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SMI TRENTINO * SANITÀ: PAOLI, «CASE DI COMUNITÀ E MEDICINA GENERALE POSSONO RIDURRE LE LISTE D’ATTESA»

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09.01 - lunedì 1 giugno 2026

(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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In relazione alle criticità sulle liste d’attesa di cui si fa menzione su tutti i quotidiani locali oggi, e non solo oggi, Smi segnala quanto segue, ipotizzando altrettante soluzioni:

La nuova normativa sulle liste d’attesa (Legge 107/2024, di conversione del DL 73/2024) e il Piano nazionale sulle liste d’attesa (2025/2027) puntano a ridurre i tempi per visite ed esami attraverso un’unica piattaforma nazionale, che non risulta al momento calibrata su tutte le regioni allo stesso modo. Inoltre, l’estensione degli orari di ambulatorio, garantendo l’apertura anche nei fine settimana, compreso il sabato, e nelle ore serali, non viene effettuata in maniera costante e massiva in Trentino.

Si potrebbe invece adottarla nelle Case di Comunità, attualmente prive di personale sanitario e medico specialistico, al passo con la riduzione di tali liste, magari attraverso il filtro di algoritmi che l’intelligenza artificiale sta già sperimentando con Agenas e con la medicina generale (vedi, ad esempio, in Puglia con le TAC e RMN, e la Campania con l’overbooking): il cuore del sistema è un sistema di intelligenza artificiale generativa basato su un modello specifico in grado di valutarne l’appropriatezza clinica di una prescrizione diagnostica.

C’è poi da ricordare che, a partire dal 2025, è stato abolito il tetto di spesa per il personale delle aziende sanitarie, permettendo nuove assunzioni e il superamento dei limiti di budget storici per il personale stesso. Compreso, quindi, l’aumento stipendiale per coloro che si attivano con straordinari per abbattere tali liste d’attesa, senza dover invece pagare i privati per fare lo stesso tipo di lavoro. Ma tutto ciò comporta aumentare sempre più l’offerta al cittadino, anche ansioso, piuttosto che insegnare al cittadino a fidarsi del proprio medico curante. Anche nelle Case di Comunità, non solo quelle hub ma anche quelle spoke.

Infatti, nelle Case di Comunità, attualmente possono andare a lavorare i medici di medicina generale, molti dei quali dispongono di specializzazioni che potrebbero usare per fare da filtro nel calo di queste liste d’attesa, per esempio nel controllo annuale di tutte le patologie croniche, come sta già avvenendo per i TAO e i CAD. E che si potrebbero attivare immediatamente per i centri antiipertensivi. Nel nostro accordo del 2013, confermato nel 2024, e pure nell’accordo nazionale, sono infatti previsti questi passaggi, come pure le unità complesse di cure primarie, che verrebbero incontro al superamento della situazione critica attuale attraverso i device medici, i PAI, i PDTA e la telemedicina, per cui sono stati erogati venti milioni dallo Stato italiano.

Infine, qualora i tempi massimi previsti per le prestazioni (in base alle classi di priorità) vengano superati, l’assistito ha diritto a chiedere che la visita o l’esame vengano eseguiti in regime di attività libero-professionale intramuraria (visita privata con medico ospedaliero). In questo caso la struttura deve garantire l’erogazione della prestazione senza costi aggiuntivi a carico del cittadino, eccetto il pagamento dell’eventuale ticket. Legge anche questa prevista dallo Stato italiano.

È da sottolineare, comunque, che le visite a questo titolo non sono, come hanno dichiarato dei consiglieri provinciali, “a vantaggio di una casta di professionisti”, dato che, al contrario, tali professionisti non solo tolgono ore alla propria famiglia ma addirittura, del 100% di quanto paga il cittadino, ricevono da Asuit solo il 30% circa. Il resto dovrebbe servire per abbattere ulteriormente le stesse liste d’attesa. E soprattutto che nel 2026 andranno in pensione in Italia altri 25.000 specialisti che non verranno sostituiti a sufficienza. Di questi, cinquemila circa della sanità privata. Con quel 30% sopperiscono a coloro che hanno abbandonato turni massacranti, lavoro incrementale per gravosità e complessità cliniche nei propri reparti.

Detto questo, vale la pena ricordare che l’abbattimento attuale in Trentino è merito anche della medicina generale, che da quattro anni sta effettuando un progetto specifico per tale criticità, peggiorata in tempo di Covid, superato con le visite e i consulti in telemedicina con gli specialisti, voluti fortemente da SMI Trentino; avendo poi perfezionato con Mariotti il metodo di classificazione appropriata delle visite da “B” a “C” e altre classi minori; e che la medicina generale attualmente è l’unico settore che contempla attivamente un Ufficio per l’appropriatezza prescrittiva.

Le segnalazioni di inappropriatezza prescrittiva da parte degli specialisti privati, secondo tale progetto, hanno verificato un 60-70% di prescrizioni inappropriate non ancora corrette da Asuit. Infatti, a tali visite i medici di famiglia non possono mettere riparo, pena l’immediata sostituzione, da parte del cittadino trentino ansioso o prepotente, di un medico di base con un altro. A meno di non essere aggrediti, di non essere esposti a rischi di contenzioso medico-legale o di lavoro che sottraggono quel tempo libero che dovrebbe appartenere a ogni essere umano per dedicarsi, senza minacce, a una vita sociale e familiare fonte di realizzazione delle proprie aspirazioni personali.

Segnaliamo poi che migliaia di cittadini stanno tornando dai propri medici di famiglia a farsi rifare le impegnative dell’anno scorso perché, dopo il cambio di sistema dell’Asuit, risultano inefficaci le prenotazioni di tutte le prescrizioni in classe P, che appaiono quindi doppie rispetto alle originali. E che agli stessi cittadini né Asuit né la Provincia hanno ancora insegnato che, al momento del ritiro della ricetta dal proprio medico, debbono immediatamente segnalare al CUP la richiesta di visita, pena la cancellazione della richiesta da parte del CUP stesso.

E che i nostri cittadini non possono essere messi nelle condizioni, soprattutto gli anziani, i non autosufficienti, i fragili, gli esenti ticket per varie patologie degenerative, di dover migrare da valli e pianure ad altre valli montane (esempio da Trento fino in Primiero) per ricevere una visita prima o programmata che potevano tranquillamente ricevere nel loro luogo di domiciliazione attuale, dove esistono ora, oltre a ospedali di valle, anche Case di Comunità polispecialistiche e Distretti.

Tali disservizi, infatti, determinano una spesa enorme per il trasporto di queste persone da parte dei parenti, mancando mezzi veloci in autonomia, comprese migliaia di ore di permessi retribuiti dalle aziende, che si vedono private della manodopera giovanile occupata per il trasporto dei propri cari.

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Dottor Nicola Paoli

Segretario SMI Trentino

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