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ABI – ASSOCIAZIONE BANCARIA ITALIANA * TRANSIZIONE DEMOGRAFICA: ROTTIGNI, «PREVIDENZA COMPLEMENTARE 2024: 243,4 MLD E 9,9 MLN ISCRITTI, DAL 62,8% IN TRENTINO-ALTO ADIGE AL 28,5% IN CAMPANIA»

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11.38 - martedì 3 febbraio 2026

(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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Testo dell’Audizione del Direttore Generale dell’Associazione Bancaria Italiana, Marco Elio Rottigni.

Commissione parlamentare di inchiesta sugli effetti economici e sociali derivanti dalla transizione demografica in atto.

1. Introduzione
Signor Presidente, Onorevoli Deputati,
Consentitemi innanzitutto di ringraziarvi, a nome dell’Associazione Bancaria Italiana e del Presidente Antonio Patuelli, per l’opportunità di contribuire al dibattito su un tema fondamentale per la sostenibilità economica e sociale del nostro Paese.

I cambiamenti demografici, in stretta interazione con le diseguaglianze economiche e sociali, rappresentano infatti una delle principali sfide strutturali per l’Italia oltre che uno degli otto macro-trend che stanno orientando l’azione dell’ABI.

A questi profili è dedicata l’attività del Comitato Tecnico Strategico ABI sulle “evoluzioni demografiche e i servizi bancari”, presieduto dal Dottor Papa, componente del Comitato Esecutivo dell’Associazione Bancaria.

Il Comitato strategico si compone di rappresentanti delle banche e si avvale anche del contributo di accademici, professionisti ed autorevoli esperti sulla materia – tra cui importanti demografi come il Rettore Billari e il Prof. Rosina.

 

2. Evoluzione demografica

 

2.1 I numeri chiave

Negli ultimi dieci anni la popolazione italiana ha registrato una significativa contrazione. Tra il 2014 e il 2024 il numero dei residenti si è ridotto di 1,3 milioni, passando da 60,3 a 59 milioni. Secondo lo scenario mediano dell’Istat1, la popolazione scenderebbe a 54,7 milioni già nel 2050 e a 45,8 milioni nel 2080, con una riduzione complessiva di 13,2 milioni di persone rispetto al 2024 (-22%).
La diminuzione quantitativa è accompagnata da un profondo mutamento della struttura per età.

L’incidenza dei giovani (0-14 anni) sul totale della popolazione tenderebbe progressivamente a calare, passando dall’attuale 12,2% all’11,1% nel 2050, per poi risalire lievemente all’11,3% nel 20802; nel complesso, la popolazione in questa fascia d’età si ridurrebbe di circa 2 milioni di unità. La popolazione in età lavorativa (15-67 anni) si ridurrebbe di 13,4 milioni, scendendo dall’attuale 67,3% del totale al 58,2% nel 2050 e al 57,3% nel 2080.
Al contrario, la popolazione con più di 67 anni aumenterebbe di 2,3 milioni, passando dall’attuale 20,5% del totale a circa il 30,7% nel 2050 e il 31,3% nel 2080. L’età media passerebbe dagli attuali 46,6 anni a 50,8 anni nel 2050 e 51 anni nel 2080.

Le dinamiche risulterebbero particolarmente accentuate nel Mezzogiorno, dove la popolazione diminuirebbe di 3,4 milioni entro il 2050 e di 7,9 milioni entro il 2080. Le riduzioni sarebbero più contenute nel Nord e nel Centro del Paese.

Alla base del calo demografico vi è una dinamica naturale persistentemente negativa. Nello scenario mediano dell’Istat, da qui al 2050 si registrerebbero 10 milioni di nascite a fronte di 20 milioni di decessi, mentre le migrazioni nette, pur positive, risulterebbero insufficienti a compensare il saldo naturale. In seguito, tra il 2050 e il 2080, tali dinamiche tenderebbero ad amplificarsi3.
Il fenomeno non è esclusivamente italiano: nel 2050 la popolazione europea diminuirebbe del 6% (-16% nel 2080), a fronte di una crescita significativa in altre aree del mondo, in particolare in Africa (+63% nel 2050 e +128% nel 2080), Nord America (+11% e +19% rispettivamente nel 2050 e nel 2080) e Asia (+10% e +5%)4.

 

2.2 Possibili riflessi di medio-lungo termine

La criticità principale di questa evoluzione riguarda la modifica della composizione per età in modo potenzialmente sfavorevole per la crescita economica, la sostenibilità del sistema di welfare e il ricambio imprenditoriale.

