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LETTERE AL DIRETTORE

PROFESSOR GIOVANNI CESCHI (TRENTO) * ESAMI MATURITÀ: «HA SENSO STABILIRE CON UN NUMERO QUANTO L’ALLIEVO CHE ABBIAMO DI FRONTE SIA “MATURO”?»

Scritto da
17.07 - mercoledì 1 luglio 2026

Gentile direttore Franceschi,

allego quanto oggi pubblicato sul quotidiano Il T, anche per consentire la visione ai lettori di Opinione.

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Giovanni Ceschi

Docente al Liceo Prati e presidente di Docet (Associazione insegnanti del Trentino)

 

Sta andando in scena in queste settimane l’esame finale delle superiori con la peggiore formula di sempre. Il solito disfattismo, si dirà. Tutt’altro: puro realismo; e provo a chiarire perché. Anzitutto, si è tornati a chiamarla maturità, dopo che ci avevano spiegato con saccente pedagogismo che solo esame di Stato poteva essere. Quale maturità potrà mai valutare la scuola? ci si chiedeva fino all’anno scorso. Quest’anno, con inversione di rotta, ci si è spinti a inserire nella valutazione dell’orale un indicatore specifico sulla maturità dei candidati; e alla commissione è richiesto di graduarla con minuziosi descrittori di prestazione.

L’equivoco è sottile ma pericoloso: la definizione “esame di maturità”, che il Ministero dell’istruzione e del merito – in coerenza con la retorica di cui si ammanta – ha inteso ripristinare, attiene al carattere di “rito di passaggio all’età adulta” che quest’esame ha sempre rivestito nel senso comune, non certo al fatto che esso abbia il compito, neppure lontanamente, di accertare e certificare la “maturità” dei candidati.

Lo stato confusionale della scuola, che il ministero rappresenta quasi come una caricatura, è arrivato al punto da fraintendere i propri stessi fini: mentre si pone ogni cura nel difendere – giustamente – la riservatezza della sfera privata, delle convinzioni più profonde, degli orientamenti religiosi o sessuali degli studenti, s’inserisce nella griglia di valutazione di un esame di Stato, con il suo solenne carattere certificativo, un indicatore estraneo alla funzione stessa della scuola. Per dirla in parole più semplici: ha senso stabilire con un numero quanto l’allievo che abbiamo di fronte sia “maturo”?

E poi, maturo in che? E ancora, se anche un perimetro di quanto intendiamo con “maturità” riuscissimo a tracciare (servirebbe un syllabus, cioè un documento che stabisca che cosa la commissione valuterà, con tanto di descrittori qualitativi e quantitativi); ebbene, se anche quel perimetro riuscissimo a definirlo, la valutazione scivolerebbe nel moralistico, rischio che essa deve in ogni modo scongiurare.

Non è questa la perfetta antitesi di quanto chiediamo alla scuola? Le commissioni si trovano nell’impasse di stabilire una gradazione da 1 a 5 per l’indicatore che recita “grado di maturazione personale, di autonomia e di responsabilità raggiunto al termine del percorso di studio”. Ben si comprende che un simile indicatore è impossibile da graduare, sia perché invade ambiti non rilevabili (maturazione, autonomia e responsabilità in rapporto a che? alle materie di scuola o addirittura alla vita?), sia perché il tempo a disposizione per una simile valutazione è ridicolmente breve, specie per i commissari esterni che vedono i candidati per la prima volta.

Ancora più pietoso il tentativo di fornire elementi con la “breve riflessione del candidato sul proprio percorso scolastico e personale” che l’art. 22 dell’ordinanza ministerale indica come primo momento del colloquio: è in sostanza un invito a rimarcare quanto il percorso scolastico che si sta concludendo abbia fatto maturare la persona oltre allo studente. Un invito alla retorica da notte prima degli esami, anziché un momento di consapevole autovalutazione: vuoi mica che lo studente, proprio in quella sede e prima d’iniziare il colloquio sulle materie d’esame, affermi che giusto in fondo, davanti a professori di quell’indirizzo di studi, si è reso conto dell’infinita vanità del tutto?

Ecco perché questa presunta maturità del merito si traduce in una parata di narrazioni addomesticate, di retoriche obbligate. E intendo anche rassicurare qualche anima bella, più o meno in buona fede: assistere all’atto finale di un percorso scolastico di studenti che abbiamo accompagnato per anni, visto crescere giorno per giorno, aiutato a trovare la strada più consona ai loro talenti, è una delle esperienze più entusiasmanti che un docente possa desiderare e merita il più sacro rispetto, unito a una certa emozione.

Ma se vogliamo portare in fondo la logica di un esame del merito – non del nozionismo: proprio del merito – allora il “capolavoro” che dobbiamo ricercare nelle parole che i nostri studenti pronunciano con emozione all’esame d’ingresso nella vita adulta sarà quello di avvertirli capaci di muoversi con vera competenza nelle discipline oggetto del colloquio, magari anche di ritornare in modo consapevole sullo svolgimento delle prove scritte dimostrando di avere compreso dove hanno sbagliato, cioè di avere fatto proprio in cinque anni di superiori un metodo di lavoro.

E invece su questo si contingentano i tempi, si ingabbia la possibilità di spaziare (talora impedendo ai commissari persino di suggerire collegamenti con altre materie, per evitare che diventino pietre d’inciampo in un percorso già spianato e definito) e persino – è cronaca miserrima riportata a Docet da molti colleghi in Trentino – si arriva a controllare con personale ispettivo che le commissioni si dimostrino generose nella valutazione, riproducendo in sostanza la media dell’anno scolastico, perché l’esito finale deve soddisfare gli utenti del servizio.

A tutto beneficio della solita narrazione, come se il voto finale di una prova come questa – oramai considerata una barzelletta dagli stessi atenei che accoglieranno fra un paio di mesi i nostri studenti – fosse l’unica cosa che conta. Capito? Altro che esame di maturità!

 

 

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