Gentile Direttore,
anche quest’anno, al momento della richiesta di gasolio agricolo, molte aziende si trovano di fronte alla riduzione delle superfici riconosciute nel fascicolo aziendale e, di conseguenza, alla diminuzione dei quantitativi di gasolio assegnati. Non contestiamo i controlli previsti dalla PAC e dall’Area Monitoring System. La correttezza è necessaria. Ma il modo in cui questi controlli vengono applicati sul territorio provinciale solleva interrogativi legittimi.
In un contesto come quello trentino, fatto di superfici frammentate e capezzagne già ridotte al minimo, ulteriori riduzioni amministrative incidono direttamente sulla redditività aziendale e generano effetti a catena su DOC, programmazione colturale e valore fondiario.
Il problema non è solo tecnico. È sistemico.
Da una parte si riducono superfici e carburante.
Dall’altra si invitano le aziende a investire attraverso bandi pubblici che, nella pratica, spesso trasformano l’agricoltore in un anticipatore di risorse e in un esecutore di procedure complesse.
Troppo spesso i contributi destinati al settore agricolo diventano un passaggio obbligato verso altri comparti:
– investimenti in macchinari il cui costo cresce parallelamente alla presenza del contributo;
– pratiche edilizie e adeguamenti tecnici che moltiplicano oneri professionali;
– procedure amministrative che richiedono consulenze continue e tempi sottratti al lavoro in campo.
Il risultato è un paradosso: mentre l’agricoltore affronta clima incerto, mercati instabili e prezzi compressi, una parte crescente delle sue energie viene assorbita dalla gestione burocratica. Non è una critica ai controlli in sé. È una richiesta di proporzionalità e semplificazione.
Si parla molto di ricambio generazionale. Ma quale giovane sceglierà un settore dove l’incertezza amministrativa è costante, dove ogni investimento è vincolato da procedure complesse e dove la base produttiva viene progressivamente ridimensionata?
I giovani cercano stabilità, chiarezza normativa e libertà imprenditoriale.
Se il messaggio che passa è quello di un settore sorvegliato, vincolato e costretto a rincorrere bandi per sopravvivere, il problema non è culturale. È strutturale.
Chiediamo alla Provincia di rivedere il metodo applicativo delle riduzioni delle superfici, di aprire un confronto con le organizzazioni agricole e di garantire che i controlli siano coerenti con la realtà territoriale.
Chiediamo alle associazioni di categoria una presa di posizione più netta e visibile. L’agricoltura non può diventare un semplice canale di transito di risorse pubbliche verso altri settori, né un laboratorio permanente di adempimenti. Senza certezza amministrativa non c’è pianificazione. Senza pianificazione non c’è investimento. Senza investimento non c’è futuro, soprattutto per chi dovrebbe entrarvi oggi. [email protected]
