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PROF GIOVANNI WIDMANN * LOCKDOWN – LETTERA AGLI STUDENTI DEL LICEO “ RUSSEL “ DI CLES (TN): « IL DOLORE CI FA PIÙ FORTI, CRESCIAMO ATTRAVERSO CIÒ CHE CI FA RESISTENZA »

Nei giorni scorsi ho inviato agli studenti dei miei corsi. Essa faceva seguito a una prima lettera, inviata nella primavera scorsa quando si era nel pieno lockdown. Vuole essere un motivo di speranza, per tutti noi.

*

 

«Giustizia dà come contrappeso a chi ha sofferto l’apprendimento.» Eschilo, Agamennone, vv. 250-11.

Ci sono, nell’esperienza degli uomini, situazioni-limite che li allontanano drammaticamente dalla tranquilla e rassicurante realtà quotidiana e li pongono nelle condizioni di riflettere su ciò che è davvero fondamentale nella vita, avendo conosciuto il dolore e la mancanza. Ecco, io credo che l’esperienza esistenziale che ormai da più di un anno tutti noi stiamo vivendo, e in particolare l’impossibilità di vivere normali relazioni interpersonali a causa delle restrizioni e del distanziamento fisico e sociale che ci è stato imposto per contenere la diffusione del virus, abbia contribuito a farci comprendere quanto siano importanti i rapporti umani diretti, le relazioni sociali non mediate dalla barriera di uno schermo e nello stesso tempo quanto abbia contribuito a riconoscere come non essenziali, per non dire superflue, tante attività e cose che prima consideravamo prioritarie, mentre invece non lo erano. In questo senso possiamo dire che la privazione favorisce l’apprendimento, ma anche che il dolore accomuna e crea legami profondi e duraturi.

In questo senso l’incontro tra Achille e il vecchio Priamo raccontato da Omero nell’Iliade è emblematico in quanto rappresenta una condizione universale, la cifra paradigmatica di un processo di umanizzazione attraverso la comune esperienza del dolore. Perché ciò che è universale è per ciò stesso sempre in qualche modo attuale e sa parlare a noi ancora oggi, è contemporaneo.

Priamo si reca da Achille per richiedere il corpo del figlio Ettore che quello ha ucciso in duello, al fine di dargli onori e sepoltura; Ettore, che a sua volta in duello aveva ucciso l’amico devoto e fraterno di Achille, Patroclo. Ma in quel momento, sotto la tenda di Achille presso il campo acheo, il rancore reciproco lascia il posto alla pietas e alla più pacata rassegnazione, nella consapevolezza di un comune destino di afflizione, affratellati dalla considerazione dell’orizzonte della morte quale necessaria umana condizione, ineluttabile ed estremo orizzonte esistenziale che rende vana ogni ritorsione:

 

«Come hai osato recarti da solo alle navi degli Achei,

al cospetto dell’uomo che numerosi e gagliardi
figli t’ha ucciso? Hai un cuore forte come l’acciaio!

 

Ma su, riposati su questo seggio, ed anche se afflitti,

lasciamo comunque dormire nel cuore i dolori;
da lamento che ci raggela non viene un guadagno:
gli dei stabilirono questo per gl’infelici mortali,
vivere in mezzo agli affanni; loro invece sono sereni».

Il dolore apre nuove prospettive sull’esistenza e commuove; il dolore è per comprendere. Se è vero che il dolore non ha senso, è altrettanto vero che un senso lo può ricevere.

Ecco allora che noi, doloranti e addolorati per questi mesi di isolamento protratto e involontario, tra tante frustrazioni e lamenti, tra malesseri e agitazioni, noi possiamo farci carico di questa angoscia, ognuno di noi può assumere su di sé il dolore dell’altro e insieme possiamo ricominciare a sperare, avendo acquisito più forza e consapevolezza, uniti da un sentimento inedito di comunione. Perché nessun dolore è invano, ma ci fa più saggi, più sensibili e maturi. Perché

 

«accade certo che talvolta

ciò che è pauroso sia un bene
e deve restare, assiso,
a vigilare sulle menti degli uomini.

Giova esser saggi
per via di costrizione.»

Nessun dolore, quantunque possa essere sofferto in solitudine, lascia soli ma unisce e avvicina. Il dolore ci fa più forti. Non dobbiamo mai dimenticare che cresciamo resistendo e ancor più cresciamo attraverso ciò che ci fa resistenza.

Se ricordate, esattamente un anno vi scrissi una prima lettera. Allora eravamo in pieno lockdown e l’angoscia era palpabile, anche perché la pandemia era un evento nuovo di cui si sapeva ancora poco. Adesso è diverso e tutto fa sperare che se ne potrà uscire; faticosamente, ma se ne potrà uscire.

Siamo al cospetto di una nuova primavera, appena sbocciata. Così come la nuova stagione allontana i rigori dell’inverno, allo stesso modo noi possiamo riprendere il nostro cammino e uscire da quest’inferno.

È il mio auspicio, rivolto soprattutto a voi, ragazzi, che tanto avete patito e patite questo isolamento dai vostri compagni, dal mondo e dalla vita, affinché possiate – possiamo, tutti insieme -, veder «de le cose belle che porta ‘l ciel, per un pertugio tondo», che è il nostro sguardo rinnovato sulle cose dopo tanto algore, e finalmente uscire «a riveder le stelle.»

 

 

Professor Giovanni Widmann

Liceo Russel – Cles (Tn)

 

 

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