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CONSIGLIO PAT * COMMISSIONE SPECIALE AFFIDAMENTO MINORI: DALZOCCHIO, « FOCUS SU CRITICITÀ NELLA METODOLOGIA, COLLABORAZIONI ATTIVE CON I COMUNI DI TRENTO E ROVERETO »

Si è riunita questo pomeriggio a Palazzo Trentini la Commissione speciale di indagine in materia di affidamento di minori guidata da Mara Dalzocchio, per ospitare le consultazioni di Azienda sanitaria e Comuni di Trento e Rovereto per la verifica delle procedure relative all’affidamento di minori e dell’adeguatezza dei servizi, in attuazione della deliberazione del Consiglio provinciale 22 del 9 ottobre 2019. Ecco una sintesi della discussione emersa.

Azienda sanitaria: l’affido temporaneo diventa spesso permanente accrescendo incertezza e precarietà
In rappresentanza dell’Azienda sanitaria hanno preso parte alla seduta Manuela Tonolli del servizio politiche sociali, Elena Bravi, direttrice dell’unità operativa di psicologia e Sabina Grigolli, dirigente psicologa.

Elena Bravi ha esordito spiegando il ruolo dell’Unità da lei diretta nell’ambito degli affidi, che ha carattere provinciale. Noi interveniamo nell’ambito dei procedimenti di affido principalmente ai sensi della convenzione rinnovata nel 2016 in base alla quale il Servizio affidi si avvale degli psicologi dell’azienda sanitaria per tutti i procedimenti, ha detto. In generale, ci occupiamo di tutti gli aspetti della famiglia naturale con azioni di prevenzione e di sostegno alla genitorialità fragile per evitare gli allontanamenti, con interventi diretti o integrati di rete, in collaborazione con il servizio sociale. In uno scalino successivo, in situazioni di pregiudizio del minore, c’è l’intervento della procura, tramite il Tribunale dei minorenni.

Sabina Grigolli ha aggiunto alcune informazioni sui percorsi attivati in ciascuno di questi filoni. Un primo fronte è quello dell’incontro di nuove coppie disponibili all’affido: in questi ultimi tre anni abbiamo accompagnato 48 coppie all’interno di uno specifico percorso di selezione, oltre che di sostegno. Coppie che dovevano essere in grado di rimanere all’interno di una rete di servizi, di gestire la temporaneità dell’affido, genitori in grado di accogliere la rappresentazione dei genitori naturali che i bambini raccontavano e riferivano. Un percorso non semplice e un impegno importante. Altro ambito, quello della conoscenza dei bambini, delle loro storie, spesso difficili e fragili, caratterizzate da eventi traumatici profondi. All’interno delle reti dei servizi lavoriamo molto con gli educatori, negli spazi neutri, ad esempio, ha aggiunto Grigolli, nell’incontro tra genitore naturale e figlio dato in affido, per favorire una serena e costruttiva dinamica di contatto. Infine, il forte impegno nel seguire i diversi progetti di affido, con l’accompagnamento di momenti di comunicazione, nei casi di cambiamenti delicati della storia del bambino o della famiglia, che richiedono una attenzione psicologica specifica. I percorsi di affido non sono semplici, né per i bambini, né per la famiglia naturale, né per le famiglie affidatarie. Altro aspetto, quello della chiusura dei percorsi di affido: non sono stati molti quelli conclusi, solo 9 negli ultimi tre anni, ma vanno accompagnati in accordo con la rete di servizi, in primis il servizio sociale.

 

La stragrande maggioranza dei bambini rimane nel proprio nucleo di origine, ha osservato Grigolli rispondendo ad una domanda di Mara Dalzocchio: le situazioni di vulnerabilità famigliare, ha aggiunto, si possono accompagnare nella maggior parte dei casi all’interno delle famiglie naturali. Alla sollecitazione sui suggerimenti di un possibile miglioramento del servizio, Grigolli ha risposto che c’è una riflessione che in questi anni si è fatta sull’affido temporaneo, “integrativo” che spesso si protrae e si rinnova successivamente ai primi due anni. A volte queste situazioni assomigliano molto a situazioni di adozione prolungandosi oltre i due anni. Sono situazioni nelle quali nel tempo diventa chiaro come non sia possibile immaginare un ritorno dei minore nella famiglia naturale. Questo è un percorso che lascia i minori in una situazione di grande precarietà ed incertezza per molto tempo. Questa la riflessione, dunque, che sarebbe opportuno fare: pensare alle diverse caratteristiche che nella realtà l’affido presenta.

