Gentile direttore Franceschi,
invio le nostre considerazioni riguardo il tema “Flavescenza dorata”, le stesse che abbiamo fatto avere via mail all’Assessore Pat Giulia Zanotelli, ai sindacati, a Cavit, a Fem. Finora tutto invano. Possibile? Ma cosa ci stanno a fare nei loro ruoli? Cosa dobbiamo fare per avere riscontro?
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Flavescenza dorata: possiamo ancora permetterci di minimizzare?
In alcune aree viticole del Trentino stanno ricomparendo numerose piante con sintomi riconducibili alla flavescenza dorata. Non si tratta di episodi isolati, né di zone che si confrontano con questa malattia per la prima volta. In diversi casi si tratta degli stessi territori che solo pochi anni fa avevano già vissuto fasi epidemiche importanti.
Ed è proprio questo il dato più preoccupante. Se a distanza di appena tre anni da un’ondata epidemica intensa ci troviamo nuovamente a registrare una recrudescenza significativa della malattia, una domanda diventa inevitabile: che cosa non ha funzionato? La strategia adottata era inadeguata? È stata applicata in modo insufficiente?
Oppure le conoscenze disponibili oggi ci impongono di aggiornare protocolli costruiti in un contesto epidemiologico diverso? Una cosa appare evidente: non si può fare di tutta l’erba un fascio. Un territorio che ha alle spalle una storia epidemica non può essere gestito come un’area indenne. Richiede monitoraggi più serrati, soglie di attenzione più basse e, se necessario, interventi più incisivi.
Trattare tutti i territori allo stesso modo significa ignorare il diverso livello di rischio. In questo contesto assumono particolare rilevanza i risultati presentati al recente XI Convegno Nazionale di Viticoltura CONAVI 2026, svoltosi a Bolzano. Il CREA di Conegliano ha illustrato uno studio sul ruolo di Scaphoideus titanus, l’insetto vettore della flavescenza dorata. Nei due vigneti veneti analizzati nel 2024, le popolazioni dell’insetto hanno raggiunto il loro massimo tra la terza e la quarta settimana di luglio.
Nello stesso periodo, la percentuale di individui portatori del fitoplasma ha mostrato valori molto elevati, fino a raggiungere l’82% nel vigneto di Chardonnay oggetto dello studio. Solo successivamente il rischio è diminuito sensibilmente, fino a diventare molto basso o nullo a settembre. Solo che noi facciamo i trattamenti contro questo insetto esattamente un mese prima Questi dati non bastano da soli a riscrivere i protocolli di difesa, ma pongono interrogativi legittimi. Gli attuali calendari di intervento sono ancora pienamente adeguati?
Oppure è giunto il momento di verificare se le strategie adottate siano davvero ottimizzate rispetto alle nuove conoscenze epidemiologiche? Fino a qualche anno fa si poteva parlare di sottovalutazione del fenomeno o di ritardi nella presa di coscienza. Oggi questa spiegazione non basta più. Disponiamo di molti più dati, di strumenti più sofisticati e di segnalazioni che continuano a ripetersi. Per questo, quando i viticoltori esprimono preoccupazione o pongono domande, la loro voce non dovrebbe essere interpretata come allarmismo.
Dovrebbe essere considerata una richiesta legittima di verifica, trasparenza e aggiornamento continuo delle pratiche di difesa. La credibilità delle istituzioni tecniche non si misura dall’infallibilità, ma dalla capacità di confrontarsi con nuove evidenze e di riconoscere quando è necessario correggere il tiro. Esiste poi un secondo aspetto che merita attenzione.
Sempre al CONAVI è stata presentata dai tecnici della Fondazione Mach “DigiAgriApp”, una piattaforma che permette di automatizzare il monitoraggio di Scaphoideus titanus. Attraverso una semplice fotografia delle tradizionali trappole cromotropiche, un sistema di intelligenza artificiale riconosce e conta automaticamente gli insetti catturati, georeferenzia i dati e costruisce una mappa dinamica del rischio.
Una trappola passiva diventa così un sensore attivo, capace di aiutare il viticoltore a capire dove, quando e quanto intervenire. Se strumenti di questo tipo sono già disponibili, perché non renderli accessibili anche ai viticoltori trentini, magari attraverso progetti pilota che raccolgano i feedback di chi lavora quotidianamente in vigneto?
Le sfide che attendono la viticoltura richiedono competenze scientifiche solide. Ma richiedono anche umiltà, capacità di ascolto e il coraggio di mettere in dialogo ricerca ed esperienza di campo. I vigneti non aspettano.
E forse nemmeno i viticoltori dovrebbero aspettare che l’innovazione esca dai convegni e dai cassetti per arrivare finalmente nei filari.
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Giuliano Preghenella e Lucio Caldera – viticoltori cooperativi
Trento
