Gentile candidata/candidato – come ben sa la nuova Legge 4 del 2020 della PAT sulle aperture domenicali e festive, non ha riconosciuto lo status di città turistica al comune di Trento che permette l’apertura annuale delle attività commerciali in tutte le 52 domeniche e 12 festività. Il comune di Trento, ad oggi, potrà quindi derogare alle aperture per un massimo di 18 domeniche e festività.

Alla luce del dibattito che ha coinvolto le lavoratrici ed i lavoratori del settore e delle richieste di modifiche alla legge da parte di alcune forze politiche, vorremmo sapere

Lei, per il comune di Trento, è per un’apertura massima di 64 tra domeniche e festività delle attività commerciali (negozi, centri commerciali, ecc.) come da precedente norma nazionale o per una riduzione a meno domeniche? E se sì, le chiediamo di indicare un numero di aperture che ritiene equilibrato per il Comune di Trento.

se nel suo programma sono stati previsti servizi di conciliazione famigliare per le lavoratrici e lavoratori impegnati

Si chiede inoltre se

nell’attività lavorativa domenicale e festiva

 

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Paola Bassetti Segr. Gen. FILCAMS-CGIL Trentino

Lamberto Avanzo Segr. Gen. FISASCAT-CISL Trentino

Walter Largher Segr. Gen. UILTUCS Trentino Alto Adige Südtirol

 

/// LE RISPOSTE ///

 

Franco Bruno

sono a favore delle aperture commerciali domenicali mio padre aveva frutta verdura e domenica era il giorno che guadagnava il Veneto è aperto non vedo perché Trento deve chiudere non è possibile si apre di domenica fine

 

 

Marcello Carli

Il tema delle aperture domenicali non è materia di legge provinciale, perché si tratta di concorrenza e la competenza è dello Sfato. Sono le parti sociali che debbono trattare le condizioni di apertura, non i partiti politici

 

 

Filippo Degasperi

La nostra posizione è stata più volte ribadita sia in consiglio provinciale che in consiglio comunale.
Abbiamo votato a favore della legge provinciale perché convinti che il settore vada regolamentato e che si debba superare il Far West voluto da Monti e dai suoi sostenitori (Centrosinistra in primis).
Abbiamo certamente evidenziato come l’iniziativa del Consiglio (ne avevamo depositato una analoga noi nel 2017) sia a rischio di incostituzionalità non per quanto concerne la possibilità del legislatore nel fissare giornate di chiusura, quanto perché nel panorama odierno la competenza spetta al Parlamento. Ciò non significa però che l’Autonomia non possa rivendicare il suo spazio e spronare il livello nazionale ad intervenire.
Abbiamo anche criticato la divisione insensata tra centri turistici e non e la sua applicazione contenuta nella delibera della Giunta. Secondo noi è una divisione senza senso dato che, per fare un esempio, la Cooperativa di Calceranica non ha certo interesse a rimanere aperta le domeniche di novembre.
Quindi siamo sempre stati e rimaniamo assolutamente favorevoli alla regolamentazione delle aperture festive, rivendichiamo il diritto del Consiglio provinciale di assumere la competenza di fronte alla totale inerzia del Governo e del Parlamento.
Crediamo che un approccio equilibrato (già inserito in una mozione) debba prevedere il superamento della divisione tra località turistiche e non, un numero di festivi in cui gli operatori possono tenere aperto che potrebbe partire dai 18 odierni escludendo dal computo le domeniche di dicembre (portando quindi il totale a 22) ma lasciando al singolo operatore (e non al comune) la scelta di quali festivi lavorare. I comuni potrebbero intervenire per promuovere il coordinamento tra gli operatori economici in modo garantire un minimo di rotazione e quindi il servizio ai clienti (come avviene per distributori, tabacchini, farmacie…). Siamo anche disponibili a discutere l’esclusione dal computo dei festivi in cui siano il titolare o i suoi familiari (solo ed esclusivamente loro) a garantire l’apertura.
Per la conciliazione opereremo a livello provinciale con risorse per il potenziamento dei servizi e con la riappropriazione da parte del Comune dei servizi educativi interrompendo la pratica delle esternalizzazioni/privatizzazioni.

