Salvini ha tentato di ottenere vittoria piena ed incontrastata: a) non assumersi la responsabilità di fare la Legge di bilancio 2020-’22, sostanzialmente impossibile da comporre senza rimettere in discussione le spese folli contenute in quella per il 2019-’21; b) scaricare -via Torino-Lione- la responsabilità del fallimento del Governo nazionalpopulista sul malconcio alleato; c) ottenere il voto immediato, tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre, per avere “pieni poteri”(?) dagli elettori; d) gestire la campagna elettorale da Ministro dell’Interno.

L’iniziativa promossa da Renzi e sostanzialmente fatta propria dall’intero PD gli ha fatto sbattere il naso contro il muro della Costituzione Repubblicana: la crisi di governo è stata formalizzata in Parlamento e il Presidente della Repubblica, ricevute le dimissioni di Conte, saprà gestirla nell’interesse del Paese e nel rispetto delle prerogative di tutte le parti in causa (Salvini compreso, malgrado lui).

Vorremmo essere chiari: ciò che si è scongiurato non è il ricorso ad elezioni anticipate, anche in tempi brevissimi. Questo, al contrario, resta uno degli sbocchi democratici più probabili della crisi che si è aperta. Si è semplicemente impedito che si precipitasse il Paese al voto per esclusiva iniziativa del leader di un partito che alle elezioni Politiche ha raccolto il consenso del 17% dei votanti; che chiede “pieni poteri” per poter emulare gli autocrati che dichiara esplicitamente di “ammirare”; che vuole recuperare sovranità nazionale attraverso la distruzione dell’Unione Europea; che “si trova meglio” a Mosca che nel tradizionale sistema di alleanze del Paese. Se la corretta gestione della crisi condurrà alle urne già in autunno, dovrà essere per certificata (dal Presidente della Repubblica) impossibilità di dar vita ad un nuovo Governo. E dovrà essere un Governo super partes (con un altro Presidente del Consiglio e un altro Ministro dell’Interno) ad esercitare le funzioni di garanzia per tutti i contendenti (Salvini compreso) durante la campagna elettorale.

Sbocco più probabile, le elezioni presto. Ma non scontato. In molti hanno ipotizzato che possa nascere -col sostegno diretto o con l’appoggio di forze parlamentari prevalenti-, un Governo in grado di approvare la Legge di bilancio 2020-’22 e altre misure urgenti per evitare l’incombente recessione economica. In particolare, l’attenzione si è concentrata sull’esigenza di impedire l’applicazione dell’aumento dell’IVA e delle accise -già disposto dalla Legge di bilancio in vigore- per 23 miliardi nel 2020 e per 26 miliardi nel 2021.

Chi scrive ha sostenuto in passato -nel corso della esperienza dei Governi Renzi e Gentiloni- che nel contesto dato (crescita più vivace, inflazione bassissima e spesa per interessi sul debito inferiore all’aumento del Pil nominale), l’incremento delle aliquote IVA disposto nelle cosiddette “clausole di salvaguardia” sarebbe risultato sostenibile, se realizzato in modo da combinarsi virtuosamente con la fatturazione elettronica obbligatoria, purché fosse deciso in un’ottica pluriennale, destinando il maggior gettito strutturale a riduzione permanente della pressione fiscale sulle imprese e sul lavoro dei giovani e delle donne. Non è un’invenzione “neoliberista” che, a parità di pressione fiscale totale, premere di più sui consumi e di meno sui produttori aiuti la crescita.

Oggi però, con l’economia in stagnazione, i consumi interni che rallentano e la locomotiva tedesca in frenata, il forte aumento di IVA determinerebbe un brusco incremento di pressione fiscale totale, con sicuro effetto recessivo. La caduta del Prodotto farebbe tornare in dubbio la capacità del sistema Italia di pagare il debito, lo spread salirebbe e…torneremmo rapidamente al 2011 (con l’unica, positiva differenza che oggi abbiamo un surplus sull’estero pari al 2,5% del PIL, mentre nel 2011 avevamo un deficit delle partite correnti pari al 3,7% del Pil).

Giusto dunque fare in modo che le aliquote IVA non aumentino. Ma come fare? L’entità del gettito in questione è tale -50 miliardi nei prossimi due anni- da rendere un pio desiderio l’ipotesi di procedere attraverso “aggiustamenti “ai margini del Bilancio. Tra l’altro, il Governo Salvini-Di Maio ha pensato bene di lasciare inattuate le norme della nuova Legge di contabilità sulla Revisione permanente della spesa, col risultato che bisognerà ricominciare da capo un lavoro che potrà dare frutti significativi solo nel medio periodo. Mentre il surplus di gettito da fatturazione elettronica è entrato in bilancio con la “manovra non manovra” della primavera scorsa, per cui è già scontato nei saldi a legislazione vigente.