In particolare, la diminuzione della popolazione in età da lavoro determinerebbe una riduzione significativa del Pil. Le stime della Banca d’Italia56 indicano, nei prossimi 25 anni, una flessione del Pil dello 0,9% annuo, mentre il Pil pro-capite diminuirebbe dello 0,6% annuo per il calo della popolazione. Tali dinamiche inciderebbero sia sulla domanda aggregata, attraverso una riduzione dei consumi, sia sull’offerta, influenzando investimenti, innovazione e produttività.

L’invecchiamento eserciterebbe inoltre pressioni sul sistema di welfare. Gli indici di dipendenza peggiorerebbero in modo significativo: se oggi 100 persone in età lavorativa sostengono 48,6 persone tra giovani e anziani7, nel 2050 dovrebbero sostenerne 71,9 (74,4 nel 2080). L’incidenza degli anziani sulla popolazione in età da lavoro passerebbe dal 30,5% al 52,8% nel 2050 (54,7% nel 2080).

Tali evoluzioni avranno implicazioni anche sul sistema pensionistico. Nel 2024 la spesa pensionistica ha raggiunto i 337 miliardi di euro (15,4% del Pil)8. Secondo le proiezioni della Ragioneria dello Stato, tale spesa salirebbe a un picco poco superiore al 17% nel 2040, per poi ridursi verso il 14% negli anni Settanta. Pur restando solido il profilo di sostenibilità, aumenterebbero i rischi di pensioni non adeguate: per la Ragioneria Generale dello Stato, il tasso di sostituzione netto scenderebbe dall’82% attuale al 64% nel 2070, con una riduzione di oltre il 20% dell’assegno. Per carriere discontinue o frammentate crescerebbe il rischio di pensioni non adeguate.

In questo contesto aumenta in misura sempre maggiore l’importanza della previdenza complementare. Nel 2024 le risorse complessive hanno raggiunto 243,4 miliardi di euro, con circa 9,9 milioni di iscritti (38,3% delle forze lavoro), ma con una partecipazione effettiva più limitata (solo il 27,6% della forza lavoro ha infatti versato contributi nel 2024), con forti differenze territoriali (dal 62,8% delle forze lavoro del Trentino-Alto Adige al 28,5% della Campania) e generazionali (47,8% degli aderenti ha più di 50 anni; gli under 35 sono solo il 19,9%; prevale la componente maschile al 61,6%).

Le dinamiche demografiche incidono anche sulle imprese. In Italia operano circa 4 milioni di imprese, nel settore dell’industria e dei servizi; nel 2023 il turnover netto è risultato solo leggermente positivo, con forti differenze settoriali10. Si pone inoltre un rilevante tema di ricambio generazionale: le imprese guidate da under 35 rappresentano solo l’11,8% del totale.

 

3. Scenari demografici e crescita economica

 

3.1 Effetto demografico sulla crescita italiana

Per comprendere l’impatto della transizione demografica sull’economia italiana è utile partire da un messaggio semplice: meno popolazione in età da lavoro significa minore capacità di crescita. Se la popolazione attiva diminuisce, e se non intervengono correttivi, l’economia cresce più lentamente perché si riduce il numero di persone che lavorano, producono reddito, consumano e investono.
Su questo aspetto l’ABI ha svolto recentemente una approfondita analisi cui sarà dedicato un numero della collana editoriale che ABI realizza per diffondere studi e analisi su temi di particolare rilevanza e attualità per il mondo economico e finanziario.

La nostra analisi mostra che la sola dinamica demografica, in assenza di interventi correttivi, determinerebbe nei prossimi decenni un rallentamento significativo della crescita economica italiana, già visibile nel medio periodo e ancora più marcato nel lungo periodo: in dettaglio, la dinamica demografica attesa comporterebbe livelli di PIL inferiori di oltre il 30% nel 2080 rispetto all’ipotesi di invarianza dell’occupazione; ma già nel 2030 il PIL risulterebbe inferiore di circa il 3,5%.

In altre parole, una parte rilevante della bassa crescita futura non dipenderebbe da fattori ciclici, ma dalla struttura demografica del Paese.

 

