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LETTERE AL DIRETTORE

CESCHI (PRESIDENTE DOCET) * SISTEMA EDUCATIVO TRENTINO: «PRIMO GIORNO DI SCUOLA, SIAMO GIÀ PROIETTATI ALLA NOTTE PRIMA DEGLI ESAMI»

Scritto da
19.32 - giovedì 11 settembre 2025

Gentile direttore Franceschi,

 

allego quanto oggi pubblicato sul quotidiano “Il T“, anche per consentire la visione ai lettori di Opinione.

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Giovanni Ceschi
docente al Liceo “Prati” di Trento e presidente di Docet – Associazione insegnanti del Trentino

 

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La psicosi dei primi della classe. Primo giorno di scuola, e in Trentino siamo già proiettati alla notte prima degli esami. Non solo quelli di maturità, per la riforma annunciata dal ministro Valditara con il ritorno all’antico a partire dal nome, ma soprattutto quelli di riparazione. Sarà perché il ddl Degasperi sul tema è approdato in Quinta Commissione prima dell’annuncio della segretissima “terza via” a lungo incubata dall’assessora; fatto sta che il lavoro del mitologico gruppo di lavoro, dove un docente non si trova neanche a cercarlo col lanternino, pare sia giunto in dirittura d’arrivo.

Intanto l’effetto ottico di un Trentino solo in apparenza rigoroso nel valutare il recupero delle carenze formative è stato svelato dal pregevole lavoro di Franco Buratti, che per Docet ha mostrato come la nostra provincia sia ultima nel Nord Italia per incidenza di bocciature. Il trucco è semplice: basta fare i conti a giugno, quando nel resto del Paese vengono assegnate le materie in cui gli studenti con carenza sono attesi all’esame di riparazione, anziché a settembre, dove una percentuale – ridotta ma non irrilevante – non riesce a colmare le lacune e quindi ripete l’anno.

La percentuale, stando ai dati ministeriali, oscilla tra il 6 e l’8%: all’incirca uno studente su quindici rimandati; mentre in Trentino il 100% degli studenti con carenze ha la promozione in tasca a giugno, anche a fronte d’impegno nullo nei mesi a venire. E qui sgombero subito il campo da un equivoco: il ragionamento delle centinaia d’insegnanti che reclamano a gran voce di sanare quest’anomalia non si focalizza compiaciuto sulla presunta severità del sistema nazionale (i numeri attestano che tale non è) ma sull’assurdità di un meccanismo locale che pone chi s’impegna sullo stesso piano di chi abbandona una o più materie. Tanto la promozione è garantita comunque!

A ben vedere, per affrontare davvero il problema, urgerebbe superare la distinzione tra rigorosi e tolleranti, di cui si nutre la retorica di palazzo: l’arma distrattiva di massa è proprio la polarizzazione del confronto. Un’analisi intellettualmente onesta, da punti di vista anche distanti, approda alla conclusione che non esistono terze vie inesplorate: l’unico modo di uscirne è quello di condizionare di nuovo la promozione alla necessità d’impegnarsi per superare le difficoltà. Richiesta ineludibile, pedagogica per la scuola e per la vita.

È difficile comprendere, se non all’interno di una “ragion di provincia” che prevale sull’onestà del percorso, quale paura vi sia nel ripristino del sistema nazionale, migliorato – se proprio si vuole e ci si riesce – sul piano regolamentare, per prevenire eventuali abusi o estremismi, che peraltro la collegialità dello scrutinio già adesso scongiura. Viceversa, non è stato estremistico e irresponsabile legarsi le mani per vent’anni di fronte a insufficienze che in alcuni casi sfiorano l’analfabetismo, costringendo gli insegnanti a certificare una sorta di falso in atto pubblico che si chiama “media complessivamente sufficiente” per ammetterli all’esame finale?

Terze vie cerchiamole dov’è possibile davvero differenziarsi in meglio: su questo campo la partita è persa, come dimostrano i tortuosi tentativi di mantenere la promozione tout court a giugno. Si tratta di una battaglia di retroguardia che non merita di essere combattuta, se non per interessi estranei alla scuola, in conflitto con quelli preminenti degli allievi; che in realtà, fingendo d’includere, decidiamo d’illudere. L’ipotesi ventilata di richiedere il superamento delle carenze solo come requisito per accedere all’ultimo anno, classico topolino partorito dalla montagna dell’establishment, non tiene conto (o è cinicamente fin troppo consapevole?) del fatto che a quel punto i giochi saranno fatti, e se una carenza è davvero incancrenita la soluzione non potrà certo essere fermare lo studente dopo averlo illuso per anni che le carenze avrebbe potuto sanarle.

Perché per un atto di presunta giustizia nei confronti di chi non s’impegna, approfittando del meccanismo, avremo schiere di studenti cui per anni ci siamo rifiutati, scientemente, d’indicare la strada per un effettivo recupero. Per paura di che cosa? Di pronunciare una parola di verità, assumendosi la responsabilità – che alla scuola compete comunque – di accompagnare lo studente con tutto il supporto orientativo e didattico richiesto all’inizio e non certo alla fine del suo percorso scolastico. Di sicuro tale supporto ha un costo che va pagato, se alla scuola come agenzia seria si annette l’importanza dichiarata.

A ben vedere, proprio per superare la polarità tra progressisti e lassisti che fa tanto gioco mediatico a chi i problemi preferisce lasciarli perennemente sul tavolo, la via d’uscita migliorativa esiste; ed è quella ipotizzata dal disegno di legge Degasperi, che ripristina l’esame a settembre come l’unico dei mondi possibili facendo tesoro di un aspetto su cui tutti concordano: che con lievi e circoscritte carenze si va avanti e si cerca di rimediare in corsa, perché le carenze – lievi e circoscritte – lo consentono in modo onesto e dignitoso. Così già si fa, in sostanza, nel resto d’Italia; il Trentino ha l’occasione di normarlo.

Ma la psicosi dei primi della classe impedisce di chiamare progresso il ritorno a un sistema che funziona. E i sacri test di piazzamento della nostra provincia continueranno a essere interpretati per alzare una cortina fumogena sull’oggettività dei fatti.

 

 

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