Di Luca Franceschi
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Giuseppe Conte continua a rivendicare i 209 miliardi del PNRR come se fossero il risultato di una sua abile trattativa a Bruxelles. Tuttavia, questa narrazione viene demolita non dall’opposizione di centrodestra, ma da una figura di spicco del suo stesso schieramento: Paolo Gentiloni, ex Commissario europeo agli Affari economici e predecessore di Conte nella guida di Palazzo Chigi. In un’intervista contenuta in un libro del 2024, Gentiloni ha chiarito in modo inequivocabile come effettivamente funzionasse il meccanismo di distribuzione dei fondi europei.
Secondo la testimonianza diretta di chi era presente ai tavoli negoziali di Bruxelles, le quote di finanziamento destinate ai diversi Stati membri non sono state oggetto di negoziazione tra i capi di governo. Al contrario, sono state determinate attraverso l’applicazione di un algoritmo sviluppato e strutturato da due direttori generali, entrambi olandesi. Gentiloni ha esplicitamente dichiarato: “C’è un po’ di retorica italiana sul fatto che abbiamo conquistato un sacco di soldi. Non è vero”.
L’algoritmo in questione operava secondo criteri predefiniti e oggettivi. Il 70 percento dei fondi veniva distribuito considerando tre fattori principali: il numero della popolazione, il rapporto inverso tra il PIL pro capite e la media dell’Unione europea, e il tasso di disoccupazione registrato nel periodo 2015-2019. La restante quota del 30 percento teneva conto della contrazione del PIL nel 2020 e nei due anni successivi. Il principio fondamentale era semplice: i Paesi più grandi, economicamente fragili e duramente colpiti dalla pandemia ricevevano una quota maggiore di risorse.
L’Italia si inseriva perfettamente in questi parametri non grazie a particolari capacità negoziali dell’allora premier, ma in virtù della sua struttura economica e delle sue dimensioni demografiche. I finanziamenti sarebbero giunti al Paese indipendentemente da chi fosse alla guida del governo. Gentiloni ha ulteriormente confermato questo dato affermando che “L’Italia è il settimo Paese in termini di rapporto tra soldi ricevuti e PIL. Ci sono altri che in termini relativi hanno portato a casa molto di più, dalla Spagna alla Croazia. Sempre grazie all’algoritmo”.
Un aspetto rilevante che spesso viene omesso nel dibattito pubblico riguarda la natura effettiva di quei 209 miliardi. Più di 120 miliardi rappresentano prestiti che gli italiani dovranno rimborsare negli anni a venire. Una decisione assunta liberamente dall’esecutivo Conte, poiché altre nazioni europee hanno preferito declinare i prestiti oppure richiederne solo una parte limitata. Vi è un’incongruenza notevole nel fatto che lo stesso governo che ha implementato il Superbonus, provocando uno squilibrio nei conti pubblici che ha impedito il raggiungimento dell’obiettivo del 3 percento, oggi si vanta di aver acquisito risorse che in larga misura dovranno essere restituite.
La reazione del Movimento 5 Stelle alle dichiarazioni di Gentiloni è stata quella di attaccarlo personalmente, accusandolo di falsificare la ricostruzione storica degli eventi. Una simile risposta risulta emblematica: quando la narrazione costruita da Conte viene demolita da un suo stesso collega e alleato politico, l’unica strategia rimasta è screditare il testimone. Questo comportamento rappresenta la prova tangibile che quella narrazione non possiede fondamenta solide.
Rivendicare i 209 miliardi come una conquista personale può essere comprensibile dal punto di vista della comunicazione politica. Tuttavia, risulta storicamente inesatto. L’Italia ha ottenuto quei fondi perché costituiva uno dei Paesi europei più popolosi e tra quelli più severamente colpiti dalle conseguenze della pandemia. Una circostanza che rivela le debolezze strutturali dell’economia italiana, piuttosto che evidenziare particolari talenti negoziali di un presidente del Consiglio.
