(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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Il cardinale Zuppi in missione in Ucraina: “Finisca presto la guerra”
Un portachiavi, perché “io spero che presto ci mettete la chiave di casa, per aprire la casa e abbracciare i vostri cari”. Poi il santino della Salus Populi Romani, “per i cristiani l’immagine di nostra Madre, ma per tutti l’immagine della speranza”. Infine una immagine del Papa che “mi ha mandato qui per dirvi che prega per la pace e perché finisca la guerra”. Sono tre i doni che il cardinale Matteo Maria Zuppi – anzi, “il cardinale Matteo” così come si è presentato – ha portato ai numerosi detenuti del Zakhid-1, campo di prigionia nella regione di Leopoli, lungo il confine con la Polonia. Uno dei cinque campi di tutta la nazione in cui sono reclusi quanti hanno combattuto nell’esercito russo, catturati sui campi di battaglia.
Da questa struttura, ha preso il via oggi, 14 luglio, la visita del presidente della CEI e arcivescovo di Bologna in Ucraina, la seconda nel Paese aggredito dall’inizio dell’invasione russa. La prima visita era avvenuta nel giugno 2023 quando Zuppi, su mandato di Papa Francesco, era giunto a Kyiv per incontrare il presidente Volodymyr Zelensky e altre personalità politiche ed ecclesiastiche, dando via a un lungo tour che lo aveva portato nei mesi successivi a Mosca, Washington e Pechino. Una missione diplomatica ma più che altro umanitaria dai molteplici obiettivi, anzitutto quello di dimostrare – come desiderio del Pontefice argentino – la presenza della Chiesa in mezzo a questa guerra che sembra non avere fine. E poi rafforzare quello che il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, ha definito in più occasioni un “meccanismo” volto al rientro di diversi bambini e adolescenti che l’Ucraina accusa siano stati portati con la forza in Russia, al rilascio di prigionieri (missione per la quale lo stesso Zelensky ha ringraziato pubblicamente la Santa Sede per i suoi sforzi) e al rimpatrio dei cadaveri.
A distanza di tre anni da quella missione, Zuppi torna dunque in Ucraina. Quattro i giorni previsti, ma la prima tappa non è nella capitale – dove il porporato giunge in serata in auto – bensì in questo ex carcere sovietico dell’oblast di Leopoli, dove il porporato, guidato dalla polizia e dai militari ucraini, ha potuto certificare le condizioni di vita e detenzione dei prigionieri. Al suo fianco, il nunzio apostolico Visvaldas Kulbokas e l’ambasciatore ucraino presso la Santa Sede, Andrii Yurash, il quale oggi sui suoi profili social, annunciando l’arrivo del porporato, ha scritto: “L’Ucraina dimostra ancora una volta di essere una nazione civile, aperta al dialogo e alla ricerca di percorsi che conducano a una pace giusta e duratura per il Paese… L’Ucraina è sempre pronta ad accogliere chi la ama e la aiuta in questo momento estremamente difficile di aggressione russa”.
“Il cardinale ha visitato una struttura che rispetta tutti gli standard internazionali ed è aperta a chiunque desideri constatare le condizioni in cui l’Ucraina detiene i prigionieri”, ha commentato ancora Yurash. Nella sua visita, Zuppi si è recato infatti nei diversi ambienti della struttura: le docce recentemente ristrutturate, le stanze, la sala comune con le tute mimetiche e gli scatoloni con gli effetti personali, lo spaccio dove è possibile fare acquisti, la chiesetta interna al campo, la piccola infermeria dove vengono curati problemi articolari, malattie contratte in trincea o le ferite provocate dalle schegge degli ordigni.
In tutti questi luoghi “il cardinale Matteo” ha avuto modo di salutare e stringere la mano ai diversi detenuti: tutti uomini, tutti con la testa rasata e la tuta blu, ma non tutti russi. Zakhid-1 ospita infatti anche ragazzi bielorussi, congolesi, coreani, peruviani, nigeriani, filippini. “Cinquantatré le nazioni rappresentate nel centro”, spiega in una dettagliata cronaca il quotidiano Avvenire, al seguito del porporato, sottolineando che per ragioni di sicurezza non viene indicato un numero preciso dei detenuti.
Il presidente della CEI ne ha incontrati a decine e con ognuno si è soffermato per uno scambio di battute in francese o in spagnolo con il tratto gioviale che lo contraddistingue o per informarsi brevemente della loro storia. Ad un 25 enne con le stampelle a causa di una gamba amputata, ha detto: “Ma sei piccolo, quanti anni hai? Speriamo che possa metterti presto una protesi”.
Più di una volta il cardinale – con l’ausilio di un sacerdote ucraino per le traduzioni – ha ripetuto il motivo della sua visita: “Papa Leone ci ha mandato qui a me e al nunzio per dare tanta speranza di guardare al futuro, prega per voi che finisca la guerra e possiate tornare a casa”. Da una busta di plastica, Zuppi ha tirato fuori delle scatoline bianche per consegnare personalmente i doni ai reclusi. Il primo, come detto, un portachiavi con lo stemma pontificio. “Il Papa mi ha detto di portare un portachiavi. Io spero che presto ci mettete la chiave di casa, per aprire la casa e abbracciare i vostri cari… Quando siamo lontani da casa, ci ricordiamo di chi ci aspetta e stiamo meglio. Quello che vogliamo dirvi oggi è di guardare al futuro con speranza, che tornerete a casa, che finirà la guerra. E noi preghiamo tanto che finisca presto”.
“Vi faccio tanti auguri”, ha detto tante volte il cardinale Zuppi. E nella chiesetta, ultima tappa della visita, prima di recitare una preghiera tutti insieme, ha concluso: “Preghiamo perché presto possiate ritrovare la strada di casa, tutto questo finisca e possiate ricominciare una vita nuova”. “Però anche qui dentro deve essere nuovo”, ha aggiunto il cardinale indicandosi con il dito il cuore: “Dobbiamo mandare via tutte le cose cattive. Tutti voi avete visto molte cose cattive, molte cose brutte, brutte, che non si devono fare, ma Dio sempre ci dà speranza… Non facciamo mai crescere il male qui dentro e Dio ci aiuterà sempre a togliere il male”.