3.2 Le “leve” per contrastare l’effetto demografico

Questo scenario non è però inevitabile. L’Italia presenta infatti ampi margini di recupero, legati a risorse di lavoro e di capitale umano oggi meno utilizzate rispetto ad altri Paesi europei. In particolare, fermi restando i positivi sviluppi che si stanno osservando sul mercato del lavoro in Italia, per contrastare gli effetti negativi dell’evoluzione demografica vengono solitamente citate dagli studiosi della materia quattro principali grandi “leve”, emerse anche in numerose precedenti audizioni tenute in questa stessa sede11:
• i giovani, che in Italia registrano tassi di occupazione inferiori rispetto alla media europea;
• le donne, il cui tasso di occupazione resta strutturalmente più basso;
• i saldi migratori (da intendersi come saldo netto tra i flussi in uscita e i flussi in ingresso, regolari, adeguati rispetto alle esigenze delle imprese e gestiti con processi di integrazione ben governati) che possono contribuire a riequilibrare la popolazione in età attiva;
• il capitale umano, in particolare la quota di occupati con istruzione universitaria, che incide direttamente sulla produttività.
Le nostre simulazioni indicano che intervenire su queste “leve” consentirebbe di recuperare una parte molto significativa della crescita persa a causa del calo demografico.
In particolare, politiche efficaci su occupazione giovanile e femminile e una gestione adeguata dei saldi migratori permetterebbero già di ridurre drasticamente l’impatto negativo sulla crescita.

Se a questi interventi si affiancassero politiche capaci di rafforzare il capitale umano e la produttività, il quadro migliorerebbe ulteriormente: nel lungo periodo, l’effetto complessivo potrebbe compensare quasi interamente la perdita di crescita legata al calo demografico.

 

4. Il contributo del mondo bancario italiano

Le banche contribuiscono fattivamente alla crescita e al benessere del Paese, anche attraverso il sostegno alle categorie più impattate dalle attuali evoluzioni demografiche, attraverso tre piani di azione principali:
– misure e strumenti pubblici e/o privati
– protocolli d’intesa, progetti, iniziative
– esperienze e buone pratiche del mondo bancario a beneficio dei clienti, delle comunità e dei territori in cui operano.

Queste attività testimoniano l’impegno già in essere e il contributo tangibile del mondo bancario a supporto dei giovani, delle donne, della clientela silver, dell’inclusione finanziaria e sociale e della bancarizzazione dei cittadini stranieri, a vantaggio del benessere collettivo.
Al riguardo, si pensi ad esempio alle misure dirette a favorire le imprese, che possono chiedere l’erogazione delle agevolazioni, in via anticipata, senza dover prima sostenere le spese per la realizzazione degli investimenti agevolativi, o alle iniziative dirette a agevolare l’accesso ai mutui per l’acquisto dell’abitazione principale, come il “Fondo di garanzia per i mutui prima casa”.

Questo Fondo, contro-garantito dallo Stato, offre una garanzia fino al 50% della quota capitale per mutui fino a 250.000 euro destinati all’acquisto, ristrutturazione o efficientamento energetico di immobili non di lusso. Fino al 31 dicembre 2027 sono previste percentuali di garanzia più elevate (fino all’80% o 90% in specifici casi) per ISEE inferiori a 40.000 euro e per nuclei familiari numerosi.

Anche il Fondo per il credito ai giovani (c.d. Fondo per lo studio) – che fornisce sostegno all’accesso al credito per giovani meritevoli che intendono iscriversi all’università, frequentare corsi post-laurea o perfezionare le competenze linguistiche – rappresenta un contributo che va nella direzione indicata. Il Fondo garantisce fino al 70% del prestito, per un finanziamento massimo di 25.000 euro erogato in rate annuali tra 3.000 e 5.000 euro. Il rimborso è previsto in 3–15 anni, con avvio dell’ammortamento almeno 30 mesi dopo l’erogazione dell’ultima rata.

Infine, rilevante è anche l’impegno del settore a favore dello sviluppo dell’educazione finanziaria. Accrescere la consapevolezza della popolazione, a partire dai giovani, gli anziani e gli stranieri, favorisce l’assunzione di scelte più consapevoli e coerenti con le proprie aspettative. In questa direzione il mondo bancario è da anni impegnato anche con iniziative congiunte con le istituzioni e con le rappresentanze del mondo consumeristico. Ciò avviene anche attraverso la collaborazione con la Fondazione per l’Educazione Finanziaria e al Risparmio, costituita da ABI nel 2014 per raggiungere, attraverso progetti e iniziative mirate, un’ampia gamma di target di popolazione. Tali iniziative sono spesso realizzate, sotto il coordinamento di ABI, anche in collaborazione con soggetti di rappresentanza degli interessi collettivi e sociali, come, ad esempio, il mondo consumerista e i centri antiviolenza.

Importante è anche l’impegno profuso dal mondo bancario per favorire l’eguaglianza di genere e porre in campo azioni dirette a prevenire ogni forma di violenza contro le donne, anche di carattere economico. Numerose sono infatti le iniziative che le singole banche hanno implementato per favorire la formazione, una maggior consapevolezza e l’individuazione di strumenti specifici per incrementare l’autonomia femminile.

Anche l’ABI è molto attiva su questi temi, tra le iniziative principali si ricorda il Protocollo sottoscritto nel 2023 tra ABI e Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, che mira a sensibilizzare sul tema della violenza di genere e a ridurre il divario di accesso delle donne ai servizi finanziari, promuovendone l’autonomia economica.

