I giorni dell’emergenza Coronavirus segnano profondamente l’omelia dell’arcivescovo di Trento Lauro Tisi anche in questa quinta domenica di Quaresima, nella Messa da lui presieduta in cattedrale (ore 10), a porte chiuse, in diretta su Telepace Trento e in streaming sui portali diocesani. Al centro della liturgia, il Vangelo della risurrezione di Lazzaro. “Passano i giorni – sottolinea don Lauro – e sempre più famiglie, all’interno della propria cerchia parentale piangono qualcuno colpito dalla malattia e dalla morte. Cresce la preoccupazione per il lavoro, per l’organizzazione della vita domestica: dai bambini agli anziani, nelle forme più diverse, tutti stanno soffrendo, con l’aggravante di doversi tenere a distanza. In una parola, la tomba di Lazzaro è entrata nelle nostre case.”

“Incredibilmente – nota però don Lauro – , queste tragiche ore ci mostrano che Dio è più presente di quanto pensiamo. Tutti, pur in modalità diverse, lo stanno evocando”. “Sulla nostra strada – aggiunge l’Arcivescovo – incontriamo un Dio che si abbandona alle lacrime, un Dio che conosce il turbamento, ha voglia e bisogno di amicizia. Ecco allora manifestarsi davanti a noi un Dio che è Amore.”

 

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Omelia Quarta domenica di Quaresima
(Messa celebrata a porte chiuse e trasmessa in streaming) cattedrale di Trento, 29 marzo 2020

Passano i giorni e sempre più famiglie, all’interno della propria cerchia parentale, piangono qualcuno colpito dalla malattia e dalla morte. Cresce la preoccupazione per il lavoro, per l’organizzazione della vita domestica: dai bambini agli anziani, nelle forme più diverse, tutti stanno soffrendo, con l’aggravante di doversi tenere a distanza. In una parola, la tomba di Lazzaro è entrata nelle nostre case.

In punta di piedi, delicatamente, vorrei invitarvi a fissare, in una sorta di istantanea del vostro cuore, il Volto di Gesù che scoppia in pianto. Chiedo allo Spirito Santo di farci percepire che la stessa commozione e lo stesso turbamento Gesù li sta provando, per tutti noi, in quest’ora tanto dolorosa.
Ma, sincerità per sincerità, sono convinto che dentro di noi abiti il commento amaro dei Giudei: “Non poteva far sì che questi non morisse?” (Gv 11,37).

Come pure, ci sentiamo in profonda sintonia con le parole di Marta: “Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!” (Gv 11,21). Dobbiamo ammetterlo senza paura: in queste ore tanto tribolate, percepiamo in tutta la sua drammatica tragicità, l’assenza del Signore.

Far risuonare a voce alta il nostro disagio nei Suoi confronti, gridare verso di Lui, non deve creare imbarazzo.

Il fatto di chiamarlo in causa, è già riconoscere in qualche modo il Suo esserci. Non innalzeremmo la nostra protesta, se lo considerassimo assente.
Incredibilmente, queste tragiche ore ci mostrano che Dio è più presente di quanto pensiamo. Tutti, pur in modalità diverse, lo stanno evocando. Qualcuno lo mette sul banco degli imputati, ma è comunque a Lui che punta il dito. Interessante è anche notare il fatto che per lo più non si scomodano teorie o concetti religiosi, ma si chiama in causa un Volto e una Persona.

Concentriamoci ora sulle modalità con cui Gesù libera Lazzaro dalla morte. E, in particolare, sul suo invito a togliere la pietra. Non è semplicemente un’indicazione operativa. Proviamo a dare un nome a questa pietra: il masso che va tolto è quell’ossessiva preoccupazione per noi stessi, che da troppo tempo sta ostruendo la nostra relazione con gli altri.
Solo allora puoi essere raggiunto dal grido di vita di Gesù: “Vieni fuori!”. Fuori dalla disperazione, fuori dalla solitudine, fuori dalla diffidenza.
Sulla nostra strada incontriamo un Dio che si abbandona alle lacrime, un Dio che conosce il turbamento, ha voglia e bisogno di amicizia. Ecco allora manifestarsi davanti a noi un Dio che è Amore.

Se in questo momento non riusciamo a scorgerne chiaramente i tratti, chiediamo il sostegno dello Spirito perché sappiamo attendere con pazienza il momento in cui ci saranno tolte le bende dell’angoscia e della paura in cui siamo avvolti.

L’operazione è già iniziata nei gesti di attenzione e responsabilità che sono sotto i nostri occhi.

 

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Arcivescovo Lauro