organismo ha dato il via libera alla relazione conclusiva sulla petizione popolare numero 5, riguardante l’organizzazione dei servizi scolastici in seguito all’epidemia in corso.