Un ruolo fondamentale è anche svolto dalle attività di divulgazione e comunicazione. La campagna “Insieme contro la violenza sulle donne – Tu non sei sola” e la collana di podcast “Parole di Inclusione – Contro la violenza economica” rappresentano importanti strumenti di informazione e prevenzione.
Il 24 novembre 2025, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, è stato siglato da ABI con Fabi, First Cisl, Fisac Cgil, Uilca e Unisin il Protocollo d’intesa per il contrasto alla violenza sulle donne.

L’accordo prevede misure per la sospensione del pagamento della quota capitale dei mutui ipotecari o dei crediti ai consumatori e, con particolare riferimento al tema “lavoro”, azioni di supporto e inserimento delle donne vittime di violenza e dei figli in caso di femminicidio. Si tratta di un intervento che rafforza la dimensione sociale dell’impegno del settore, incidendo su uno snodo cruciale: l’urgenza finanziaria che spesso accompagna i percorsi di fuoriuscita dalla violenza.

Allo stesso tempo è alta l’attenzione nei confronti delle fasce più anziane di popolazione, più facilmente a rischio di patologie e quindi di esclusione sociale. In questa logica ABI e diverse banche hanno avviato dei progetti specificatamente destinati a favorire l’accessibilità fisica e l’usabilità di prodotti e servizi bancari per le persone con ridotta mobilità, un fenomeno sempre più diffuso nel nostro Paese anche a causa del progressivo invecchiamento della popolazione, quale conseguenza dell’evoluzione demografica.

Tali iniziative sono sviluppate spesso in sinergia con soggetti che rappresentano le persone con disabilità, nella consapevolezza che solo grazie alla loro esperienza e all’ascolto possano essere colti i reali bisogni connessi alla fascia dei silver e individuate soluzioni condivise.
Quanto indicato costituisce la base delle riflessioni in atto in sede Associativa sul tema degli effetti dell’evoluzione demografica, che trattiamo anche in connessione con l’impegno per il contenimento delle diseguaglianze.

Tra i suoi impegni, l’ABI, anche per il tramite del già citato Comitato Tecnico Strategico “evoluzione demografica e servizi bancari”, si propone di definire iniziative – che prevedono interventi sinergici tra pubblico e privato – e di sviluppare proposte volte a contrastare e contenere gli effetti degli attesi sviluppi demografici. Le riflessioni attualmente in corso, di cui daremo conto ad esito dei lavori, si focalizzano in particolare sui temi del credito, degli investimenti, della previdenza complementare, delle assicurazioni e dell’educazione finanziaria, con particolare attenzione per i giovani le donne e la popolazione “silver”.

Da quanto indicato si evince chiaramente che il settore è pronto a collaborare con le istituzioni alla definizione di misure ad hoc a favore delle fasce di popolazione che più sono soggette agli effetti negativi dell’evoluzione demografica nel nostro Paese per individuare soluzioni che possano contribuire a contenerle.

 

5. Conclusioni
La transizione demografica rappresenta una sfida strutturale per il Paese, con potenziali effetti rilevanti sul sistema economico, sul welfare e sul tessuto produttivo.
La dinamica demografica negativa prevista in Italia nei prossimi decenni può determinare un significativo rallentamento economico anche rispetto ai tassi di crescita attuali.

Tuttavia, l’Italia può attingere da almeno quattro ‘’riserve’’ in cui presenta un significativo gap rispetto alla media europea che, se ben governate, potrebbero concorrere a contenere gli effetti dell’evoluzione della struttura demografica: i giovani, le donne, i saldi migratori e gli occupati laureati.
Nostre analisi mostrano come annullando tali gap si riuscirebbe a ridurre significativamente gli effetti di minor crescita economica legati alla negativa dinamica demografica attesa nei prossimi anni, potenzialmente arrivando anche ad azzerarli.

Accanto alle “leve” analizzate, vi sono tuttavia anche altri segmenti della popolazione e del sistema produttivo che richiedono misure dedicate e possono contribuire in modo significativo alla crescita economica. Si pensi ad esempio ai nuovi nati, alla popolazione più anziana – cosiddetti silver ages – e ai nuovi imprenditori.

Politiche demografiche efficaci richiedono quindi un approccio integrato, che affianchi alle “leve” della forza lavoro e del capitale umano anche misure rivolte alle famiglie, agli anziani e al tessuto produttivo, dove il ricambio generazionale è sempre più importante.
Il settore bancario è parte attiva di questo percorso e contribuisce, nel proprio ambito, a sostenere l’adattamento dell’economia e della società italiana alla nuova realtà demografica, in linea con le buone pratiche già in essere

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