 

 

Franco Ianeselli

Quella provinciale sulle chiusure domenicali e festive è una legge finalizzata alla propaganda, ma le leggi devono servire a regolare la vita sociale sulla base delle competenze degli enti che le approvano, non a illudere le persone. La legge provinciale, com’era prevedibile, ha già cominciato a mostrare tutte le sue fragilità. La sentenza del TAR è la prima crepa, alla quale seguirà probabilmente un pronunciamento sfavorevole della Corte Costituzionale. Come ha scritto il segretario generale della Cgil del Trentino Andrea Grosselli, sulla base di un orientamento comune tra le tre Confederazioni, la strada corretta per affrontare temi come questi è quella di lavorare sul lato della contrattazione (sociale e di lavoro), per giungere ad intese tra le parti che fissino limiti, che aumentino le retribuzioni, che garantiscano riposi compensativi e turnazioni, e che offrano strumenti di conciliazione. Questi ultimi sono un tema sul quale il nostro programma di coalizione spende parole precise. Perché è fondamentale che il Comune si faccia parte attiva per promuovere intese e attivare servizi a favore delle persone che lavorano. Per ottenere questi obiettivi è fondamentale giungere alla definizione di una specifica norma di attuazione che definisca le competenze e che preveda una concertazione obbligatoria tra enti locali e parti sociali.

 

 

Carmen Martini

Trento è una città turistica, con una tradizione di turismo culturale da una parte e montano dall’altra (Bondone), quindi riteniamo che la decisione di Fugatti di non considerarla come tale sia sbagliata. Una città turistica deve essere viva ed offrire proposte di qualità, anche da un punto di vista commerciale, senza contare che la presenza di attività aperte garantisce un servizio e un presidio anche per i residenti.

Il tema della tutela dei lavoratori e delle lavoratrici è di fondamentale importanza perché si parla di diritti irrinunciabili, ma pensiamo debba e possa essere affrontato in modo innovativo, ricercando soluzioni alternative con creatività. Siamo convinti che non si debba imporre a chi non lo desidera di lavorare anche la domenica, ma si possano utilizzare risorse interne interessate a lavorare nei fine settimana e ad avere libere altre giornate infrasettimanali o utilizzare lavoratori temporanei, giovani, studenti o comunque persone che possono ricercare lavori di questo tipo.

Per quanto riguarda la conciliazione lavoro/famiglia, nel nostro programma, nel capitolo che riguarda l’obiettivo di perseguimento di una migliore equità per la città di Trento, abbiamo inserito alcune idee che riguardano in particolare le esigenze delle famiglie con bambini o che si occupano della cura di persone anziane.
Per quanto riguarda la cura dei figli, si deve rivedere il sistema delle tariffe relative al servizio di asilo nido, fino ad arrivare alla gratuità e sono da favorire i servizi di nido aziendale. Vanno inoltre rimodulati servizi e orari di scuole materne e primarie, ora impostati sul tradizionale lavoro d’ufficio, in una vera ottica di conciliazione lavoro/famiglia. Inoltre, il nostro consigliere provinciale si è occupato in modo puntuale riguardo il tema in oggetto.

 

 

Andrea Merler

Trento è chiaramente una città turistica. La sua storia, la sua montagna, la sua bellezza, i suoi musei, i suoi palazzi affrescati, i suoi accoglienti alberghi, ristoranti e locali, lo provano più e meglio di mille parole. Ma il tema delle aperture domenicali degli esercizi va affrontato in modo equilibrato e serio. Per questo, ritengo che la competenza al riguardo debba definitivamente passare dallo Stato alla Provincia di Trento, passaggio che deve avvenire attraverso un intervento della Commissione dei Dodici. Sottolineo questo perché credo nell’Autonomia e ritengo spetti quindi a noi decidere nel merito.

Detto ciò, noi siamo favorevoli alle aperture domenicali a settimane alterne, una soluzione che consente di contemperare le necessità economiche con i diritti dei lavoratori ad avere del tempo da trascorrere con le loro famiglie all’aperto, andando sui nostri bellissimi laghi, montagne e paesaggi.
A proposito, registro con sorpresa la repentina metamorfosi del candidato Sindaco della sinistra CGIL, Ianeselli, che prima picchettava per le chiusure domenicali ed ora si ritrova iperliberista dimenticando i lavoratori.

Noi siamo per una linea di equilibrio che sappia contemperare tutti gli interessi, sia quelli economici, che quelli sociali.

