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CESCHI (PRESIDENTE CONSIGLIO SISTEMA EDUCATIVO – TRENTINO) * SCUOLA: « PANDEMIA, POTREMO VINCERE SOLO SE POLITICA EDUCAZIONE E MEDICINA TORNERANNO A FUNZIONARE IN MODO SINERGICO »

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17.47 - giovedì 07 gennaio 2021

E così, appena inaugurato il 2021 nel segno (anche retorico e mediatico) della rinascita, questo 7 gennaio assume i contorni suggestivi e del tutto inediti di un primo giorno di scuola. Lo si è visto negli annunci politici e istituzionali di una scuola che deve ripartire perché su di essa si fonda la speranza di futuro del nostro Paese; e nelle conseguenti reazioni. Si continua a parlare di scuole che riaprono, dimenticando che primarie e medie non hanno mai chiuso neppure per un giorno da settembre a Natale, e che solo le superiori hanno vissuto un secondo, lungo lockdown dal 9 novembre. Due mesi sufficienti a creare un’aspettativa, un senso diffuso di tempo sospeso che ora ricomincia a fluire anche per gli allievi più grandi.

Il 2020/21 sarà quindi ricordato come l’anno in cui il primo giorno di scuola si è ripetuto due volte, sperando che due rimangano di qui a giugno. Sul filo di tale suggestione, viviamo insieme ai nostri figli, ai nostri studenti l’entusiasmo di chi si riappropria di qualcosa che gli è connaturato, protagonista di una vicenda che lega insieme passato presente e futuro. Perché capiamo tutti che un Paese non può riprendersi da una calamità, materiale e psicologica, come quella che ci ha colpiti nell’anno appena concluso se non investendo sull’unico capitale che dia certezza di rendita con gli interessi: l’educazione dei giovani che si preparano ad abitare il domani.

Fin qui la retorica, facile facile, della verità. Affinché non sia solo retorica, converrà tenere presenti alcuni punti fermi per questa ripartenza così confusa e controversa. Primo. Le superiori, ed esse sole, sono rimaste completamente chiuse per due mesi a causa di un problema non sanitario e non interno agli istituti – ché altrimenti si sarebbe dovuto fermare anche il primo ciclo: non corrono identici rischi di contagio studenti, docenti e personale ausiliario di primarie e medie? – bensì per conseguenza di un’impasse logistica: l’incapacità di portare in classe tutti gli studenti in sicurezza, mediante un piano di trasporti congegnato con il necessario anticipo. Tocca ribadirlo: se la Scuola è davvero una priorità, ogni azione dev’essere finalizzata a garantirla. Se si naviga a vista, in un ondivago susseguirsi di decisioni incoerenti, è chiaro che si tratta di un semplice slogan: non essendo peggiorata nell’ultimo mese la curva epidemica, bene ha fatto la Giunta provinciale a mantenere la promessa, confermando l’orientamento emerso già all’indomani dell’ordinanza Fugatti del 4 dicembre.

Secondo. I pochi dati certi in nostro possesso – perché così pochi, così centellinati, così opacizzati da un accorpamento che li rende quasi indecifrabili? – dicono che nelle scuole del primo ciclo le quarantene in novembre e dicembre sono diminuite, anziché aumentate, e più in generale (qualora si obietti che i parametri per l’isolamento fiduciario sono meno stringenti che alle superiori) è comunque evidente che pur con le classi in presenza al 100% non si è verificata alcuna catastrofe sanitaria. Sarebbe quindi il momento di smetterla di evocare rischi dilaganti per una scelta di rientro calcolato e prudente che gradualmente riporterà anche le superiori, così a lungo penalizzate da mesi di scuola-non-scuola, alla situazione dei primi due gradi.

Terzo. La tenuta del sistema dipende ora dall’impegno di tutti coloro che si troveranno coinvolti in questa difficile e sfidante ricostruzione. Dipende da una cura che è, in senso etimologico, preoccupazione buona: non allarmismo cioè ma attenzione continua, non disperata impotenza ma agire intelligente. Come auspicavo già in settembre: prudenza della ragione e imprudenza del cuore. Prendersi cura degli altri significa anche assoggettarsi a limitazioni che possono apparire vincolanti per la nostra libertà (mascherina, distanziamento, rigorosa igiene personale e degli ambienti in cui operiamo) ma che sono a ben vedere atti di premura per noi e per chi ci è vicino.

Più a lungo termine, la Scuola come istituzione centrale nella vita di un Paese e non solo come ambiente da “sanitarizzare” richiede una cura da intendersi nel senso medico del termine, seppure in forma di metafora: essa va risanata da tanti altri virus che si sono incistati nel suo corpo e che non le consentono di svolgere la funzione di guida per le sorti della società. Nel sommo, affettuoso rispetto che meritano quanti sono stati colpiti personalmente dal covid-19, hanno visto morire o soffrire congiunti e amici, è indubbio che ora la Scuola ha bisogno di evadere dall’area paralizzante della paura, e ci riuscirà soltanto se chi ogni giorno fa scuola – con le massime precauzioni per se stesso e per gli altri – sarà abitato da una nuova serenità capace di prescindere da piccoli e grandi individualismi e di fornire un messaggio di speranza autentica nel futuro a coloro che saranno il nostro futuro. Ne abbiamo il preciso, incrollabile dovere. Ogni allarmismo ingiustificato, ogni cautela eccessiva veicolerà agli studenti il messaggio esiziale che l’utopia (post-umana e financo dis-umana) di azzerare il rischio della malattia – al prezzo insostenibile di una vita che sia messa in pausa per mesi o anni – prevalga su diritti insopprimibili come quelli all’istruzione e alla relazione interpersonale che si realizza negli ambienti educativi.

Qualche osservatore ha fatto notare che di didattica a distanza non si muore – bontà sua! – e che questa parentesi, purché tale rimanga, alla fine avrà persino rafforzato gli studenti. Quel che non uccide fortifica, certo; e aiuta a pregustare la ritrovata normalità dell’unica scuola vera, in presenza. Perché, se nella primavera 2020 la cura non poteva che coincidere con la drastica reclusione che ci siamo autoimposti, nella primavera 2021 la cura deve passare per un graduale, fiducioso, responsabile ritorno alla vita.

Già Socrate, venticinque secoli fa, si chiedeva per quale curiosa ragione gli uomini pretendano la più rigorosa coerenza, competenza, integrità nei medici che curano il corpo e non esigano le stesse doti dai politici, che curano il benessere della città, o dagli insegnanti, che curano l’animo dei giovani. Impegnati in una difficile sfida che sta trasformando l’umanità (in meglio, vogliamo sperare) la potremo vincere solo se politica, educazione e medicina torneranno a funzionare in modo sinergico per prendersi cura di quel che conta davvero.

 

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Giovanni Ceschi

è docente di latino e greco al Liceo “Prati” e presidente del Consiglio del sistema educativo

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