«Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?» (Mt 11,3). La domanda del Battista interpreta tutti i dubbi che ci pervadono.

A un anno dalla morte di Antonio, resta il peso inguaribile della sua assenza. Mamma Anna Maria, papà Domenico, Federica e Luana, i tanti amici e colleghi e questa stessa comunità fanno i conti ogni giorno con una ferita incomprensibile e violenta.

Un anno dopo, tuttavia, intravvediamo con maggiore chiarezza la via che Antonio ci ha indicato.

Essa non contempla muri ma porte aperte. Ha nel dialogo e nel rispetto delle differenze il suo habitat naturale. Conosce la passione per la vita, mistero pieno di domande, alle quali non possiamo sperare di trovare risposta da soli. Ritornano, oggi alla mente quei suoi stupendi versi: “Il tempo è troppo prezioso per passarlo da soli. La vita troppo breve per non donarla a chi ami”.

Questa è l’umanità sorridente e accogliente di Antonio. Un giovane entusiasta dell’umano. Questa è la via del Vangelo, è la via di Gesù di Nazareth.
Certo, questa via attualmente ci appare perdente. I dubbi del Battista attraversano i nostri giorni, segnati da prove di forza, violenza in tutte le sue forme, parole di esclusione, di intolleranza che sfociano in vero e proprio razzismo, a cominciare dagli spalti degli stadi.

A questo conduce la narrazione prevalente, rendendo faticoso dar credito all’ansia di rinnovamento.

Di fronte al dubbio il Battista decide di andare alla fonte stessa del dubbio e chiede: “Sei tu colui che deve venire?”.

A questo nostro interrogativo, la risposta di Gesù continua ad essere il Vangelo: “I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo”.

Molti segnali ci dicono che le parole di Antonio, giornalista e poeta appassionato dell’Europa dei popoli, hanno già portato frutto.

A cominciare dalla grande dignità con cui la sua famiglia sta elaborando un dolore assolutamente indicibile.

Un frutto è sicuramente la Fondazione nata a suo nome, con il compito di farne memoria attiva, aiutando – come è scritto nelle motivazioni – a “favorire l’apprendimento, la promozione di una cultura della legalità, del rispetto della persona, della convivenza civile, del rifiuto di ogni forma di violenza”.

Il “sogno” di Antonio – non a caso titolo del libro biografico scritto su di lui – era proiettato sul domani. Il sogno di una famiglia, di un lavoro, il sogno di parole attendibili, che tornino a raccontare verità e aiutino a uscire dal dubbio. Per diventare cercatori della luce, passare oltre la cronaca e le grida mediatiche, per abbracciare il campo della vita.

Preghiamo oggi perché la testimonianza di Antonio continui in gesti di concretezza e solidarietà, liberazione, dignità, forza.

Questo è grande. Questo – come ci ricordano i suoi amici – è Mega.

 

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+ arcivescovo Lauro