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DEGASPERI (ONDA CIVICA TRENTINO) – INTERROGAZIONE * SANITÀ: « APSP PERGINE VALSUGANA, UNA DIRIGENZA DA NON PRENDERE DA ESEMPIO »

Egregio Signor Walter Kaswalder Presidente del Consiglio Provinciale – Interrogazione n. 1877

APSP Pergine Valsugana, una dirigenza da non prendere da esempio.

La recrudescenza dell’epidemia da Covid porta necessariamente a volgere lo sguardo al recente passato per cercare di non ripetere gli errori commessi nei mesi più difficili del 2020. Tra le diverse vicende che abbiamo approfondito quella della gestione dell’APSP di Pergine Valsugana rappresenta forse quella più utile per chi volesse capire cosa non fare con riferimento sia al livello strategico ovvero delle istituzioni e degli enti che presidiano la salute pubblica che a livello operativo.

Con tempismo perfetto con determinazione n. 93 dell’11 marzo 2020 il dirigente generale del Dipartimento Salute rilasciava l’accreditamento triennale per le strutture di via Pive e di via Marconi dell’APSP Santo Spirito Fondazione Montel (che, a quella data, aveva già 9 casi positivi e due sospetti, oltre al triste primato di aver avuto il primo caso di contagio “autoctono” tra le RSA del Trentino).

La determinazione rilevava peraltro che i valutatori avevano evidenziato alcuni ambiti di miglioramento e indicato raccomandazioni. Viene da chiedersi quali conclusioni avessero tratto i valutatori dalle modalità di diffusione della gastroenterite che a fine dicembre 2019, partita dal quarto piano della struttura di via Pive (proprio come da lì a poco l’epidemia da Covid 19), aveva contagiato quasi tutti i residenti (oltre a operatori e familiari) senza che nessuna informazione venisse trasmessa ai familiari e ai visitatori.

I dubbi sulla cautela nell’affrontare i rischi epidemici da parte della dirigenza dell’APSP crescono a leggere le cronache successive.

Il 10 marzo la stampa informava che dalla RSA di Pergine, l’8 marzo era giunto al Santa Chiara un ospite contagiato da coronavirus. Ciò che stupisce, e che getta una luce cupa sulle capacità di affrontare un qualsiasi rischio epidemico, sono le affermazioni del presidente della stessa RSA. Secondo il presidente-medico di base l’ospite sarebbe stato contagiato da un parente che “aveva una tosse pronunciata e la febbre”. Lo stupore deriva dal fatto che l’avviso per familiari e altri visitatori del 25 febbraio affisso presso le strutture dell’APSP, prevedeva esplicitamente che le persone con tosse non entrassero. Se ne deduce che non si è ritenuto di applicare nemmeno un banale principio di precauzione, peraltro codificato con conseguenze pesantissime. Le conseguenze di questo approccio superficiale? Venti dipendenti in quarantena con un allarme che di lì a poco si sarebbe rivelato premonitore: “un altro caso del genere ci metterebbe in ginocchio. (10.3). Nei giorni successivi infatti il contagio si diffonde inesorabilmente; non poteva andare diversamente visto che, oltre a lasciare entrare i parenti con sintomi che avrebbero dovuto portare a maggiore cautela (“riceveva la visita di un parente che aveva tosse e febbre” conferma candidamente il presidente il 27 marzo), non venivano adottate precauzioni e addirittura (25 febbraio) si prescriveva che “gli anziani residenti, anche se presentano sintomi di natura influenzale, non sono considerati a rischio” (!!!) e che “l’assistenza a loro prestata non richiede alcun utilizzo di DPI”. La ragione della scelta di impedire l’utilizzo dei DPI? Banale, perché “l’utilizzo di DPI al di fuori dei casi previsti può comportare una carenza di DPI in casi di vera necessità”. E che tra i “casi di vera necessità” non rientrassero gli ospiti con chiari sintomi di coronavirus e che nessuna cautela anche minima fosse ritenuta necessaria ce lo conferma ancora una volta il presidente-medico: “entravo nei reparti senza mascherina” (27 marzo) insieme all’eroico personale che, provato dalle conseguenze di decisioni dirigenziali folli, prendendo spunto dal primo caso di ospite contagiato spiega che “a noi non è stato detto niente e nessuna misura è stata adottata in APSP. Mentre l’infermiera ci ha distribuito la mascherina chirurgica i vertici ci dicevano di toglierla per non spaventare gli ospiti” (21 aprile). E ciò, nonostante la circolare del Ministero della Salute del 22 gennaio prescrivesse chiaramente l’applicazione di precauzioni per prevenire la trasmissione per via aerea e per contatto con “mascherina e protezione facciale”.

Sempre il Presidente-medico di base (27.03) annuncia di avere la polmonite interstiziale: “sicuramente ho preso il virus lì (in RSA). I primi giorni, quando ancora non si sapeva bene quali precauzioni prendere, entravo nei reparti senza mascherina. E l’ho preso certamente in questo

modo”. Così dice, dimenticando sia che in marzo era impossibile non sapere che la mascherina fosse praticamente l’unico dispositivo a disposizione per prevenire il contagio, sia che ben 23 gg. prima ( 4 marzo) aveva chiuso la RSA ai familiari con il motivo (a questo punto, pretesto) di preservare i residenti dal contagio.

