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LANCIO D'AGENZIA

ISTAT E UNAR * LGBT+: « UNA PERSONA SU TRE HA SUBÌTO ALMENO UN EVENTO DI DISCRIMINAZIONE LAVORATIVA, 20 MILA DICHIARANO UN ORIENTAMENTO OMOSESSUALE O BISESSUALE »

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10.20 - giovedì 24 marzo 2022

Istat e UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) presentano i principali risultati della rilevazione sulle discriminazioni lavorative nei confronti delle persone LGBT+ (in unione civile o già in unione) che costituisce una delle indagini previste dal progetto di ricerca “Discriminazioni lavorative nei confronti delle persone LGBT+ e le diversity policies attuate presso le imprese”. L’obiettivo è fornire un quadro informativo su diffusione e percezione delle diverse forme di discriminazione, minacce e aggressioni che, in Italia, le persone LGBT+ possono aver subito, in ambito lavorativo e in altri contesti di vita.

La rilevazione, condotta nel 2020-2021, è stata rivolta alle oltre 21 mila persone residenti in Italia che al primo gennaio 2020 risultavano in unione civile o già unite civilmente (per scioglimento dell’unione o decesso del partner), considerando sia le unioni civili costituite in Italia sia le trascrizioni di unioni (o istituto analogo) costituite all’estero.

I risultati di questa rilevazione non possono quindi essere considerati rappresentativi di tutta la popolazione omosessuale e bisessuale. Le persone in unione civile sono infatti un collettivo con caratteristiche particolari, costituito da individui che hanno voluto avvalersi degli strumenti forniti dal quadro normativo per vedere riconosciuta giuridicamente la loro condizione di coppia.

La prima parte del report illustra le principali caratteristiche socio-demografiche delle persone in unione civile o già in unione che si dichiarano omosessuali o bisessuali, e indaga l’eventuale condizione di svantaggio nella sfera lavorativa che gli intervistati riconducono al proprio orientamento sessuale, con un focus particolare sul coming out e le micro-aggressioni nel mondo del lavoro.

La seconda parte si concentra sulle esperienze di discriminazione che le persone in unione civile o già in unione, omosessuali e bisessuali, dichiarano di aver vissuto in Italia in ambito lavorativo; si tratta di eventi o situazioni in cui la persona ritiene di essere stata trattata in maniera meno favorevole di altre per alcune caratteristiche (es. origini straniere, condizione di salute, convinzioni religiose o idee politiche, genere, orientamento sessuale etc.). In particolare, sono state indagate le discriminazioni che gli intervistati riferiscono di aver subito durante la ricerca di un lavoro o nel corso della propria attività di lavoratore dipendente, le situazioni in cui è stato percepito un clima ostile oppure si sono verificate minacce o aggressioni. Con riferimento all’ultima situazione di discriminazione vissuta, vengono analizzate le ragioni che le persone intervistate ritengono ne sia stata la causa.

La terza parte restituisce un quadro generale delle discriminazioni subite in diversi contesti della vita quotidiana (es. ricerca di una casa, accesso ai servizi socio-sanitari e fruizione di servizi pubblici) che gli intervistati ritengono siano legate all’orientamento sessuale. Inoltre, viene offerta una prima rappresentazione della percezione che le persone intervistate hanno del fenomeno della discriminazione legata all’orientamento sessuale e all’identità di genere in Italia, e delle azioni ritenute rilevanti da adottare a favore delle persone LGBT+.

LE PERSONE IN UNIONE CIVILE OMOSESSUALI E BISESSUALI IN ITALIA

Sono oltre 20 mila, pari al 95,2% del totale, le persone in unione civile o già in unione che vivono in Italia e dichiarano un orientamento omosessuale o bisessuale. Per il restante 4,8%, lo 0,2% dichiara un orientamento asessuale, l’1,3% un altro orientamento, la quota restante preferisce non rispondere.
Tra quanti dichiarano un orientamento omosessuale o bisessuale, il 65,2% è gay, il 28,9% è rappresentato da lesbiche, il 4,2% da donne bisessuali e l’1,7% da uomini bisessuali . Questo segmento di popolazione è caratterizzato da una quasi totalità di cittadini italiani, una chiara maggioranza di uomini (66,9%), una quota rilevante di persone di età matura (il 43,6% ha 50 anni e oltre) e una più diffusa concentrazione nel Nord del Paese (61,2%) (Prospetto 1). Emerge un profilo diverso da quello delle persone sposate che si contraddistinguono per una quota più elevata di giovani (54,4% di 18-34enni) e un livello di istruzione mediamente più basso (il 61,3% ha conseguito al più il diploma contro il 74,2% delle persone in unione o già in unione).

