Gentile direttore Franceschi,
allego quanto oggi pubblicato sul quotidiano l’Adige, anche per consentire la visione ai lettori di Opinione.
Claudio Cia
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Sanitari dimenticati: nelle strutture accreditate si cura come nel pubblico, ma gli stipendi restano fermi al 2018.
Mentre il mondo è cambiato, le retribuzioni del personale sanitario delle strutture accreditate restano ferme al 2018. In Trentino centinaia di infermieri, OSS, fisioterapisti, tecnici e medici garantiscono cure con la stessa professionalità dei colleghi del pubblico, ma con contratti bloccati da sette anni.
L’inflazione ha eroso i salari e i costi sanitari sono aumentati, ma in Trentino le tariffe delle prestazioni erogate dalle Strutture accreditate hanno avuto solo un ritocco marginale, limitato a poche attività e destinato ad arginare i bilanci, non a colmare il divario con il pubblico. Così, a parità di turni e mansioni, gli stipendi restano fermi: nuovi contratti sono impossibili senza tariffe mirate a questo scopo.
La Provincia autonoma di Trento ha recentemente stanziato nuove risorse per aumentare gli stipendi del personale degli ospedali pubblici, e i sindacati sono al lavoro per APSP e RSA. Nulla, invece, per le strutture ospedaliere accreditate. Eppure per i pazienti non cambia nulla se si entra al Santa Chiara (pubblico) o al San Camillo (accreditato), al S. Maria del Carmine (pubblico), alla Solatrix o all’Eremo di Arco (accreditati): per noi cittadini le cure sono le stesse, ma per chi lavora la differenza è enorme.
Qui emerge il nodo di fondo: il sistema sanitario pubblico è tale perché deve garantire a tutti le prestazioni essenziali, indipendentemente dal fatto che l’erogatore sia un ospedale pubblico o una struttura privata accreditata. Eppure, mentre per il personale pubblico è “naturale” trovare risorse aggiuntive attingendo alla fiscalità generale, gli ospedali accreditati vivono con il fiato corto, legati alle tariffe delle prestazioni stabilite dall’ente pubblico, senza possibilità autonoma di adeguamento. Per i loro operatori, gli stipendi possono crescere solo quando il politico o l’amministratore decide di aggiornare le tariffe e di vincolare tali risorse alla spesa per il personale.
Perché allora la politica ha da sempre a cuore lo stipendio dei dipendenti pubblici e non mostra la stessa attenzione verso chi, nelle strutture accreditate, garantisce lo stesso servizio ai pazienti?
Un confronto con l’Alto Adige mostra la distanza: a Bolzano, con l’accordo integrativo provinciale firmato tra l’Associazione delle strutture accreditate e i sindacati, la Giunta provinciale ha deliberato nuove tariffe per le case di cura accreditate che erogano prestazioni di riabilitazione, post-acuti e assistenza intermedia, valide dal 1° luglio 2025. La Provincia ha stanziato 4 milioni di euro per il secondo semestre 2025 e 8 milioni per ciascuno degli anni 2026 e 2027, vincolando tali risorse al miglioramento delle retribuzioni e delle indennità del personale. Un modello che, pur non risolvendo ogni problema, ha rappresentato un riconoscimento concreto del lavoro svolto e un passo importante verso una maggiore equiparazione con il settore pubblico.
Perché a Trento non si segue lo stesso modello? Perché si riconosce il valore degli operatori pubblici e delle APSP ma si ignorano quelli delle strutture accreditate, che svolgono un servizio altrettanto indispensabile ed insostituibile?
Senza queste realtà, il sistema sanitario provinciale non reggerebbe. È tempo di superare rinvii e incertezze: servono tariffe aggiornate e mirate, rinnovi contrattuali e pari dignità per tutti i professionisti della salute, indipendentemente dal datore di lavoro.
Chi ogni giorno si prende cura delle persone non può essere trattato come un lavoratore di serie B. Garantire condizioni economiche dignitose significa rispettare chi rende possibile, con competenza e dedizione, il diritto alla salute di tutti.
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Claudio Cia
Consiglio Provincia autonoma Trento
