Di Luca Franceschi
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Il gesto compiuto dal presidente turco Erdoğan durante il vertice NATO di Ankara, consistente nella consegna di una pistola carica incisa con il nome a ogni leader presente, rappresenta ben più di una semplice curiosità di natura diplomatica. Si tratta piuttosto di un’immagine che racchiude la contraddizione di un’alleanza che proclama di lavorare per la pace mentre contemporaneamente distribuisce armi da fuoco come se fossero semplici gadget tra i capi di Stato riuniti.
Il premier britannico Starmer ha dimostrato almeno una certa dignità istituzionale, riconoscendo pubblicamente l’imbarazzo della situazione e decidendo di lasciare l’arma in Turchia, dato che la legislazione britannica non gli consentirebbe di portarla nel suo Paese. Diversamente, dal governo italiano non è giunto alcun commento ufficiale: non vi è stata alcuna dichiarazione, nessuno ha spiegato con trasparenza quale sia stato il destino del “regalo” ricevuto dal rappresentante italiano ad Ankara.
Tale silenzio rispecchia l’atteggiamento generale che caratterizza le decisioni del governo Meloni in materia di politica estera e di politica militare. L’Italia ha aderito alle pressioni di Trump per raggiungere una spesa del 5 per cento del Pil, ha incrementato i finanziamenti destinati agli armamenti, ma nel contempo non ha promosso alcun vero dibattito in sede parlamentare riguardante le priorità strategiche del Paese.
La differenza economica tra una spesa militare fissata al 5 per cento del prodotto interno lordo rispetto al precedente livello del 2 per cento avrebbe come conseguenza per l’Italia l’impiego di circa 500 miliardi di euro aggiuntivi entro il 2035. Si tratta di risorse che verrebbero sottratte da settori cruciali quali la sanità, l’istruzione, le politiche sociali e gli investimenti per la transizione verso l’ecologia. Questa riallocazione di risorse alimenterebbe un processo di riarmo che, secondo questa analisi, non produrrebbe maggiore sicurezza, bensì generarebbe nuove tensioni internazionali e ulteriori profitti per i settori dell’industria bellica.