Nella componente femminile è più rilevante sia la quota di persone con cittadinanza italiana (95,9%, contro il 90,4% osservato nella componente maschile) sia quella di chi vive nel Centro-nord del paese (90,4% contro l’87% degli uomini). Le donne, che in media sono più giovani (il 20,2% ha meno di 35 anni, contro l’11,9% degli uomini), vivono più spesso, oltre che con la partner a cui sono unite, anche con figli (il 18,9% delle lesbiche, il 23,7% tra le donne bisessuali, contro valori irrisori per i corrispettivi di sesso maschile). Nel complesso, l’8,4% ha figli conviventi o non conviventi (il 19,9% tra le lesbiche e il 26% tra le donne bisessuali, contro valori prossimi al 2% per gli uomini); l’incidenza scende al 7,7% se si considerano solo i figli minori.
Le persone in unione civile o già in unione, omosessuali e bisessuali, che vivono in Italia presentano un livello di istruzione piuttosto elevato: il 38,8% ha conseguito almeno la laurea, con una quota leggermente più alta tra le donne (39,4%), contro un valore pari al 15,3% per il complesso della popolazione di 15 anni e più residente in Italia. Nel complesso giudicano buona la propria condizione economica: con riferimento ai 12 mesi precedenti l’intervista sono quasi sette su dieci le persone che considerano adeguate le risorse economiche della famiglia (insieme delle persone con cui si vive).

 

Motivi che hanno spinto a unirsi civilmente e coming out in famiglia
Quasi la metà delle persone omosessuali e bisessuali intervistate riferisce di essersi unite civilmente perché “l’unione civile garantisce alcuni diritti” (48,9%) mentre più di un terzo indica come motivo principale: “l’unione mi è sembrata la naturale evoluzione del nostro rapporto” (36,5%). Seguono con valori più modesti i motivi: “per rivendicare la legittimità delle unioni tra persone dello stesso sesso” (7,2%) e “per ufficializzare il nostro rapporto in famiglia, sul lavoro, etc. (4,6%). Il 9% ha contratto l’unione (o altro istituto analogo) all’estero e ha successivamente effettuato la trascrizione in Italia.
Nella quasi totalità dei casi la famiglia di origine e gli amici delle persone in unione civile o già in unione è a conoscenza dell’attuale orientamento sessuale, ma per alcuni degli intervistati la decisione di renderlo noto (coming out) ha generato una reazione negativa da parte dei genitori. La madre ha mostrato ostilità o rifiuto in più di un quinto dei casi (21,8%), in misura maggiore per le donne (28,8% a fronte del 18,1% degli uomini). Una quota appena meno elevata riguarda la reazione negativa dei padri (19,8%), con un’incidenza superiore per gli uomini (20,4% contro 18,7%). Quando il figlio o la figlia si è unito/a civilmente, la madre e il padre non hanno accolto il partner come parte della famiglia, rispettivamente, nel 4,8% e nel 6,4% dei casi.
Circa un rispondente su quattro proviene da una famiglia in cui sia il padre che la madre hanno conseguito almeno il diploma; il 15,6% ha almeno uno dei due genitori laureato.

