Gentile direttore Franceschi,
allego quanto oggi pubblicato sul quotidiano l’Adige, anche per consentire la visione ai lettori di Opinione.
Laura Scalfi
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Dolomiti Energia, perché il referendum è la risposta sbagliata a una domanda giusta.
C’è una domanda legittima dietro alla proposta di un referendum sulla quotazione in Borsa di Dolomiti Energia: i trentini hanno il diritto di capire cosa si sta decidendo su un’azienda che è, ancora oggi, in larga parte loro. Su questo non si discute. Il modo in cui la prospettiva della quotazione è emersa – quasi più dai giornali che dalle sedi istituzionali – ha alimentato la sensazione di una scelta calata dall’alto, e quella sensazione va presa sul serio.
Il problema non è la domanda. È lo strumento che si propone per rispondere. Perché una decisione di quotazione in Borsa di una società non si decide con un Sì o con un No.
Questa non è vera democrazia dal basso; è, piuttosto, un’abdicazione della classe dirigente, che preferisce scaricare le responsabilità di scelte strategiche complesse (e talvolta impopolari) sulle spalle di una cittadinanza a cui viene inevitabilmente fornita un’informazione polarizzata e parziale.
Chiamare i cittadini alle urne per pronunciarsi su un’operazione di ingegneria finanziaria e di strategia industriale significa comprimere in una crocetta una materia fatta di valutazioni di mercato, multipli azionari, governance, accesso ai capitali e tempistiche delle concessioni. Non è sfiducia verso i cittadini: è la natura della questione. Un referendum su un tema così tecnico non produce una decisione informata, produce uno schieramento. E trasforma un problema industriale in una contrapposizione ideologica tra “pubblico” e “privato” che la realtà ha già superato da tempo.
Già, perché qui sta il primo equivoco. Dolomiti Energia non è un’azienda pubblica pura che rischia di essere “aperta” al privato. È già una società a capitale misto: i soci pubblici – Provincia autonoma di Trento, Comuni di Trento e Rovereto e tanti altri piccoli comuni trentini – controllano circa il 68,7% della holding, mentre nel capitale figurano da anni investitori privati come Equitix, la Fondazione Caritro, l’ISA e La Finanziaria Trentina. La domanda non è “pubblico o privato”, perché la risposta è già “entrambi”. La domanda vera è come dotare un’impresa che opera in uno dei mercati più competitivi del mondo, quello dell’energia, degli strumenti per restare rilevante.
E qui cade il secondo equivoco, quello dello “svendere il territorio”. Il progetto presentato da Dolomiti Energia prevede di collocare sul mercato una quota di minoranza del capitale, intorno al 20%, lasciando ai soci pubblici la maggioranza assoluta del capitale, con in più forme di azionariato popolare e dei dipendenti. Il controllo resta saldamente in mano alla collettività trentina. Non è una svendita: è far entrare capitale nuovo mantenendo il timone.
Che non sia un azzardo teorico lo dimostra il resto d’Italia. A2A, Hera, Iren, Acea: le grandi multiutility quotate sono tutte saldamente controllate da enti pubblici locali. Quotazione e controllo pubblico non solo convivono, ma è il modello con cui le utility italiane più solide hanno finanziato la propria crescita per vent’anni. Trento non starebbe inventando nulla: arriverebbe semmai con colpevole ritardo.
I vantaggi sono concreti. Il primo è il capitale: la transizione energetica si fa con investimenti miliardari, non con le briciole. La Borsa consente di raccogliere risorse fresche senza scaricare nuovo debito sui bilanci comunali – cioè, alla fine, sui cittadini. Non è un’ipotesi astratta: il green bond da 300 milioni collocato lo scorso ottobre è stato definito dalla stessa azienda una “prova generale”. Il secondo è la trasparenza, e dovrebbe stare a cuore proprio a chi teme le logiche di potere: una società quotata è sottoposta a vigilanza, obblighi informativi e disciplina di mercato che azzerano gli spazi per la gestione opaca o clientelare. Il terzo è la capacità di attrarre i manager e i tecnici di alto livello necessari a guidare le sfide dei prossimi anni. Il quarto, non ultimo, è il ritorno per il territorio: un’azienda più forte distribuisce dividendi più alti, che Comuni e Provincia possono reinvestire in scuole, sanità e welfare.
Resta il timore più sentito, quello sull’acqua e sulle bollette. Va affrontato, non eluso – e va affrontato con precisione, perché in Trentino le regole sono diverse dal resto d’Italia. Il servizio idrico non rientra nel metodo tariffario nazionale dell’ARERA: la Provincia autonoma ha una competenza legislativa primaria, riconosciuta dalla Corte costituzionale, sull’organizzazione del servizio e sui criteri delle tariffe, che vengono fissate dalla Provincia e dai Comuni. Nondall’azienda, e tantomeno dai suoi soci. Una quotazione di una minoranza della holding non sposta di un centimetro questo potere: chi stabilisce la tariffa dell’acqua resta l’ente pubblico, esattamente come oggi.
Per l’energia vale un principio analogo per altra via: le componenti regolate della bolletta (trasporto, distribuzione, misura, oneri di sistema) sono fissate a livello nazionale dall’ARERA, mentre il prezzo dell’energia è quello del mercato libero. In nessuno dei due casi è il pacchetto azionario a decidere quanto paga il cittadino. E se la preoccupazione è specificamente l’acqua, il servizio idrico può essere perimetrato e tutelato, tenendolo distinto dal perimetro della quotazione. Difendere l’acqua pubblica e quotare il gruppo non sono in contraddizione.
C’è poi una questione reale, ed è giusto dirlo: il valore di lungo periodo del gruppo dipende dalla partita delle concessioni idroelettriche in scadenza. È un nodo serio, che merita un confronto pubblico vero, con i numeri sul tavolo. Ma è esattamente questo il punto: serve piùinformazione e più dibattito istituzionale, non la scorciatoia di un quesito binario che semplifica ciò che semplice non è.
Il futuro di un asset strategico non può essere deciso sull’onda dell’emotività né, all’opposto, sottratto al confronto. Serve una classe dirigente che abbia il coraggio di spiegare le complessità e di guidare il processo, assumendosene la responsabilità nelle sedi competenti — i consigli comunali, il consiglio d’amministrazione, le istituzioni — invece di scaricarla su un Sì o un No. La quotazione di Dolomiti Energia non è un dogma: è un’opzione seria, che va valutata con i numeri alla mano e lo sguardo lungo. Proprio per questo merita di meglio di un referendum.
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Laura Scalfi
Componente segreteria Ora! Il coraggio dell’Ovvio.
