(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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Il Comune di Rovereto “ha assunto una posizione che non è pregiudiziale circa la possibile quotazione in borsa di Dolomiti Energia”. La notizia di oggi non mi stupisce, ma mi dispiace.
Il comune di Trento aveva organizzato a suo tempo un incontro informativo dove l’amministratore delegato di Dolomiti Energia, dottor Granella, aveva spiegato come la situazione internazionale, le guerre e le crisi influenzassero pesantemente il mercato energetico e come diventasse fondamentale avere fonti di approvvigionamento energetico rinnovabile molto diversificate. Sebbene concordassi senza ombra di dubbio, sulla necessità di abbandonare le fonti fossili di produzione energetica a favore di quelle rinnovabili, non mi sentivo del tutto tranquilla e lo sono stata ancora meno quando mi è stata rifiutata la condivisone delle slide presentate in quanto “documenti segreti”.
Il dottor Granella diceva quindi che alla società servono capitali per consentire di diversificare la produzione di energia rinnovabile, puntando in maniera decisa sul fotovoltaico ed eolico ad integrazione dell’idroelettrico. Questo mentre io invece pensavo che servono approfondimenti sulle dighe e la gestione dei bacini a monte e dei fiumi a valle e che sono necessari interventi su infrastrutture spesso ormai vetuste, anche per le implicazioni relative alla rinaturalizzazione dei fiumi, una risorsa necessaria per mettere in sicurezza il territorio dalle alluvioni.
In seguito il dottor Granella era passato a parlare delle fonti di reperimento dei fondi necessari a questa transizione, sostenendo la necessità improrogabile di quotare la società in borsa. E il dubbio aumentava dentro di me: ma come, non è noto a tutti che la società ha già ora degli utili molto elevati e nessuna difficoltà di accesso al credito?
Alla mia domanda su come si poteva garantire che l’acqua rimanesse bene comune con l’accreditamento in borsa, il dottor Granella rispondeva che meccanismi interni assicuravano che comunque il 51% delle azioni rimanesse in mano ai comuni di Trento e Rovereto e alla Provincia e che anche se uno di questi azionisti decidesse di vendere tutte le proprie azioni, con un colpo di testa sconsiderato, esisteva una clausola di salvaguardia che garantiva comunque il controllo del CdA agli enti pubblici.
Quello che il dottor Granella non diceva e non dice, ma che noi sappiamo bene, è che una società quotata in borsa dipende strettamente dall’andamento del mercato e quindi alla quotazione delle sue azioni e dei relativi utili. L’esperienza ci dice che la transizione da gestione pubblica a privata non ha mai portato benefici ai consumatori in nessuna parte del mondo, anzi ha prodotto generalmente aumenti delle tariffe e perdite per i cittadini.
La borsa è il prodotto di una logica di mercato che gioca il suo futuro sulla speculazione e non certo sul benessere dei lavoratori e dell’ambiente. L’ingresso di I nuovi soci privati che entreranno nella governance lo faranno spinti dalla distribuzione dei dividendi, non certo per sostenere investimenti strategici e necessari come lo sviluppo delle energie rinnovabili, il potenziamento delle reti e delle strutture, il rinnovo delle concessioni idroelettriche, il trattamento economico e sindacale dei dipendenti (pensiamo alla recente vertenza dei lavoratori del call center) e l’ incremento delle assunzioni.
E se lo scopo ultimo di una società è quello di fare utili, difficilmente le sue preoccupazioni si estenderanno alla tutela di un bene comune che abbiamo difeso strenuamente con un referendum, quell’acqua, risorsa strategica per i diversi usi che di essa si fa dal potabile fino all’irriguo e all’energetico, che non può essere relegata dentro uno scenario che confligge con la consapevolezza del fatto che i cambiamenti climatici sono una realtà incombente e che l’approvvigionamento idrico diventerà sempre più problematico.
Ma il dottor Granella va avanti comunque, cercando i possibili riferimenti in borsa, incurante dell’invito della Provincia a concedersi il tempo di approfondire altre soluzioni e prospettive.
Toccherebbe ora ai due comuni azionisti riflettere sul fatto che la decisione non riguarda solo Trento e Rovereto ma tutti i comuni della provincia, in primis quelli che sono coinvolti nella produzione di energia, senza per altro goderne i frutti, sapendo inoltre che gli introiti da investimenti non possono entrare nei capitoli di spesa corrente rivolti ad intensificare interventi a favore del sociale, cosa che potrebbe costituire il solo possibile risvolto positivo in questa faccenda.
Solo attraverso il coinvolgimento diretto, su tutto il territorio provinciale (e perché no un referendum provinciale?), degli enti locali e delle persone nella gestione delle grandi derivazioni, si potrà trovare una soluzione che consenta di mantenere un controllo più largo della risorsa acqua e una traduzione certa dei benefici economici diffusi in risorse da investire in servizi pubblici.
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Renata Attolini, segretaria provinciale di Sinistra Italiana
