allego quanto pubblicato ieri sul quotidiano l’Adige, anche per consentire la visione ai lettori di Opinione.
Franco Panizza
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Anchorage: il calcolo strategico di Pechino.
Utilizzo la proficua esperienza maturata all’interno della Delegazione Italiana nell’Assemblea Parlamentare della Nato per esprimere, dopo averle condivise con l’amico Paolo Alli, esperto ed apprezzato Presidente della stessa Assemblea, alcune amare valutazioni sul recente incontro di Anchorage tra il Presidente Trump e il leader russo Putin. Incontro che, se giudicato dalle dichiarazioni coreografate di Putin e Trump, lascia ben poche ragioni per essere ottimisti. Nessuna vera apertura verso la pace, nessun passo concreto, solo un gioco di immagine e legittimazione reciproca. Anzi, si rafforza l’idea che ci troviamo ancora molto lontani da una possibile risoluzione del conflitto.
In realtà l’incontro sembra aver avuto soprattutto un obiettivo simbolico: ristabilire un’immagine di parità tra i due leader. Ma se qualcuno ne è uscito rafforzato, questo è Putin, che ottiene una sorta di reintegrazione simbolica tra i grandi della terra, rischiando di neutralizzare forse l’unica leva efficace, anche se finora non sufficiente, per fermare la guerra: l’isolamento economico e politico della Russia.
Per Trump, il vertice ha offerto un’occasione per alimentare la propria narrativa elettorale. L’appoggio di Putin, che ha sostenuto che “con Trump presidente la guerra non sarebbe iniziata”, si trasforma in un utile strumento per alimentare ambizioni personali – come la candidatura al Nobel per la Pace – e distogliere l’attenzione dagli effetti interni della sua politica economica, in particolare dai danni causati dai dazi.
Ma oltre ai giochi di potere, le dichiarazioni di Putin mostrano la vera posta in gioco: non un negoziato, ma una revisione radicale dell’identità stessa dell’Ucraina, che secondo il Cremlino dovrebbe cessare di esistere come Stato indipendente, armato e democratico. Alla luce di queste premesse, anche le presunte “garanzie di sicurezza” evocate da Mosca per l’Ucraina assumono contorni inquietanti.
L’ipotesi di un accordo in stile Nato, avanzata da Trump, appare ad oggi poco praticabile, anche se gli sforzi portati avanti in questi giorni dai Paesi europei, compreso il nostro, sembrano molto concreti e convinti e il più recente incontro di Trump con Zelensky, i leader europei, la Presidente della Commissione europea von der Leyen e il segretario generale Nato Rutte ha aperto qualche spiraglio.
A perdere, in questo scenario, sono tre protagonisti: l’Ucraina, l’Europa e l’idea stessa di ordine multilaterale. L’Ucraina, ovviamente, è la vittima principale. Ma a crollare è anche il ruolo delle Nazioni Unite, ormai svuotate di autorità, e lo stesso diritto internazionale, ripetutamente calpestato.
Quanto all’Europa, la sua unica menzione nel vertice è stata un monito di Putin a “non intralciare” i suoi piani. Una frase che molti leggono come conferma dell’irrilevanza europea. Io invece la interpreto diversamente: è proprio il timore per la forza potenziale dell’Unione Europea che spinge Mosca e Washington a tenerla ai margini. L’Unione Europea ha mostrato coesione su due crisi globali – Ucraina e Israele – e rimane un attore economico centrale.
È il partner più strategico degli Stati Uniti, e viceversa. L’Italia, e la Premier Meloni in particolare, hanno finora svolto un ruolo importante nel mantenere saldo il legame transatlantico, ma sarà fondamentale che l’Europa continui a parlare con una sola voce.
Nel frattempo, Putin – consapevole che il tempo gioca a suo favore – fa leva sulla fatica dell’opinione pubblica occidentale, che rischia di logorare il sostegno a Kiev. La disillusione e l’indifferenza sono strumenti di guerra tanto potenti quanto le armi sul campo.
Eppure, c’è un grande assente da questo vertice, che è in realtà l’elefante nella stanza: la Cina. È grazie al sostegno economico, tecnologico e politico di Pechino che la Russia può continuare il conflitto. Il perché di questo appoggio è chiaro: Pechino osserva con attenzione la reazione internazionale all’occupazione russa dei territori ucraini, aspettando il momento propizio per legittimare un’analoga azione contro Taiwan.
In questo senso, più che una guerra per procura voluta dall’Occidente – come qualcuno vorrebbe far credere – si può ipotizzare che sia la Cina, non gli Stati Uniti, a trarne il vantaggio strategico più grande. La vera partita, infatti, si gioca sul futuro di Taiwan. Per Xi Jinping, conquistare l’isola non è solo un obiettivo geopolitico, ma una componente fondamentale del progetto di “rinascita nazionale” cinese. Il controllo sullo stretto di Taiwan e sull’industria dei semiconduttori – cuore pulsante dell’economia globale – equivarrebbe a un dominio planetario.
Per questo è indispensabile che, nonostante tutto, si conservi almeno quel minimo di rispetto per le norme internazionali. Difendere l’integrità territoriale dell’Ucraina non è solo un atto di giustizia: è una barriera contro un ordine globale fondato sulla forza. Un compito arduo, ma che l’Europa – se unita, coerente e consapevole del proprio ruolo, anche sfruttando positivamente la sua leadership plurale – è chiamata ad affrontare.
Franco Panizza<
Già membro della Delegazione Parlamentare della Nato
