Gentile direttore,
torna a chiamarsi maturità, dopo che ci avevano spiegato – con saccente pedagogismo – che solo esame di Stato poteva essere. Quale maturità potrà mai valutare la scuola? Ci si chiedeva fino all’anno scorso. Quest’anno, con il ministero del merito a pieni giri, ci si è spinti a inserire nella griglia di valutazione dell’orale un indicatore specifico sulla maturità dei candidati; e alla commissione è richiesto di graduarla con minuziosi descrittori di prestazione.
Metafora suggestiva del tramonto di quell’esame che dovrebbe essere l’alba di una nuova vita per i nostri studenti. Illusi da una scuola che non sa più pronunciare parole di sincerità. Sedotti dalle sirene di un mondo, là fuori, che scalpita per entrare nelle loro vite e svuota di significato il rito stesso dell’esame. Abbandonati a un destino da disorientati proprio dal sistema che dovrebbe servire a orientarli.
Una brutta fine, sta facendo la scuola. La fine che fa ogni facile merce di scambio per interessi economici, commerciali, politici. Senza distinzione tra provincia autonoma e resto d’Italia. Respira, sei in Trentino. Ai nostri studenti quella pubblicità non si applica, né mai si è applicata. Studenti soffocati in partenza dalle aspettative di talune famiglie, che la politica si arruffiana. Illusi da un sistema educativo che promuove a prescindere da ogni evidenza e li condanna a credersi maturi.
Sedotti da chi dichiara di volerli prendere per mano, per il loro benessere, e ne fa invece marionette nella vetrina di turno. Abbandonati a un futuro che tanto sarà affare d’altri. Lavoro subito, per pochi; magari i più concreti. Università, attonita essa stessa per un livello in entrata sempre più basso e prona a farsi laureificio di massa. In un simile panorama resta una notte da festeggiare, quella prima degli esami?
Nonostante tutto, si deve ancora rispondere di sì. Per un miracolo che si chiama freschezza, i maturandi possono rimanere intangibili da questo miserevole panorama di teatranti e burattinai, e illudersi che la prossima notte segni un passaggio tra due fasi della vita. Pietoso inganno, come quello di cui Leopardi incarica la natura nella prima fase del suo pensiero: da insegnanti, abbiamo almeno il dovere di schermarli, i nostri studenti, dalle amare sorprese del vivere; anche solo per la speranza che, nel naufragio della politica come servizio e della società come spazio di realizzazione personale, maturati da una scuola che non ha più credibilità per dichiararli tali, essi sappiano sorprendere con la forza trasformativa delle passioni e della speranza in un futuro che non può essere questo qui, miserando, in cui siamo immersi.
Cento giorni fa i maturandi si sono riuniti nei cortili delle scuole di tutt’Italia per intonare la colonna sonora della notte prima degli esami, quel brano di Antonello Venditti che ha accompagnato un momento impresso nella memoria di tutti noi. Rientrati in classe, ho chiesto ai miei studenti della terza C, che accompagno con un affettuoso pensiero all’ultimo atto della scuola superiore, quale fosse il significato del “cento all’alba”.
Un desiderio di libertà? Eppure l’ultimo giorno di scuola ho asciugato lacrime che non erano di sollievo. Un tributo al così fan tutti? Ma allora diventa un rito mordi e fuggi, senza il gusto dell’unicità. O forse un sentimento più profondo, che agisce nel subconscio?
Men che meno la scuola ha bisogno di psicanalisi, e quindi mi fermo qui. Ma dalla riflessione nata in classe mi sono portato via l’idea che il punto sia proprio questo. I nostri studenti ci chiedono momenti di verità sul presente e sul futuro, non rassicurazioni. A scuola contano i giorni con il desiderio che fuggano via rapidi e insieme di poterne gustare l’attimo. «La luna sembra strana: sarà che non ti vedo da una settimana».
E noi abbiamo il dovere di alimentare l’attesa, facendo sentire – anche se siamo scettici, eccome, sul presente della scuola – che rimaniamo fiduciosi e trepidi del loro futuro. Altrimenti non ci sarà nulla da attendere e nulla poi da festeggiare. Se non il sollievo che sia finita una specie di mascherata.
Ecco, la scuola sta vivendo questo rischio mortale. Venditti l’aveva in qualche modo previsto: è stata «notte di giovani attori» e ora «si accendono le luci qui sul palco». Facciamo sì che non sia una recita, la maturità che s’inaugura domani, ma un tributo all’attesa di futuro che essa rappresenta per i quattro ragazzi con la chitarra. Che siamo tutti noi.
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Giovanni Ceschi
Docente al Liceo Prati e presidente di Docet – Associazione insegnanti del Trentino
