Di Luca Franceschi
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Il governo Meloni si caratterizza come un produttore incessante di “decreti sicurezza”. Dalla controversa misura “anti rave” fino ai giorni nostri, in poco meno di quattro anni sono stati approvati ben cinque provvedimenti legislativi che evidenziano chiaramente l’orientamento autoritario dell’esecutivo. Con questi decreti aumentano i reati e i comportamenti sanzionabili con carcere, ammende e provvedimenti repressivi, colpendo soprattutto i settori sociali più fragili, con particolare concentrazione su cittadine e cittadini migranti, persone che manifestano il loro dissenso e uomini e donne che tentano pacificamente di difendere i propri diritti costituzionali, quegli stessi diritti che gli autori dei decreti hanno giurato di rispettare quando hanno prestato fedeltà alla Costituzione.
L’ultimo decreto, approvato ieri alla Camera con il ricorso al voto di fiducia, conteneva una disposizione particolarmente grave: obbligare i legali che difendono migranti a rischio di espulsione a farsi pagare dai fondi pubblici per convincerli a partire volontariamente. Una norma che configurerebbe il finanziamento della difesa di interessi contrari a quelli del cliente, violando il diritto fondamentale alla difesa. Per risolvere questa chiara incostituzionalità, è stato necessario emanare un nuovo mini-decreto, che sarà esaminato dal Senato la prossima settimana, nel tentativo di correggere un testo già compromesso. La soluzione adottata risulta tuttavia ancora problematica: i beneficiari dei fondi pubblici saranno anche i legali che non riusciranno a convincere i propri assistiti a lasciare l’Italia, insieme ai mediatori culturali e alle organizzazioni impegnate nei rimpatri.
Il resto del decreto, già vigente e che ora diviene legge, introduce il fermo preventivo per chi partecipa a manifestazioni e assemblee pubbliche, eleva le sanzioni per la partecipazione a proteste, incrementa i Daspo e aggiunge 33 ulteriori strumenti per limitare la libertà di movimento nel territorio nazionale. Particolarmente significativo è che tutto ciò accada in prossimità del 25 aprile: il governo intende cancellare dal paese il diritto stesso di protestare, lo stesso diritto che fu negato nel ventennio fascista di cui alcuni esponenti dichiarano di custodire l’eredità.
La risposta necessaria consiste nel non cedere alle intimidazioni e nell’ampliare l’opposizione politica e sociale per riuscire a cacciare questo governo. Il fascismo del ventunesimo secolo assume forme nuove, ma continua a servire gli interessi del capitale e i privilegi della classe più ricca e prepotente. Un fronte costituzionale risulta indispensabile per sconfiggere questa coalizione alle prossime elezioni.