 

A Sara Ferrari (PD) che chiedeva quante fossero le coppie che vengono considerate adeguate e quale sia il trend di disponibilità all’affido negli ultimi anni, Grigolli ha risposto che percentualmente non tutte le coppie che si rendono disponibili all’affido vengono poi utilizzate per questi percorsi. Ci sono poi delle attività di gruppo, di sostegno a coppie e singoli con progetti di affido avviati e alcuni di questi vengono inseriti in questo tipo di attività per maturare una competenza genitoriale più sicura e consapevole rispetto ad eventuali criticità. Manuela Tonolli ha precisato che indicativamente sono circa 12 coppie o famiglie che si rendono disponibili ogni anno e attualmente abbiamo 79 affidi in corso di cui 17 parentali e 62 eterofamiliari. La legge prevede infatti che ci sia prima una verifica rispetto alla disponibilità della rete famigliare, prima del passaggio ad un affido eterofamiliare. I primi sono comunque affidi sempre molto delicati perché a volte la dinamica disfunzionale che ha provocato l’allontanamento coinvolge anche i parenti più stretti. Gli affidamenti parentali, ha aggiunto Tonolli, sono molti di più di quelli che conoscono i servizi, quelli che conosciamo noi sono quelli arrivati all’attenzione del Tribunale.

 

Comune di Trento: occorre intervenire in maniera precoce, riflettere sul tema della conflittualità e arginare il persistente pregiudizio sul servizio sociale
La dirigente Zaira Oro e Nicoletta Poli per il Comune di Trento hanno spiegato che l’Ufficio è suddiviso in due aree, l’area della tutela per le situazioni con provvedimento giudiziario e quella della promozione cui aderiscono i cittadini. Nell’anno 2019 ci sono state 90 situazioni di bambini collocati in comunità, 10 in affido famigliare e 23 extrafamiliare. I sostitutivi del nucleo familiare sono in percentuale molto piccola rispetto agli interventi che sostengono i ragazzi direttamente all’interno del nucleo famigliare. Il comune attiva infatti interventi educativi domiciliari (204 urenti nel 2019), interventi semiresidenziali (96), con un numero considerevole di 1606 ragazzi che fruiscono di interventi presso i centri diurni ed aperti sul territorio. Rispetto ai collocamenti fuori famiglia, le situazioni in cui si arriva all’allontanamento sono veramente rare. L’anno scorso, su 90 situazioni di collocamento fuori famiglia, solo in due casi si è dovuti intervenire con l’allontanamento forzato. Si cerca cioè sempre la collaborazione e per quanto possibile il coinvolgimento e il consenso del genitore. Molte situazioni sono infatti situazioni di fatica e di fragilità rappresentate dagli stessi genitori.

Nicoletta Poli, coordinatrice per l’area tutela, ha aggiunto che prendersi cura di un bambino significa anche prendersi cura della famiglia e del suo mondo. Gli interventi del servizio sociale sono di tipo socio assistenziale, domiciliare, svolto con l’intero sistema famigliare, con colloqui di sostegno e supporto; poi ci sono interventi più di natura clinica, in collaborazione con i servizi specialistici di psicologia, neuropsichiatria, il centro salute mentale dell’Azienda sanitaria. Accanto a questi vengono coinvolti i servizi scolastici e le reti di territorio. Nella nostra Provincia possiamo godere di progetti interessanti che stanno dando esiti importanti: il progetto “Pinocchio”, finanziato dalla Pat in collaborazione con Apss, volto a sostenere la genitorialità in situazioni particolarmente vulnerabili. Poi ci sono altri progetti più preventivi che sostengono la genitorialità nei primi anni del bambino, come ad esempio il progetto “Scommettiamo sui giovani”: a livello internazionale si sono riscontrati infatti esiti molto positivi nell’affrontare la fragilità genitoriale in forma precoce. Quanto alle problematiche che portano queste famiglie a disgregarsi, le situazioni attualmente in tutela o con collocazione fuori famiglia, i dati raccontano che si tratta solo in minima parte di problematiche economiche o abitative, Molte difficoltà sono di natura personale, dipendenze da sostanze, disagio psichico, problematiche con la giustizia, genitori separati ecc. La fragilità genitoriale è il tema prevalente, legata a fattori più connessi alla fragilità personale, che alla fragilità economica. Negli ultimi 15 anni, ha aggiunto Oro, le difficoltà emergono principalmente da un contesto di povertà personale di relazione. L’età media dei ragazzi accolti in struttura è di 15 anni: la difficile fase dell’adolescenza e la fragilità famigliare, sono due componenti di sofferenza esplosive che si scontrano nella relazione genitore e figlio. Crediamo molto nella capacità di condividere le competenze e in questo senso una grande risorsa è rappresentata dai genitori esperti che si mettono a disposizione diventando patrimonio di aiuto per gli altri. Lo stesso dicasi per i ragazzi, nell’affiancare e mettere a disposizione di altri ragazzi la loro esperienza e le loro competenze, anche all’interno di gruppi di mutuo aiuto.

