Di Luca Franceschi
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La vicecapogruppo M5S al Senato Ketty Damante lancia un duro attacco al governo Meloni sul tema del ponte sullo Stretto di Messina, definendolo “una mastodontica e dispendiosa presa per i fondelli” e chiedendo lo stop definitivo all’opera.
Secondo l’esponente pentastellata, l’Italia sta attraversando una grave crisi economica che definisce “un vero e proprio tsunami”. La situazione è aggravata dalle conseguenze della “guerra di Trump e Netanyahu, mai condannata dagli esponenti di governo”, che sta colpendo duramente tutti i cittadini.
I segnali di questa crisi sono evidenti: bollette e carburanti fuori controllo, fiducia dei consumatori in picchiata, pressione fiscale ai massimi storici e una crescita economica che rischia di azzerarsi. Il pericolo di una recessione diventa concreto non appena terminerà la fase di sostegno del PNRR.
Damante sottolinea come il referendum sulla giustizia abbia rappresentato una batosta per il governo e ritiene che, se la premier Meloni vuole davvero inaugurare una “fase 2” del suo esecutivo, debba partire proprio dalla cancellazione del progetto del ponte sullo Stretto.
L’esponente M5S ricorda che il Sud ha inviato un messaggio chiaro attraverso le urne e che Salvini aveva già tentato in passato di realizzare quest’opera senza successo. “Ora basta. Stop. Game over”, dichiara con fermezza.
Particolarmente critica è la denuncia sui costi di gestione dell’opera: emergono notizie secondo cui la “Stretto di Messina Spa” continua ad assumere manager con stipendi elevatissimi per un progetto il cui iter procedurale risulta di fatto bloccato.
La parlamentare evidenzia una contraddizione nelle politiche governative: mentre si applicano tagli lineari ai ministeri dell’Economia, delle Infrastrutture e della Sanità per ottenere modeste riduzioni delle accise sul gasolio, dall’altra parte si continuano a spendere ingenti risorse per consulenze, poltrone e prebende legate a quella che definisce “un’opera fantasiosa”.
La richiesta finale è chiara: Meloni deve fermare questa farsa e dare un segnale concreto di discontinuità, dirottando i fondi destinati al ponte verso le opere di cui Sicilia e Calabria hanno realmente bisogno.
