Di Luca Franceschi
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Il Movimento 5 Stelle ha sollevato dure critiche nei confronti del decreto sicurezza attualmente in esame presso la commissione Affari Costituzionali del Senato. Secondo i pentastellati, il provvedimento rappresenta un esempio di legislazione improvvisata, costruita più sui riflettori mediatici che su un’analisi seria dei problemi del Paese.
Durante le lunghe sessioni di lavoro in commissione è emerso un quadro preoccupante: il decreto nascerebbe non da uno studio approfondito delle questioni di sicurezza, ma seguendo le dinamiche televisive e le rassegne stampa. Una modalità di fare leggi che trasforma il Codice Penale in quello che i rappresentanti M5S definiscono “un frullatore impazzito”.
Le contraddizioni più evidenti emergono dal confronto tra le pene previste per reati di diversa natura. Il nuovo articolo 628-bis stabilisce per la rapina commessa da un gruppo organizzato pene da 10 a 25 anni di reclusione, mentre la violenza sessuale di gruppo, disciplinata dall’articolo 609-octies, prevede una forbice da 8 a 14 anni. Una sproporzione che porta a considerare la rapina in tre persone quasi il doppio più grave dello stupro di gruppo.
Particolarmente contestato è l’articolo 4 del decreto, che secondo il M5S mina il principio fondamentale della presunzione di innocenza. La norma permette infatti l’applicazione del Daspo urbano basandosi unicamente su una denuncia, anche quando questa potrebbe rivelarsi infondata o presentata per motivi di rivalsa personale, senza necessità di condanna definitiva o convalida giudiziaria.
Il provvedimento introduce inoltre il concetto di persona “insistentemente molesta”, una definizione che manca di precisione giuridica e che rischia di colpire categorie sociali vulnerabili. Sotto questa etichetta potrebbero finire venditori di rose, lavavetri e mendicanti, soggetti che verrebbero criminalizzati mentre comportamenti ben più gravi restano impuniti.
Un esempio emblematico di questa selezione punitiva riguarda il reato di abuso d’ufficio: mentre si inaspriscono le pene per i reati di strada, il governo si rifiuta di reintrodurre questo reato nonostante sia richiesto dalla nuova direttiva europea anticorruzione. Una scelta che permette a funzionari pubblici corrotti di “dormire sonni tranquilli” mentre si perseguitano i più deboli.
Il carattere improvvisato del decreto emerge anche dal destino riservato agli emendamenti proposti dal M5S. Tutte le proposte volte ad affrontare le cause strutturali dell’insicurezza sono state respinte, confermando l’approccio puramente repressivo del provvedimento.
La conclusione dei pentastellati è netta: quello che il governo presenta come decreto sicurezza non è altro che “panpenalismo selettivo”, una strategia che insegue l’audience televisiva invece di affrontare seriamente i problemi del Paese.