 

Partecipazione al mercato del lavoro
La popolazione delle persone in unione civile o che lo sono state in passato, omosessuali e bisessuali, che vive in Italia si caratterizza per un’elevata partecipazione al mercato del lavoro (Prospetto 2). In ragione del livello di istruzione elevato e del profilo maturo, la stragrande maggioranza è occupata (77%) o lo è stata in passato (22,5 %), solo una quota irrisoria non ha mai lavorato (0,5%). Le differenze che si osservano tra uomini e donne sono in parte riconducibili alla diversa composizione per età, ma anche allo svantaggio di genere diffuso nel mercato del lavoro italiano. La percentuale di coloro che, al momento della rilevazione, non risultano occupati, ma lo sono stati in passato, è superiore tra gli uomini (il 25,6% contro il 16,3%), più spesso in pensione, di vecchiaia o anzianità (50,6% tra gli uomini e 36,1% tra le donne).
Una donna ex-occupata su cinque riferisce la difficoltà a trovare lavoro, contro il 15,3% degli uomini nella stessa condizione. Per le donne che hanno lavorato in passato incidono in maniera rilevante anche i motivi familiari, indicati dal 10,9%, contro il 4,8% degli uomini nella stessa situazione. Una quota consistente di rispondenti ha segnalato difficoltà legate ad altre motivazioni (12,2%), tra cui motivi di salute e gli effetti della pandemia.
Il lavoro dipendente è il tipo di attività lavorativa prevalente tra gli occupati ed ex-occupati (con una quota superiore tra le donne), nell’ambito del settore privato nel 68,4% dei casi. Anche in virtù del profilo maturo della popolazione considerata, in circa nove casi su dieci i dipendenti o ex-dipendenti hanno una posizione stabile, potendo contare, adesso o in passato, su un contratto a tempo indeterminato, con una quota di lavoro a termine superiore tra le donne.
Il 27,1% degli occupati ed ex-occupati svolge o ha svolto come ultima occupazione in Italia un’attività lavorativa indipendente. Le donne più spesso rivestono la posizione di coadiuvante nell’azienda di un familiare e socio di cooperativa, gli uomini quella di imprenditore e lavoratore in proprio.
La tipologia di lavoro indipendente più diffusa è la libera professione (11,3%) con un’incidenza di poco superiore tra gli uomini. Solamente l’1,8% degli autonomi o ex-autonomi (imprenditori, liberi professionisti, lavoratori in proprio) dichiara di svolgere o di aver svolto questo tipo di lavoro perché come lavoratore dipendente avrebbe avuto problemi legati al proprio orientamento sessuale.

Nel complesso le persone in unione civile o già in unione omosessuali e bisessuali sono maggiormente impiegate nel terziario (sanità e assistenza sociale, servizi di alloggio e ristorazione e altri servizi) dove si colloca circa una persona occupata o ex-occupata su due. La componente femminile è più presente nei settori “sanità e assistenza sociale” e “altri servizi”, gli uomini nel “commercio all’ingrosso e al dettaglio, riparazione di auto e moto” e “attività manifatturiere, riparazione manutenzione e installazione di macchine e apparecchiature”.
Circa la metà degli occupati ed ex-occupati svolge o ha svolto una professione ad alta e media qualifica (attività organizzativa, tecnica, intellettuale, scientifica o artistica ad elevata specializzazione e gestione di impresa o dirigenza di strutture organizzative complesse pubbliche o private).

 

PROSPETTO 2. PERSONE IN UNIONE CIVILE O GIÀ IN UNIONE OMOSESSUALI E BISESSUALI CHE VIVONO IN ITALIA, OCCUPATI O EX-OCCUPATI, PER ORIENTAMENTO SESSUALE E CARATTERISTICHE DELL’ATTUALE/ULTIMO LAVORO IN ITALIA. Anni 2020-2021, valori assoluti e percentuali*

Tuttavia, le donne svolgono o hanno svolto in misura maggiore, rispetto agli uomini, lavori esecutivi d’ufficio e lavori operai o di servizio non qualificato (rispettivamente il 5,6% contro il 3,8%; il 16,9% contro il 13,3%), mentre gli uomini sono o sono stati maggiormente impegnati in cariche dirigenziali come la gestione di un’impresa o la dirigenza di strutture organizzative complesse pubbliche o private (il 25,6% a fronte del 19,7% tra le donne).

