Gentile direttore Franceschi,
allego quanto oggi pubblicato sul quotidiano “Corriere del Trentino“, anche per consentire la visione ai lettori di Opinione.
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Walter Pruner – Trento
Non sarà già allarme rosso, ma di certo viaggiamo in quella direzione. La trumpizzazione del pensiero comune è un problema con cui potremo avere presto a misurarci anche nella nostra provincia.
L’impressione che si continui a relativizzare il tema del trumpismo, vedendolo infondo molto lontano ed ancora laterale rispetto alle nostre latitudini, distoglie da un tema che è tutt’altro che privo di rischi.
E’ un errore l’idea di una nostra supposta impermeabilità. Mi interessano qui le ricadute ideologiche, se ce ne sono. La risposta è affermativa, e con tassi di pervasività che stanno crescendo. I fatti di questi giorni continuano a confermare tale suggestione, affondando radici in circostanze oggettive, liberamente interpretabili ma non negabili.
Non esistono vaccinazioni trivalenti o tridentine al turbo trumpismo. I partiti nazionali presenti in Consiglio hanno in comune non solo la sigla ma un portato valoriale che non può essere nascosto sotto il tappeto della convenienza selettiva, ne parlo quando serve e se non conviene mi dichiaro altro. Vale pure per alcune esperienze civiche. spesso verniciature succedanee a sigle nazionali.
Se quel ministro della repubblica definisce gli essere umani immigrati “carichi residuali”, lo fa dal basso di valori interni ad una catena valoriale rappresentata anche in Trentino da quel partito. Vi sono alcuni tratti comuni del trumpismo, tanto caro alla premier in carica, che descrivono concretamente i suoi elementi distintivi. Si tratta dell’attacco personale, del rifiuto al confronto, stampa in primis, della delegittimazione dell’interlocutore, passando alla risatina sarcastica, alla non argomentazione, alla non risposta nel merito, alla falsificazione dei dati di fatto, si alzano i decibiel dell’urlo, si sfida a partire dalla magistratura.
La ragione è di chi ha più voti, i contrappesi democratici sono un fastidio, l’aula parlamentare un ente ratificatore, l’unico diritto riconosciuto è quello naturale, del più forte. Su questo è il caso di capirsi bene senza sconti ed infingimenti: le piattaforme ideologico valoriali dei partiti nazionali riverberano naturalmente e pure in sede locale.
La recente vicenda “Marchetto” ha, di fatto, rappresentato con plastica precisione di confini i germi di una embrionale trumpizzazione della politica locale. E non solo per la dicotomia storica di chi annovera, tra i propri nonni politici, i Kaiserjäger e chi sua Eccellenza.
Tra le gemme recenti di trumpismo dolomitico, senz’altro annoveriamo il commento di vittoria unitaria attribuita al triforcuto autonomismo “sofànista” dal suo funambolo segretario. Ma spicca forse maggiormente, bella gara davvero, il concetto di vittoria di chi ottiene 5 voti di fiducia, su 21 disponibili della propria maggioranza. In tema poi di latitanza attiva, non chiamiamola democristiana per carità, da sottolineare il “tana liberi tutti” di chi tratta voto politico come voto di coscienza.
Più che curiosa poi, almeno per tempistica con Roma, l’accelerata locale in tema di riforma elettorale, sull’ onda di una ritrovata salvifica, dichiarata centralità proporzionalista, pelosamente concomitante col minimo storico di chi la sostiene.
Con una singolare, supina specularità al capitolino ruolo della donna sola al comando, fa capolino un Trentino che nega le evidenze, soggiace ad interferenze nazionali, spegne i fari della memoria, confonde il fare con il governare, oppone il silenzio al dibattito, l’inaugurazione alla riforma.
L’aspro scontro di questi giorni, con un coordinatore regionale duellante con il presidente a difesa di accordi romani, ci racconta di un’influenza coalizionale dalle evoluzioni imprevedibili.
E’ giusto che le forze politiche di interposizione. e le figure indipendenti più illuminate, che sono fuori da ricatti nazionali, si spendano attivamente perchè quel trumpismo dolomitico lento ma strisciante non ci pervada. In ballo c’è la qualità di un autogoverno che da noi quei valori, anche nel massimo dello scontro, mai ha prevaricato. Non sottovalutiamo il momento.
Quella centralina ad alto voltaggio. che è il cantiere politico aperto con Roma sui grandi temi della Valdastico, Autobrennero, Statuto, trasporti, grandi opere, carnivori, non può fungere da deterrente ritorsivo: con le intimidazioni non si guadagna rispetto coalizionale, e si è visto.
Siamo pervasi da una certa litania, che pretende di ridurre il popolo a mero osservatore del fare: la gente non sarebbe secondo questa aneddotica interessata al contesto. Non so con chi costoro parlino, ma che governare non è solo asfaltare è un passaggio politico da tempo fatto proprio anche dalla nostra comunità. Essa vuole sapere con chi ci si accompagna, condividendo quali principi, ed a quale prezzo. E’ il minimo, e non passa da un modello di trumpismo dolomitico incompatibile con la nostra millenaria storia di autogoverno.