 

 

Giuliano Pantano

La liberalizzazione selvaggia del commercio votata da Berlusconi, Bersani, Meloni, Casini ecc. durante il governo Monti (D.L. 214/11) è stata un regalo alla grande distribuzione a danno di lavoratori e piccolo commercio, che non regge la concorrenza delle grandi catene e che si trova costretto all’apertura per non soccombere.
Con il cosiddetto decreto “Salva Italia” furono eliminati la limitazione dell’orario di apertura, l’obbligo della mezza giornata di chiusura infrasettimanale e l’obbligo di chiusura nei giorni festivi. L’applicazione più dura del decreto riguarda l’orario di apertura dell’esercizio commerciale. Si lavora sempre, anche a Capodanno. Chi rifiuta la chiamata, se non ha un qualsiasi contratto che lo tuteli,rischia di non venir più chiamato. Tutto ciò è sfruttamento e ricatto. Si lavora anche a Natale e Capodanno. Per chi non accetta ci sono altri disponibili a essere schiavizzati, perché lavoro regolare non ce n’è.

Attenzione, il diritto al riposo nei giorni festivi non è assoluto, ma discrezionale. L’art. 36 della Costituzione prevede il diritto alle ferie, ma non al riposo nelle festività.

Una sentenza della Cassazione chiarisce il diritto al giorno festivo, precisando che tale diritto può essere previsto nei contratti di lavoro. In sintesi la Corte ribadisce che “Il lavoratore può rifiutare la prestazione lavorativa durante i festivi anche se questa viene espressamente richiesta dal datore di lavoro. Se rifiuta il turno festivo il lavoratore non perde il diritto alla normale retribuzione. Non può essergli contestata l’assenza ingiustificata, costituendo la presenza al lavoro nelle festività una libera scelta del lavoratore. Al lavoratore, quindi, non può essere imposto di lavorare nei giorni festivi.

Si evince che il lavoro festivo non è obbligatorio”
Nel commercio sono evidenti i peggiori risvolti della deregolamentazione e della precarizzazione. A farne le spese non è solo il lavoratore a chiamata e privo di tutele, ma anche il lavoratore contrattualizzato.
Ѐ ormai obsoleto il contratto a tempo indeterminato e la norma, quando si è fortunati, è il contratto a tempo determinato o a progetto, e i part-time imposti che prevedono anche paghe orarie diversificate . La liberalizzazione ha segnato la fine dei contratti regolari e per categorie. Ormai si fanno contrattini ad personam che di fatto non tutelano il lavoratore, costretto ad accettare i turni festivi per arrotondare paghe al limite della sussistenza.
Inoltre il sorgere dei megastore ha favorito l’incremento della liberalizzazione oraria, della precarietà del lavoro e ha massacrato i piccoli negozi di quartiere. Migliaia di piccoli esercenti non hanno più fatto cassa e si sono trovati costretti a chiudere bottega. Un grave danno per i territori e per la vita sociale, in quanto i luoghi di socializzazione si sono spostati dalle strade di quartiere ai grandi centri commerciali dove scorrono fiumi umani globalizzati e deprivati della relazione sociale sui territori di appartenenza.
Ma questo è davvero altra questione, sia pur conseguente alla nascita dei grandi templi del commercio e della liberalizzazione degli orari che ha reso apparentemente più comoda, ma sicuramente meno sociale la vita delle persone. A partire dai lavoratori del commercio posti sotto permanente ricatto e costretti a dimenticare di avere diritto alla vita privata.

Rifondazione Comunista, da sempre contraria alla norma di Monti, aveva cercato di promuovere un referendum per l’abolizione, riuscendo a far approvare il quesito alla Regione Abruzzo con l’appoggio di sindacati e associazioni dei commercianti.
Si associò solo la Regione Veneto, nessuna a guida centrista o Pd.

Essendo necessarie 5 regioni non riuscimmo a indire il referendum.
Le aperture c’erano anche prima di Monti ma erano regolamentate da comuni e regioni e oggetto di contrattazione con sindacati e organizzazioni di categoria. Certo non si poteva stare aperti 365 giorni all’anno ma si potevano turnare aperture. La legge iperliberista italiana non c’è negli altri Paesi europei e in Germania, Paese che ci indicano sempre come modello, le aperture domenicali sono 10 in un anno. Non regge nemmeno il paragone con i servizi essenziali.
Insomma auspichiamo che lavoratrici e lavoratori della grande distribuzione abbiano la possibilità di godere del diritto alla festa, al rapporto con figli e familiari, alla gita, al riposo. Se a ferragosto o il 25 aprile e il Primo Maggio i centri commerciali rimarranno chiusi non sarà un problema ma una conquista di civiltà.

 

 

Silvia Zanetti

Non ha risposto

 

 

 

Aperture domenicali parliamoci chiaro