Orientamento sessuale e sfera lavorativa
La stragrande maggioranza delle persone omosessuali o bisessuali (in unione civile o già in unione), occupate attualmente o in passato, dichiara che il proprio orientamento sessuale è o era noto almeno a una parte delle persone del proprio ambiente lavorativo (92,5%), con un’incidenza minore tra le persone bisessuali (l’86,2%, contro il 92,9% degli omosessuali).
Più di frequente, nell’attuale o ultimo lavoro sono o ne erano a conoscenza i colleghi di pari grado (84,5%), seguiti dal datore di lavoro o superiori (76,7%) e dai dipendenti o persone di grado inferiore (73,2%). Tuttavia, il 32,2% afferma che sia capitato che un collega, una persona di grado superiore o inferiore, un cliente o un’altra persona dell’ambiente lavorativo rivelasse ad altri il suo orientamento sessuale senza aver dato il consenso.
Una persona su cinque ritiene che il proprio orientamento sessuale l’abbia svantaggiata nel corso della vita lavorativa in termini di avanzamenti di carriera e crescita professionale, riconoscimento e apprezzamento delle proprie capacità professionali. Nella valutazione degli intervistati, è invece meno diffuso riferire uno svantaggio riguardo al livello del reddito/retribuzione lavorativa (circa una persona occupata o ex-occupata su dieci), ma è comunque più frequente che ciò avvenga tra gli omosessuali rispetto alle persone bisessuali e tra gli uomini rispetto alle donne (Figura 1).
In complesso, il 26% delle persone occupate o ex-occupate dichiara che essere omosessuale o bisessuale ha rappresentato uno svantaggio nel corso della propria vita lavorativa in almeno uno dei tre ambiti considerati (carriera e crescita professionale, riconoscimento e apprezzamento, reddito e retribuzione); tale situazione viene segnalata in misura maggiore dagli uomini (26,8% contro 24,6% delle donne), dalle persone omosessuali (26,4% contro 20,2% dei bisessuali), dalle fasce di età più giovani (28,7% contro 23,4% degli ultra 50enni), dagli stranieri (31,3%, contro 25,7% dei cittadini italiani), dalle persone con titolo di studio più elevato (27,7% dei laureati contro il 43,7% delle persone con al più la licenza media inferiore), da quanti vivono nel Nord (26,5%, contro 24% di quelli nel Mezzogiorno) e da chi svolge o ha svolto un lavoro dipendente (26,9%, contro 23,6%% degli indipendenti).
Tra i lavoratori dipendenti o ex-dipendenti lo svantaggio legato al proprio orientamento sessuale aumenta al crescere del numero di persone occupate nell’azienda/ente in cui si lavora, mentre si riduce all’aumentare degli anni di lavoro svolti nel medesimo posto di lavoro. Il fenomeno viene inoltre segnalato maggiormente tra i lavoratori o ex-lavoratori dipendenti del privato e in quei contesti dove è/era presente una figura di diversity manager, in ragione di una più diffusa cultura e consapevolezza su tali temi.

 

FIGURA 1. PERSONE IN UNIONE CIVILE O GIÀ IN UNIONE CHE DICHIARANO DI ESSERE STATE SVANTAGGIATE NEL CORSO DELLA VITA LAVORATIVA PER MOTIVI LEGATI ALL’ORIENTAMENTO SESSUALE (a) PER TIPO DI SVANTAGGIO E ORIENTAMENTO SESSUALE. Anni 2020-2021, valori percentuali

Il 40,3% riferisce, in relazione all’attuale/ultimo lavoro svolto , di aver evitato di parlare della vita privata per tenere nascosto il proprio orientamento sessuale, con un’incidenza più alta tra le donne (41,5% contro 39,7% tra gli uomini) e tra i lavoratori dipendenti o ex-dipendenti (41,1% contro 38,1% degli indipendenti o ex-indipendenti) (Prospetto 3).
Inoltre, una persona su cinque afferma di aver evitato di frequentare persone dell’ambiente lavorativo nel tempo libero per non rischiare di rivelare il proprio orientamento sessuale. Sono gli uomini a segnalare maggiormente tale comportamento (20,9% contro 18,3% tra le donne), come anche l’aver evitato di partecipare a eventi aziendali o altri eventi sociali collegati all’attività lavorativa (13,1%, contro 11,8%). In entrambi i casi l’incidenza del fenomeno è più alta tra i dipendenti o ex-dipendenti.

 

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