Zaira Oro ha concluso evidenziando tre aspetti di criticità: a volte si arriva tardi con il collocamento fuori famiglia a 15 anni e ci stiamo interrogando su come intervenire in maniera più precoce. In secondo luogo il tema della conflittualità: ci sembra sia un elemento pervasivo della società, le situazioni stanno aumentando e questo dovrebbe portarci a pensare e riflettere sul tema delle relazioni. Infine, il servizio sociale è ancora molto oggetto di stigma e pregiudizio e questo è un danno per le famiglie vulnerabili.

Comune di Rovereto: più femmine che maschi presso le strutture residenziali, percentuale di successo dei percorsi maggiore per le femmine che per i maschi
La dirigente Daniela Fauri e Marco Mozelt dell’Ufficio socio assistenziale del Comune di Rovereto, hanno spiegato che la fotografia attuale vede in termini di affidamento famigliare 14 ragazzi, per il 75% presso parenti e in 5 casi in affidi eterofamigliari. Si tratta di collocamenti perlopiù ordinati dall’autorità giudiziaria, tranne in due casi, ha aggiunto. L’età media è di 10 anni al 90% bambini italiani. Interessante che, accanto all’affidamento familiare, in 8 casi. tutti maschi e tutti stranieri, si utilizzi anche una forma di accoglienza famigliare solo per alcune ore al giorno. Nell’affidamento familiare l’obiettivo è sempre quello di mantenere i rapporti con la famiglia di origine anche se quest’ultima è affetta da patologie o dipendenze e questa è la parte più importante e difficile del lavoro, ha aggiunto Mozelt. Molto spesso, gli affidamenti famigliari si protraggono nel tempo, superando la temporaneità ben oltre i due anni previsti. In strutture residenziali abbiamo attualmente 13 soggetti, perlopiù femmine, con età media di 14 anni. Ovvio che il momento più impegnativo è quello dell’adolescenza e alcuni ragazzini che vanno particolarmente in crisi non rientrano in famiglia e vanno in una struttura residenziale, ha concluso.

Mara Dalzocchio ha chiesto se siano state riscontrate criticità nella metodologia e quali siano le collaborazioni attive come Comune. Dal punto di vista metodologico abbiamo partecipato a tutti i percorsi ministeriali ed abbiamo acquisito la metodologia suggerita dai massimi esperti in materia, ha precisato Mozelt. Collaboriamo spesso con gli uffici provinciali che selezionano le famiglie disponibili al percorso e che poi curano insieme a noi l’abbinamento, mentre siamo in contatto con la rete di strutture residenziali sul territorio, con la neuropsichiatria, il servizio per le dipendenze ecc. Il lavoro di rete è altrettanto impegnativo e importante, ha osservato: questo è un campo in cui non ci si può infatti permettere di lavorare da soli.

Sara Ferrari ha chiesto se lo stupore per la presenza massiccia di ragazze nelle strutture deve farci pensare che si tratti di una casualità o se si intravede una tendenza. In questo momento colpisce questo dato, ha risposto Mozelt, ma non abbiamo una risposta chiara. Si tratta di ragazzine molto problematiche, con trascorsi di dipendenza, situazioni davvero impegnative e preoccupanti, ha aggiunto. Purtroppo nella maggior parte dei casi è la famiglia stessa ad avere carenze significative, mediamente genitori a loro volta in difficoltà e conflittuali tra di loro.

Lucia Coppola (Futura) ha chiesto se si intuisce un riscatto possibile per le vite di queste giovani così pesantemente segnate, ovvero se questo percorso di attenzione è utile e serve. Mozelt ha replicato che mediamente questi percorsi hanno maggiore percentuale di successo sulle femmine che sui maschi.

 

A gennaio saranno ascoltate sullo stesso argomento le diverse associazioni.