Tutto ciò conduce ad una verità politicamente scomoda (per il M5S e la Lega), ma ineludibile: le risorse necessarie per bloccare gli aumenti dell’IVA ci sono, nel Bilancio a legislazione vigente, ma sono esclusivamente quelle destinate a finanziare, nel triennio ’19-’21, Quota 100; e, permanentemente, il Reddito di Cittadinanza (RdC). La Tavola III.9 del DEF (Sez.1 pag.62) lo documenta analiticamente: nel 2020,34 miliardi di maggiori spese, ridotti a 32 grazie ai 2 miliardi sottratti all’adeguamento ai prezzi delle pensioni in essere; nel 2021,35, 5 miliardi, ridotti a 32 grazie a tre miliardi prelevati dalla stessa fonte.

Il blocco di Quota 100 dal 1 gennaio 2020, accompagnato da un intervento per rafforzare l’APE Social e allargare le possibilità di accedervi per i lavoratori precoci e quelli che hanno svolto attività usuranti… E il ritorno al REI, adeguatamente rifinanziato per renderlo capace di coprire progressivamente tutte le famiglie in condizioni di povertà assoluta, a partire da quelle con minori, fornirebbero la maggiore parte delle risorse necessarie alla cancellazione degli aumenti delle aliquote IVA.

Una così significativa riduzione di spesa potrebbe provocare a sua volta una forte caduta del Prodotto? Assolutamente no: la tavola R1 del DEF (Sez.1 pag. 35) attribuisce al RdC un effetto sul Pil appena percepibile: +0,2 nel 2020, +0,1 nel 2021 e +0,0 nel 2022. Idem per Quota 100 (tavola R1 pag. 37): +0,1 nel 2020, +0,1 del 2021, +0,0 nel 2022. Secondo lo stesso Governo che la metteva in atto, si è trattato di un caso di scuola di un’espansione di bilancio con effetti sostanzialmente nulli sul PIL. Non c’è quindi ragione di ipotizzare alcuna riduzione della crescita attesa come effetto di una radicale rimessa in discussione di entrambe le misure chiave del Governo gialloverde.

Dunque, il problema non è di tipo economico. È essenzialmente politico: il M5S, che ha gruppi parlamentari così numerosi da impedire la nascita di qualsiasi Governo non ottenga la loro adesione o, almeno, la loro benevola astensione, può accettare un così significativo révirement sui due temi caratterizzanti la sua breve esperienza di governo? Se la risposta di Di Maio, Grillo e Casaleggio fosse “non possiamo”, risulterebbe impossibile procedere oltre, sia per ragioni economiche, sia per ragioni politiche.

Le ragioni economiche sono quasi ovvie: se il blocco degli aumenti IVA non viene finanziato con le risorse rivenienti dalla abrogazione di Quota 100 e RdC, bisognerà ricorrere o a forti aumenti di altre tasse (sul reddito da lavoro o da impresa), o a forti tagli di spesa (per queste entità, servono basi ampie: sanità, scuola, pensioni). In entrambi i casi, la pezza sarebbe peggiore del buco, poiché gli effetti recessivi delle misure di “copertura” sopravanzerebbero quelli stimabili dell’aumento dell’IVA che si vuole scongiurare.

Ancora più forti sarebbero le ragioni politiche: perché le forze di opposizione al governo Conte-Salvini-di Maio dovrebbero concorrere con il M5S alla formazione di un qualsiasi Governo, se questo partito mostrasse coi fatti di essere del tutto inconsapevole del disastro costruito con le scelte compiute in questi 15 mesi; e fosse indisponibile a revocarle, in tutto o in parte? Non è questione di astratto puntiglio. Non c’è salvezza per il Paese se chi lo guiderà nei prossimi mesi non opererà una aperta rottura di continuità con l’esperienza gialloverde.

Con la partecipazione degli eurodeputati del M5S all’elezione di Ursula von der Leyen a presidente della Commissione europea, questa discontinuità si è realizzata su un punto chiave, qual è la collocazione internazionale dell’Italia. Si è così verificata una condizione necessaria, ma non ancora sufficiente, per dare ad un nuovo esecutivo solide basi politiche e programmatiche. La chiarezza delle scelte di politica economica e sociale è ugualmente indispensabile, insieme a questioni che hanno a che fare con la democrazia liberale, i diritti civili, o l’immigrazione, se non si vuole dar vita ad un’esperienza di governo talmente fragile da rivelarsi effimera.

 

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Giorgio Tonini

Enrico Morando

 

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