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LETTERE AL DIRETTORE

CESCHI (PRESIDENTE DOCET) * ISTRUZIONE: «PLUTARCO E LA REGOLA DELLE VOCALI, CINQUE VIE PER LA FELICITÀ A SCUOLA»

Scritto da
18.56 - mercoledì 10 settembre 2025

Gentile direttore Franceschi,

allego quanto oggi pubblicato sul quotidiano l’Adige, anche per consentire la visione ai lettori di Opinione.

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Giovanni Ceschi

 

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UNA SCUOLA FELICE: LA REGOLA DELLE VOCALI

Secondo Plutarco, «i giovani non sono vasi da riempire, ma fiaccole da accendere». Immagine d’immediata suggestione, impietosa per la nostra scuola che assieme all’obiettivo contenutistico sembra avere ormai smarrito quello motivazionale. Forse proprio perché le viene impedito di riempire, ha smesso d’infiammare (il fuoco ha bisogno di legna da ardere), e poiché non riesce ad infiammare, non sa riempire più.

Le due immagini – secchio e fuoco – non sono affatto in antitesi, ma si nutrono l’una dell’altra e devono completarsi a vicenda: servono combustibile della conoscenza e scintille di passione per trasformarla in materia viva.

All’inizio di un nuovo anno scolastico, quando le energie ritemprate dall’estate sono più vigorose e l’aspettativa intonsa come un nuovo libro da sfogliare, viene istintivo chiedersi quali siano i segreti – se esistono – per il successo scolastico; con l’avvertenza che successo equivale a gratificazione e senso di piena adeguatezza, stati d’animo non dipendenti da ciò che la scuola stessa definisce “successo formativo”.

Espressione che nasconde un’insidiosa contraddizione: individua cioè nella realizzazione dello studente il proprio obiettivo, ma lo fa accompagnare da un aggettivo che evoca interventi dall’esterno, attuati sull’allievo da con-formare a un ideale, quando invece la realizzazione vera è immancabilmente legata all’autopercezione di sé nel mondo esterno.

Quali sono dunque le regole per realizzarsi davvero a scuola? Provo a esprimerle con la regola delle vocali: cinque condizioni che concorrono alla felicità dello studente. Non alla sua comodità, si badi bene, non alla rassicurazione che la strada sia quella giusta e proficua per il domani, non alla garanzia di trarre dallo studio il massimo profitto, ma alla felicità. Un’alchimia rara e diversa per ciascuno e pertanto priva di formule.

A come attitudine. Non va più di moda affermarlo, ma l’onestà lo impone: le prospettive di realizzazione a scuola sono direttamente correlate all’attitudine. Non è vero che tutti possono fare di tutto, con l’unica condizione di volerlo fortemente: la retorica della volontà è responsabile di tante scelte votate alla tristezza. L’attitudine va scoperta, amata e coltivata; non si può sviluppare se non c’è almeno in embrione.

E come emozione. Lo studio deve emozionare, e non si dica che lo scoccare della scintilla dipende solo dall’insegnante. Lo studio è fatica (già Esiodo affermava che «gli dei non concedono nessun bene agli uomini senza sudore») e l’obiettivo della scuola non è quello di eliminare la fatica, bensì di giustificarla agli studenti, di far balenare ai loro occhi una meta più alta che la renda tollerabile o persino desiderabile, aiutandoli a proiettarsi nel futuro.

I come interesse. Lasciarsi coinvolgere, abituarsi a “essere in mezzo”(questo significa interesse in latino: partecipazione). Triste e perdente l’atteggiamento dello studente che tutto si lascia scivolare addosso, che subisce la scuola anziché pretendere da essa, talora con la forza metamorfica della contestazione, di essere parte in causa, di dire la propria.

O come onestà. Comprendere i propri limiti, soprattutto quando venga meno una delle prime tre vocali. Un’attitudine senza emozione è grigia come un cielo piovoso, e un interesse senz’attitudine può arroventare di delusioni la sabbia della vita. In questi casi serve appunto il coraggio dell’onestà, da parte del docente: ricordare all’allievo che la felicità esiste, a patto di cercarla nel posto giusto. Diverso per ciascuno di noi.

U come umiltà. Nutrire sempre il desiderio di essere migliori di come si è, assecondare quella irrequietezza e quell’insoddisfazione che ci rendono umani e vivi. Sapere di non sapere e cercare senza tregua. Disponibili sempre a cambiare idea, a lasciarsi stupire. Con le parole di Rita Levi Montalcini, «qualunque decisione tu abbia preso per il tuo futuro, sei autorizzato, e direi incoraggiato, a sottoporla a continuo esame, pronto a cambiarla, se non risponde più ai tuoi desideri».

È l’augurio più bello che si possa rivolgere agli studenti all’inizio di una nuova avventura fra i banchi: sentirsi sempre a un bivio, e destinati a un futuro migliore. Scoprendo il più tardi possibile il grigio realismo del mondo adulto, e delle “competenze spendibili”, per le quali c’è sempre tempo.

 

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Giovanni Ceschi

Docente al Liceo “Prati” di Trento / Presidente Docet – Associazione insegnanti Trentino

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