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DAVIDE BASSI (VICEPRESIDENTE UNIVERSITÀ SVIZZERA ITALIANA) * NUOVI CEPPI COVID: « IL TRENTINO AVREBBE DOVUTO “CHIAMARE ALLE ARMI” LE MIGLIORI COMPETENZE, OCCASIONE MANCATA E SPRECO DI RISORSE »

Lo struzzo con la testa nella sabbia rappresenta perfettamente l’atteggiamento dell’Italia di fronte al problema della possibile circolazione di nuovi ceppi del virus SARS-CoV-2.

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Il primo sequenziamento fatto in Italia fu annunciato dal Ministero della Salute come una scoperta da premio Nobel. In realtà fu il risultato di una misura di laboratorio che richiede le giuste attrezzature e competenze altamente qualificate, ma che oggi possiamo definire di routine. Nei mesi successivi, nessuno si è preoccupato di mettere in piedi un sistema di sorveglianza adeguato, in grado di fornirci risultati statisticamente attendibili su ciò che sta accadendo a livello nazionale.

Le diverse Regioni/PPAA si sono organizzate come meglio credevano, ma non mi risulta che esistano “buone pratiche” da raccomandare. Ci sono state numerose iniziative portate avanti a livello sostanzialmente individuale, ma sono mancati sia il coordinamento che i finanziamenti necessari per sviluppare un programma adeguatamente dimensionato.

Oggi l’Adige riporta una interessante intervista al dott. Claudio Donati, responsabile del laboratorio che si occupa di sequenziamento genomico presso la Fondazione Edmund Mach. Le parole del dott. Donati ci fanno capire quale sia la situazione del sequenziamento virale in Trentino:

“Nel periodo in cui noi abbiamo fatto 190 sequenze, in Inghilterra ne hanno fatte 100 mila ed è per questo che lì trovano le varianti molto più che da noi”

Apprendiamo così che durante tutto il decorso della pandemia, in Trentino sono stati fatti solo 190 sequenziamenti a fronte di un numero di contagi (veri) che supera probabilmente i 35.000 casi. Pur tenendo conto dei due ordini di grandezza di differenza in termini di popolazione tra Trentino ed Inghilterra, i casi sequenziati in Trentino sono troppo pochi per capire cosa succede. Considerando realtà più vicine a noi, il Tirolo (circa 2 milioni e mezzo di abitanti) la scorsa settimana ha sequenziato 1.000 campioni virali allo scopo di moitorare l’eventuale arrivo della variante sud-africana. Se la variante inglese od altri ceppi virali particolarmente contagiosi dovessero circolare anche in Trentino lo sapremo soltanto dopo che saranno diventati dominanti rispetto al vecchio ceppo virale. Sarà comunque troppo tardi per prendere provvedimenti adeguati.

Che dire? L’atteggiamento del Trentino rispetto al problema del sequenziamento mi sembra coerente con l’approccio fin qui seguito: minimizzare, cercare di leggere tra le pieghe dei decreti per eludere le norme, sperando che prima o poi la pandemia passi. Il tutto senza cercare di valorizzare il grande patrimonio di competenze scientifiche di cui il Trentino dispone.

Se avessimo avuto politici più lungimiranti e responsabili tecnici più capaci, avremmo potuto usare il Trentino come una sorta di “palestra di qualità per il contrasto della pandemia” dove sviluppare e sperimentare approcci che sarebbero stati apprezzati anche oltre la semplice dimensione nazionale.

Penso non solo al mancato potenziamento del sistema di sequenziamento virale, ma anche alla occasione mancata legata al possibile utilizzo delle tecniche di “big data” ed intelligenza artificiale che sarebbero state preziose per implementare tecnologie di tracciamento dei contagi molto più efficaci rispetto alle metodologie da “call center” che sono state fin qui impiegate.

Per affrontare la pandemia, il Trentino avrebbe dovuto “chiamare alle armi” il meglio delle competenze scientifiche di cui dispone e che sono cresciute, nel corso degli anni, anche grazie alle tasse pagate dai cittadini trentini. Insomma, una occasione mancata ed un enorme spreco di risorse finanziarie ed intellettuali.

 

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Davide Bassi

Vice-presidente dell’Università della Svizzera Italiana