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Pesticidi. Serve un comune cambio di mentalità, non un inutile scontro sui dati. Rispetto alla questione dei pesticidi in Trentino, gli articoli di giornale sull’argomento che vengono pubblicati in questi giorni sono intrisi di dati e numeri che, fondamentalmente, attestano quanto in Trentino (secondo solo al Veneto per presenza di fitofarmaci nel terreno agricolo) la situazione sia drammatica.

Considerando anche i nostri precedenti comunicati su questo tema sembra piuttosto inutile riportare qui ancora una volta quelle cifre e quelle percentuali che ingolosiscono tanto giornali e lettori.

Il problema, evidentemente, riguarda più l’interpretazione di questi dati e il taglio che si vuole dare alla faccenda. Se, infatti, i trentinissimi 9,3 kg di veleni per ogni ettaro di terreno agricolo (dati del 2015), paragonati a una media nazionale di 4,9 kg sembrano a dir poco allarmanti, qualcuno si compiacerà del fatto che l’anno prima erano 10,5 o che, almeno, non siamo messi male come il Veneto che ne ha ben 11,7.

Se poi ci sono residui tossici nel 72,5% dei punti e nel 21,2% dei campioni investigati (112 sostanze) questo impressionerà qualcuno – per esempio Donata Borgonovo, che ha finalmente interrogato la giunta sulla questione – ma ci sarà sempre l’assessore Dallapiccola di turno a sostenere che in realtà «ci sono più diffuse tracce di pesticidi nei siti perché migliora la capacità di analisi» e che «sono stati prodotti molti sforzi con il piano gestione acque» al punto che «gli operatori agricoli sono molto arrabbiati per i limiti importanti introdotti nell’uso di fitosanitari».

Premesso che, come Uil del Trentino, abbiamo senza dubbio a cuore gli interessi di chi lavora, operatori agricoli inclusi, va anche detto che abbiamo più di una volta suggerito di investire sul biologico, sul biodinamico e sulle colture alternative anche per incentivare questo mercato, attuale e potenzialmente molto remunerativo, creando così nuova occupazione.

Nella nostra ultima relazione congressuale, peraltro, il rapporto ambiente-sviluppo-lavoro è stato indubbiamente centrale. Al di là di tutto, poi, si tratta di un interesse generale che riguarda la salute dell’intera cittadinanza, nonché di un’opportunità di fomentare un emergente approccio culturale pressoché necessario.

In ambito enologico, dove peraltro i pesticidi sono meno usati rispetto, per esempio, alla produzione di mele, comincia a maturare un po’ di consapevolezza al riguardo e basta un minimo di senso dell’osservazione per rendersi conto che, in generale, la domanda di prodotti ecosostenibili è destinata ad aumentare.

Oggi apprezziamo la presa di posizione, tra gli altri, della consigliera Borgonovo Re a favore dell’ambiente, ma riteniamo che simili pronunciamenti potessero essere stati fatti prima, per esempio quando Borgonovo Re era assessore, e in maniera più decisa (l’assessore alla salute Luca Zeni, invece, non ha nulla da dire sull’argomento?). Ricordiamo con un certo sconcerto come, in occasione di un incontro sul tema, fu la stessa Agenzia provinciale per la protezione dell’ambiente a invitare i presenti a «non fare terrorismo» sull’argomento.

Ci permettiamo di dissentire considerando invece terrorismo proprio quel silenzio complice che negli anni ha permesso al Trentino di sfiorare il primato per inquinamento dei terreni agricoli. Riteniamo opportuna e auspicabile una più caparbia impuntatura sul tema ed ecco quindi che, mentre lasciamo Borgonovo Re e Dallapiccola (solo per citarne due) a litigare sui numeri, la domanda che tutti dovremmo farci è se – profitto o non profitto, lavoro o non lavoro – siamo in grado di innescare un meccanismo virtuoso attraverso un’auspicabile cambio di prospettiva.

Se siamo, insomma, disposti – tanto per semplificare – a considerare le mele lievemente butterate come un prodotto di qualità addirittura superiore ai prodotti in simil-plastica proposti oggi come “prima scelta” o se, prima o poi, dovremo accorgerci di essere tutti ammalati.

 

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Walter Alotti
Segretario Generale Uil del Trentino