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FEDERCASALINGHE * OCCUPAZIONE FEMMINILE: « PENALIZZATA PIÙ DALLA MATERNITÀ CHE DAL COVID, UN ANNO DI CONTRIBUTI PER FAR RIPARTIRE IL MERCATO DEL LAVORO ROSA »

COVID penalizza di più le donne. Le donne occupate a dicembre 2020 sono oltre 9 milioni ma, rispetto ad un anno prima, si sono persi 312 mila posti di lavoro, con una flessione del 3,2% che ha inflitto un duro colpo all’occupazione femminile in Italia, già al di sotto degli standard europei. A diminuire sono soprattutto le occupate autonome/indipendenti (-129 mila donne, -90 mila uomini) e le posizioni a tempo determinato (-231 mila donne, -218 mila uomini); in leggera crescita il tempo indeterminato. Le regioni che hanno registrato una perdita maggiore di posti femminili sono state in termini assoluti Lazio (-61 mila), Veneto (-43 mila) e Lombardia (-41 mila). Ma a registrare una variazione maggiore sono le aree a maggiore vocazione turistica come Sardegna (-10,5%) e Calabria (-8,0%).

Per l’occupazione femminile italiana il problema non è solo il COVID. Esiste una disparità tra le donne occupate e gli uomini occupati (tasso di occupazione dicembre 2020: 48,6 donne, 67,5 uomini) che va oltre la pandemia. Uno dei primi motivi di questo divario è la maternità: l’analisi dello stato di occupazione per tipologia familiare mette subito in evidenza i comportamenti diversi tra uomini e donne a livello lavorativo in caso di figli. Le donne occupate con figli che vivono in coppia sono solo il 53,5%, contro l’83,5% degli uomini a pari condizioni. La situazione occupazionale si avvicina molto tra i due generi in caso di single, in cui i tassi di occupazione sono rispettivamente 76,7% per maschi e 69,8% per le femmine. Anche l’ultima analisi dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro sulle convalide di dimissioni e risoluzioni consensuali di madri e padri nel 2019 fotografa un’Italia ancora una volta debole nell’ambito del sostegno alla genitorialità, in cui quasi 38 mila lavoratrici neo-mamme si sono dimesse durante il 2019.

Bisogna incentivare l’occupazione femminile Dopo la riforma pensionistica del 2011 sono state abolite le differenze tra uomo e donna in termini di pensione e sono poche le donne che raggiungono la pensione per anzianità lavorativa. Inoltre l’importo pensionistico delle donne è nettamente inferiore a quello maschile. Se dare a tutte le donne un vantaggio pensionistico poteva essere ingiustificato, è innegabile che la storia lavorativa delle donne ha buchi previdenziali e retribuzioni minori dovute al lavoro di cura. Quindi, uno sconto pensionistico per ogni figlio avuto renderebbe più paritaria la situazione tra i generi. Da questo sconto pensionistico non devono essere escluse le casalinghe, per incentivarle a tornare nel mercato del lavoro e soprattutto in quello “formale”.

La proposta: 1 anno gratis di contributi per ogni figlio Il contributo medio annuale di una lavoratrice è pari a circa 6.100 € annui. “Quota mamma per tutte” varia in base al numero di figli: considerando la distribuzione per figli dei 12 milioni di mamme italiane e l’importo del bonus, possiamo riportare un contributo medio di 10 mila euro pro-capite. Arriviamo a stimare un costo annuo di circa 500 milioni.

Questa proposta incentiverebbe le donne che non hanno un lavoro retribuito a rientrare nel mercato del lavoro, quanto meno per arrivare alla soglia contributiva della pensione di vecchiaia. Se rientrassero nel mondo del lavoro solo le lavoratrici potenziali[1] dai 25 ai 54 anni (circa 1,3 milioni di donne) la crescita del tasso di attività femminile sarebbe immediata e passerebbe dal 66% al 77%.

La Presidente di Federcasalinghe On. Federica Rossi Gasparrini commenta ”L’introduzione dell’assegno unico e universale per i figli, del Fondo Opportunità per la formazione delle casalinghe, dello “Smart Working” sono i nuovi presupposti di una Società migliore e culturalmente avanzata. Manca solo la possibilità di una copertura previdenziale per il periodo dedicato alla maternità estesa a tutte le donne, ecco la motivazione della nostra proposta: Quota mamma per tutte.”