Gentile direttore Franceschi,
allego quanto oggi pubblicato sul quotidiano l’Adige, anche per consentire la visione ai lettori di Opinione.
Era in programma nel pomeriggio odierno l’incontro organizzato dall’assessora Gerosa con i rappresentanti dei consigli dell’istituzione delle superiori in merito al disegno di legge sulle carenze formative.
Già la tempistica è discutibile: a ridosso di Pasqua e per alcuni istituti, a causa dell’autonomia nella gestione del calendario, in piena vacanza. Discutibile anche la modalità d’individuazione dei delegati per ciascuna scuola: le competenze didattiche del collegio docenti, uniche rilevanti per una riforma del sistema di valutazione degli apprendimenti, non si trasferiscono ai consigli dell’istituzione per il solo fatto che una parte dei componenti è insegnante.
Inoltre, com’è stato ribadito quando faceva comodo all’amministrazione per qualche decisione controversa, non incombe sui rappresentanti eletti in consiglio alcun vincolo di mandato da parte del collegio: per cui, a dirla in modo più semplice, ciascuno rappresenta solo se stesso.
E infine, come non bastasse, la circolare per l’individuazione dei delegati di ogni scuola è stata inviata ai dirigenti scolastici con la richiesta d’informarne i presidenti dei singoli consigli, che per regolamento sono genitori, che a loro volta ne informino i docenti, che però non possono partecipare tutti perché la capienza dell’aula individuata per la riunione non sarebbe sufficiente; e quindi si devono (auto?)selezionare.
Una specie di fiera dell’est. Che a guardar bene nasconde un disagio e un’impellenza. Il disagio è quello di non sapere come consultarli, i docenti, perché non si è voluto – pure su un tema di enorme rilevanza per il futuro della Scuola – promuovere una capillare informazione preventiva sull’intento riformatore e chiedere ai collegi docenti di affrontarlo in apposite sedute con la debita serenità. L’impellenza è quella di farlo ora che appare evidente a tutti che questo DDL non lo vuole nessuno: serve quindi agire in fretta, per mettere il segno di spunta mediatico sulla consultazione dei docenti.
Serve all’assessora, non ai docenti. Perché nel gruppo di lavoro che lo ha redatto, in quasi due anni di mistero, degli insegnanti che sarebbero chiamati ad applicare il nuovo meccanismo non c’era traccia. C’erano dodici dirigenti scolastici (tra cui il futuro sovrintendente), due funzionari del dipartimento e un esperto “esterno” di Iprase. Tutti convocati in gennaio in V Commissione – dirigenti, sovrintendente, Iprase – a valutare in corto circuito il proprio stesso operato. La satrapia della dirigenza scolastica chiamata a un nuovo appello in marzo.
Sul merito del DDL mi sono già soffermato in un recente intervento su queste colonne. Mi limito quindi a ribadire la sua inemendabilità, per un’architettura fuorviante, cervellotica e pericolosa. O meglio, la sua emendabilità su tre direttrici che lo trasformerebbero in qualcosa d’altro, a beneficio reale della Scuola: ripristino dell’annualità della verifica, drastico sfalcio della burocrazia, ampie risorse economiche per una vera personalizzazione del recupero.
Senza la disponibilità a eliminare i tre macigni che zavorrano il testo di legge e ne fanno un monstrum giuridico destinato ad aggravare l’entropia già insostenibile della scuola trentina, l’incontro odierno presenta soltanto rischi per i docenti “delegati”. Anzi, una trappola. Se si entra nel merito di piccoli aggiustamenti (sul tenore di quelli promessi ai sindacati) si sdogana la filosofia del testo. Se si rifiuta di discutere di simili bazzecole, si è tacciati di critica ideologica: ma come? Io voglio dialogare e voi fate muro? Il solito corpo docente “signornò”, che non vuole trovare un punto d’incontro.
E invece, in una situazione del genere andrà ribadito l’unico principio che professionisti del dialogo e dello spirito critico sono chiamati ad affermare sempre e comunque, in classe e non solo: che dialogo significa confronto a priori e non a posteriori, giocare la partita su un campo libero da tatticismi e con regole chiare fin dall’inizio. Fuor di metafora: su un testo da costruire insieme e non precongelato. Mostrando fiducia reale nei confronti degli insegnanti, da valorizzare nella loro professionalità e non da ingabbiare nella burocrazia; cui riconoscere anche in termini economici il crescente dispendio di energie che simili iniziative comportano.
Ecco, se l’infelice DDL 75 ha un merito in questa triste temperie per la scuola trentina, sarà quello di avere aperto un dibattito sul metodo, utile – c’è da augurarselo – anche per il futuro: che non venga in mente a qualcuno, in assessorato o in dipartimento, di chiamare “stati generali” un simile teatrino.
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Giovanni Ceschi
Presidente di Docet – Associazione insegnanti del Trentino
