Di Luca Franceschi
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L’analisi condotta dalla Fondazione Gimbe sul Documento di Finanza Pubblica presentato alle Camere dal governo Meloni non consente interpretazioni alternative. Non emerge alcuna svolta significativa relativamente al finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale, e persiste un rapporto tra spesa sanitaria e Pil che posiziona l’Italia tra i paesi avanzati con minori investimenti in questo settore.
Dietro questa apparente stabilità si cela tuttavia un aspetto critico, già denunciato negli anni precedenti: il divario tra le risorse stanziate dal Bilancio dello Stato nel Fondo Sanitario Nazionale e la previsione complessiva della spesa pubblica sanitaria. Questo scarto, secondo quanto evidenziato da Gimbe, è destinato ad aumentare significativamente nei prossimi anni, raggiungendo 7,1 miliardi di euro nel 2027, 10,1 miliardi nel 2028 e 13,4 miliardi nel 2029, determinando un definanziamento strutturale del SSN sempre più marcato.
In pratica, il governo prevede che la spesa sanitaria aumenti in misura molto superiore rispetto agli stanziamenti indicati in bilancio, con conseguenze particolarmente gravi per le Regioni, che si troveranno costrette a scegliere tra ridurre i servizi offerti oppure incrementare il prelievo fiscale. In entrambi gli scenari, saranno i cittadini a subire le ripercussioni negative.
In questo contesto, risulta ancora più incomprensibile il proposito del ministro Schillaci di realizzare riforme, peraltro scarsamente condivisibili, nei settori dell’assistenza ospedaliera e territoriale. L’opposizione sarà mantenuta con rigore e nel merito della questione. Il diritto costituzionale alla salute rappresenterà una priorità centrale nel programma che la coalizione progressista intende portare avanti in vista delle prossime elezioni.