Anche sul rispetto dei tempi della quarantena per il personale ci sono pesanti ombre : l’8 marzo, in occasione del 1° contagio, vengono messi in quarantena 20 operatori, ma già il 12.03.2020 la RSA comunica: “ effettuato tampone..a dipendenti rientrati da quarantena, atteso l’esito per domani …”. Viene spontaneo chiedersi se la vita di tutti i residenti valesse davvero così poco da non poter aspettare nemmeno un giorno per avere la certezza del risultato.

Se preoccupante è il numero di dipendenti contagiati, devastante è il riflesso della loro assenza sugli ospiti, anziani molto fragili, non autosufficienti e spesso affetti da demenza.

Il 10.03 il Presidente stesso dichiarava “siamo in sofferenza … Già 20 oss del quarto piano sono in quarantena, se se ne vanno altri 20 come possiamo garantire i servizi?”

Ma se già con solo 40 assenti il Presidente metteva in dubbio la garanzia del servizio, cosa può esser successo nei giorni successivi quando le assenze sono aumentate in via esponenziale, arrivando a superare il centinaio ? Suscita orrore leggere la denuncia di un operatore della RSA ( 21.04) “ci era stato detto di entrare una volta per dar da mangiare, bere e cambiarli. Il problema è che queste persone avevano difficoltà a mangiare e bere e alla fine sono sopravvissuti più quelli con la Peg che gli altri”.

Il Presidente parla di “tsunami su (RSA) Pergine“, ma i dati di molte RSA virtuose, che hanno scongiurato il peggio, operando, con la dovuta diligenza, nell’interesse di residenti, dipendenti e collettività, dimostrano chiaramente che la tragedia poteva esser evitata o, almeno, contenuta. Evidenti falle nelle procedure, nessuna attenzione per evitare i rischi di contagio, nessuna attenzione per individuare i residenti sintomatici, mancata adozione della benché minima iniziativa di prevenzione con evidente sottovalutazione dei pericoli, nessuna umana pietà.

La ricostruzione degli eventi non può non far sobbalzare pensando alle conseguenze gravissime che hanno dovuto pagare gli ospiti delle RSA di Pergine Valsugana senza che nessuno si sia assunto la responsabilità di questa clamorosa sequenza di errori e senza che la superficialità con cui i rischi sono stati affrontati abbia avuto conseguenze in termini di accreditamento della struttura. Ancora più grave che la direzione abbia sempre sostenuto di aver operato in stretto contatto e in pieno accordo con Provincia e APSS, nonché di aver agito sempre con il loro consenso.

 

Tutto ciò premesso si interroga il Presidente della Provincia per conoscere

  1. se alla data dell’accreditamento (11 marzo) la Provincia era informata dell’incapacità della RSA di gestire una semplice gastroenterite diffusasi senza incontrare ostacoli in tutta la struttura di via Pive, quante assenze tra operatori e infermieri e quanti accessi al Pronto Soccorso ha causato fra i residenti;
  2. se, da marzo, è stata costantemente informata, del numero di assenze tra il personale della RSA di via Pive, ovvero della scarsità (riconosciuta dal presidente) con cui veniva gestita la struttura e se, nonostante questa carenza, siano stati sempre rispettati i valori minimi dei parametri necessari per l’accreditamento.
  3. se è stata costantemente aggiornata del divieto di utilizzo dei DPI (DPI che il Presidente stesso dichiara di aver sempre ricevuto da PAT e APSS) e delle altre forme di prevenzione anche banali prescritte dal Ministero della Salute;
  4. se era a conoscenza degli elevati rischi di contagio (tradottisi poi in contagi effettivi) che le decisioni dei vertici comportavano per ospiti, operatori, familiari e abitanti della zona;
  5. se era a conoscenza dei costi economici a carico della collettività che un focolaio di quelle dimensioni avrebbe comportato ( INPS, INAIL, CONTIBUTI per compensare deficit per letti vuoti, sospensione dei servizi esterni, ecc.);
  6. se è vero, come costantemente affermato dal Presidente, che PAT e APSS sono sempre state informate di quanto accadeva nella RSA e che le stesse hanno sempre condiviso tutte le decisioni, inerenti e/o conseguenti alla gestionre del covid19, prese dalla struttura;
  7. se sia stata presa in accordo con PAT e APSS anche la decisione di rassicurare constantemente i familiari sulla normalità di una situazione sempre sotto cotrollo, e di evitare qualsiasi informazione sull’ effettiva incapacità di gestire il mortale contagio, privando così gli stessi della possibilità di decidere se, dove, e come i loro cari dovevan
  8. se è stata informata del fatto che, ai primi di maggio, una residente è deceduta a seguito della caduta dal IV° piano della RSA e come la struttura ne giustifica la mancata custodia;
  9. se è stata informata del fatto che il secondo contagiato nella RSA di via Pive, residente al II° piano, era un anziano proveniente da altra struttura, fatto entrare senza i preventivi controlli e le dovute precauzioni (quarantena, tampone, …)
  10. 10. numero di autopsie chieste e il numero di quelle effettuate su ospiti residenti presso le RSA di Pergine Valsugana dal 4 marzo 2020 con il dettaglio di tamponi positivi al covid 19, tamponi negativi al covid 19, sospetti e altri casi.

    A norma di regolamento si richiede risposta scritta.

    Cons. prov. Filippo Degasperi

     

     

     

     

     

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