È notizia di questi giorni la chiusura di due filiali, nel sobborgo di Gardolo, della Cassa Rurale di Trento. Questo segue, a poche settimane di distanza, la travagliata fusione con la Cassa Rurale di Lavis, a seguito di un’operazione che è stata al centro di polemiche e acceso dibattito tra gli stessi soci delle due banche.

Non posso che esprimere il mio sconforto davanti a una tale decisione, che mette a dura prova le consuetudini quotidiane di una comunità di oltre 15.000 abitanti, specie per i suoi membri più anziani e vulnerabili. Non è questo quello che ci si aspetterebbe da una banca cooperativa che ha nel suo nome il termine “rurale”.
Temo inoltre che le chiusure annunciate non siano le uniche in programma, ma che saranno seguite da altre nel corso dei prossimi mesi.

Tutto ciò deve aprire una seria riflessione riguardo il mondo del credito cooperativo e della cooperazione trentina nel suo insieme. Un sistema che ha saputo negli anni creare lavoro e ricchezza per la nostra comunità, e che ora viene sempre più messo in discussione in favore di logiche di efficientamento economico. Logiche che, seppur indiscutibilmente importanti, non possono essere il faro principale nel segnare la rotta di un sistema che si definisce cooperativo e mutualistico e che, nei suoi secoli di storia, ha fatto del reciproco sostegno dello sviluppo sociale e di quello economico una sua caratteristica distintiva.

Se, da un lato, sono convinto che il mondo della cooperazione non deve avere timore di aprirsi alle sfide dell’innovazione per far fronte ai sempre più rapidi mutamenti del contesto economico, dall’altro deve essere salvaguardata quella che è, o è stata, la sua ragione d’essere fin dall’origine.

Sta a tutti noi tutelare e vigilare sull’identità del mondo cooperativo trentino per preservare l’identità mutualistica e il radicamento sul territorio.
Viceversa, cosa rimarrà della tradizione della cooperazione trentina?

Questo è quanto dichiarato dal Consigliere provinciale Devid Moranduzzo.