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LETTERE AL DIRETTORE

CESCHI (DOCET) * COLLEGI DOCENTI: «LA SCUOLA TRENTINA SEMPRE PIÙ CENTRALIZZATA, DOV’È FINITA LA DEMOCRAZIA?»

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18.24 - sabato 6 giugno 2026

Gentile direttore Franceschi,

 

collegi docenti? Dove è finita la democrazia? Si ricorderà che a inizio aprile si è svolto, in clamoroso ritardo sull’iter del Ddl 75 (carenze formative), l’incontro convocato da Gerosa con i rappresentanti dei docenti nei Consigli dell’istituzione delle scuole trentine. Al clima surreale di quell’incontro, come ho segnalato in un intervento su l’Adige del 9 aprile, ha contribuito non solo l’intempestività della convocazione, fuori tempo massimo per offrire una vera occasione di confronto, ma anche la selezione dei partecipanti, e ancor più la pioggia di critiche dagli istituti superiori del Trentino. Di fronte poi all’obiezione più importante – che, se si fosse voluto dialogare davvero, i Collegi docenti avrebbero dovuto essere coinvolti, per il centrale contributo di chi va in classe – l’assessora ha risposto che lo spazio per un confronto democratico ci sarebbe stato ancora: nessuna preclusione che l’organo sovrano per la didattica ne discuta, qualora gli insegnanti si facciano parte attiva nel richiederlo.

In verità qualche Collegio, come quello del liceo Galilei, si era già espresso in autonomia, con un documento che è stato poi oggetto di dibattito a mezzo stampa e che sta inducendo altre scuole superiori a iniziative analoghe ma, prima ancora, alla raccolta di firme per inserire a norma di legge un apposito punto all’ordine del giorno di una delle ultime sedute dell’anno scolastico. E qui mi vedo costretto a informare l’assessora che la volontà di apertura e pieno dialogo, ancorché tardivo, non pare essere stata recepita da molti dei ‘suoi’ dirigenti scolastici, che stanno adottando le più diverse strategie dilatorie e ostruzionistiche non solo per evitare che l’organo supremo per la didattica si esprima su una precisa competenza (il recupero delle carenze), ma persino per impedire che ne discuta in modo democratico.

Delle due l’una: se non c’è sintonia su questo tra l’assessorato e l’amministrazione, rappresentata nei singoli istituti dalla dirigenza scolastica, sarebbe utile saperlo; se invece sì, sarebbe opportuno che arrivassero da Piazza Dante chiare indicazioni sulla necessità di fair play istituzionale, al momento assente. Perché vedere dirigenti scolastici che, al pari di don Abbondio nella notte degli imbrogli, gettano metaforici tappeti sul capo dei docenti che chiedono di affrontare il tema nella loro scuola, di produrre e votare mozioni che il Collegio ha piena facoltà d’indirizzare al decisore politico, ecco, è davvero un brutto vedere. E conferma quanto da tempo osservo sulla metamorfosi autoritaria del governo della scuola in Trentino.

Le riunioni degli organi collegiali nella nostra provincia sono sempre più egemonizzate dalla dirigenza, satrapia del potere amministrativo, che decide tempi e modi della discussione, nega il diritto di proporre argomenti da parte dei componenti dell’organismo e – nei casi sempre più rari in cui la caparbietà dei colleghi riesca a esercitare un diritto spacciato per ‘concessione’ – interviene poi pesantemente nelle sedute, allungando i tempi, intorbidando le acque, impedendo con incredibili cavilli l’espressione della libera volontà dell’organo.

Andrà aggiunto che in numerosi istituti le riunioni si svolgono ormai a distanza, senz’alcuna relazione con l’emergenza che in epoca Covid aveva legittimato misure eccezionali, poi rimaste nella prassi quotidiana perché sono un autentico affare per ‘gestire’ gli insegnanti: decine e decine, talora centinaia di professionisti davanti a un monitor, relegati a spettatori nelle loro case di una riunione collegiale trasformata in adempimento burocratico.

Com’è possibile che la scuola trentina si sia ridotta a una tale desolazione? E quali obiettivi cela una simile mutazione genetica, degna di un regime? È stato possibile perché la legge Salvaterra, a partire dal 2006, ha messo nelle mani del decisore politico di turno, cioè di chi vince elezioni, il potere di stare col fiato sul collo della Scuola con una prossimità che il resto d’Italia non s’immagina neppure. Catena di trasmissione del comando cortissima, apparato asfissiante, protezionismo giuridico e, ove serva, persino giudiziario. Con quali obiettivi? Trasformare la Scuola in un centro commerciale di mansueti consumatori: costano meno, soddisfatti di aggirarsi con i figli in un ambiente rassicurante e illusorio, dove si possa rincorrere il mito del successo formativo, senza che nessuno rischi d’incrinare le vetrine. Nemmeno gli insegnanti, cui competerebbe per dovere professionale e morale di educare all’onestà. Costoro devono essere silenziosi commessi controllati dal principale. Del resto, anche il Ddl 75 è stato architettato con questa logica (finta severità, gabbia burocratica, risparmio sul personale): perché mai si dovrebbe accettare che dei commessi lo discutano?

 

 

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Giovanni Ceschi
presidente di Docet – Associazione insegnanti del Trentino

 

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