Comunque la si pensi sulla vicenda della Sea Watch 3 e della capitana Carola Rackete, la mancata convalida del suo arresto fa emergere una zona grigia del nostro diritto e mostra la necessità di procedere alla radicale riforma della giustizia e della magistratura.

Forzare il blocco della capitaneria navale, speronando una motovedetta della Guardia di Finanza e mettere a repentaglio le vite dei suoi uomini di equipaggio è di tutta evidenza un reato e un’azione che infrange il nostro codice penale.

Infatti la decisione del Gip di Agrigento Alessandra Vella, che ha rimesso in libertà la capitana Carola Rackete, è vergognosa in quanto viola il comune senso della giustizia. Si tratta di un provvedimento preso in nome di un’ideologia e ne sono dimostrazione le motivazioni capziose con cui il Gip avvalora la sua tesi. Del resto una piccola parte dei nostri magistrati continua impunemente a fare politica e ad andare a braccetto con la sinistra, di fronte a una maggioranza che invece sa essere imparziale.
Ritengo sia sconcertante sostenere che il reato di resistenza e violenza a nave da guerra sia giustificato da una «discriminante» legata «all’adempimento di un dovere» identificato nel «salvare vite umane in mare».

È bene rammentare e riflettere sul fatto che quei cinque militari, impegnati nell’espletamento del proprio dovere, hanno rischiato di rimanere schiacciati e di non fare più ritorno alle proprie case, donne e uomini che quotidianamente sacrificano la propria vita in nome della patria. Mi domando se tanti di coloro che commentano sui social a sostegno dell’impresa della capitana, con toni da tifoseria, si siano immedesimati anche per un solo istante e si siano chiesti se sulla motovedetta ci fosse stato un loro caro, forse non esprimerebbero con tanta facilità affermazioni unidirezionali e parziali.

La capitana, infatti, ha deciso deliberatamente di non fermare la Sea Watch 3 e di speronare la motovedetta della Guardia di Finanza, che si era frapposta tra la Sea Watch e il molo, senza curarsi delle conseguenze, come se la vita dei nostri uomini valesse meno di quella di quei poveri quaranta disperati, vittime di un sistema criminale che li sfrutta per i propri scopi ma che alla politica spetta combattere. Una persona che ha a cuore il destino dell’altro, chiunque questo sia, non cercherebbe mai di mettere a rischio delle vite per salvarne altre.

Rackete ha fatto a brandelli le nostre leggi, ha violato i nostri confini, ha attentato alla vita degli uomini delle forze dell’ordine ed è nel contempo paragonata a un eroe.

La soluzione è formulare con urgenza un progetto a breve termine, nell’interesse del nostro Paese e dell’unità nazionale. Occorre mettere in campo una riforma del Trattato di Dublino da presentare in Europa come priorità non più procrastinabile, istituire quanto prima corridoi umanitari, sostenere con forza l’Onu affinché s’impegni contro l’ecatombe del Mar Mediterraneo.
È responsabilità della politica, più che offrire aiuto materiale, mettere le persone in grado di riguadagnare la propria dignità e i propri diritti di essere umani, mettendoli in condizioni di rimanere nella propria terra di origine. Un’efficace azione umanitaria, infatti, non può essere un semplice gesto di carità e generosità ma deve essere orientata a costruire spazi di speranza e di normalità laddove esistono contesti di povertà, degrado e ingiustizia.

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Giorgio Leonardi
Assessore regionale all’Integrazione europea e agli Aiuti umanitari