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PAT – ISPAT * INTERNAZIONALIZZAZIONE COMMERCIALE: «IL 62,0% DELLE IMPRESE ESPORTA PER CERCARE OPPORTUNITÀ DI CRESCITA»

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09.31 - venerdì 12 dicembre 2025

(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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L’internazionalizzazione commerciale delle imprese trentine. Il ruolo della formazione. L’apertura ai mercati internazionali spinge le imprese a investire nel capitale umano. Nello specifico, l’investimento in formazione è associato a una migliore performance commerciale estera, in termini di maggiore diversificazione e minore vulnerabilità. Guardando alle imprese trentine coinvolte in attività estere, negli ultimi anni circa una su tre ha
fatto formazione sui temi dell’internazionalizzazione: il 10% ha coinvolto suoi dipendenti in corsi tra il 2021 e il 2023 e il 27% ha svolto nel 2023 attività formative alternative ai corsi tradizionali.

62,0%. Imprese internazionalizzate che esportano principalmente per cercare opportunità di crescita della domanda in altri Paesi

L’apertura ai mercati internazionali costituisce un motore di crescita economica cruciale, poiché consente alle regioni di beneficiare della dinamicità di altre economie e, al contempo, di innalzare la produttività del proprio sistema produttivo. L’economia trentina, caratterizzata da una tendenza di sviluppo costante della sua apertura internazionale nell’ultimo decennio, ha ancora un ampio margine di crescita per espandere le relazioni commerciali e intensificare la proiezione internazionale del suo sistema produttivo.

Come ampiamente documentato dagli studi economici, il percorso di internazionalizzazione è tipicamente intrapreso dalle imprese più produttive. Questo processo non è solo un volano per la crescita del fatturato e della produttività delle singole imprese, ma genera anche effetti di spillover positivi, innalzando la competitività dell’intero sistema economico locale. Le imprese esportatrici in provincia di Trento, nonostante rappresentino un gruppo relativamente ristretto1, ne sono una prova tangibile: la loro produttività mediana è quasi doppia rispetto a quella delle imprese che non esportano. La loro centralità è ulteriormente sottolineata dal fatto che, pur impiegando il 20% degli addetti, generano un terzo del valore aggiunto nei settori produttivi di mercato2.

Per sostenere e incrementare in modo duraturo questa elevata produttività e capitalizzare il vantaggio competitivo delle imprese esportatrici, investire strategicamente nel capitale umano è fondamentale. Tra le leve chiave per potenziare la competitività, la formazione ricopre un ruolo di primaria importanza. La letteratura scientifica conferma l’efficacia di tale investimento, dimostrando che gli interventi formativi hanno un impatto positivo e significativo sulle performance delle imprese, elevando il livello generale delle competenze. Per massimizzare il successo di questi investimenti, è essenziale, però, che i percorsi formativi siano allineati in modo rigoroso agli obiettivi strategici e alle reali necessità operative dell’impresa.

Nel report l’Istituto di Statistica della provincia di Trento (ISPAT) presenta i risultati dell’indagine denominata “Rilevazione sulla formazione per l’internazionalizzazione delle imprese esportatrici” diretta alle imprese esportatrici trentine. Si tratta della prima rilevazione rientrante in un progetto di indagini biennali volte ad analizzare e supportare attivamente le dinamiche di internazionalizzazione del sistema produttivo locale.

Il report è organizzato come segue: la prima sezione riassume i principali risultati dell’indagine sulla formazione per l’internazionalizzazione delle imprese; la seconda sezione analizza la correlazione tra gli investimenti in formazione per l’internazionalizzazione e la performance commerciale estera delle imprese.

L’indagine “Rilevazione sulla formazione per l’internazionalizzazione delle imprese
esportatrici”: i punti salienti
Uno degli scopi primari del Piano strategico provinciale per l’Internazionalizzazione, approvato nel luglio 2023 dalla Giunta provinciale, è la raccolta e l’elaborazione di informazioni e analisi relative alle attività internazionali delle imprese del Trentino. A tal fine, è stata avviata un’attività che prevede la realizzazione di indagini biennali incentrate su temi specifici dell’internazionalizzazione. L’obiettivo è duplice: da un lato costruire una base informativa solida che possa servire da supporto per l’implementazione di politiche provinciali mirate e, dall’altro, rispondere in modo efficace alle esigenze del sistema produttivo locale per incrementare la competitività delle imprese trentine. La prima di queste indagini si è focalizzata specificamente sulla formazione in ambito di internazionalizzazione. La raccolta di dati dettagliati su competenze e attività formative è mirata a delineare il quadro delle opportunità e delle necessità delle imprese su questo aspetto cruciale.
L’indagine è stata somministrata ad oltre mille imprese, con un tasso di risposta di quasi il 60% equamente distribuito per dimensione di impresa e settore di attività economica. Oltre il 75% delle imprese che hanno risposto all’indagine dichiara di essere coinvolto in attività estere3. Di seguito vengono sintetizzati i risultati principali emersi dall’analisi delle risposte fornite da queste imprese.

Strategie, opportunità e criticità nell’attività di internazionalizzazione
Le strategie di internazionalizzazione delle imprese trentine
L’esportazione diretta è la strategia di internazionalizzazione predominante, adottata dal 71,5% delle imprese internazionalizzate. Questa modalità diventa universale (100%) nelle grandi imprese (con 250 o più addetti), crescendo significativamente rispetto alle microimprese (3-9 addetti), dove è diffusa al 68,7%. Parallelamente, anche l’importazione di semilavorati o prodotti finiti è una pratica comune, riguardando in media il 31,1% delle imprese. L’incremento della dimensione di impresa è chiaramente associato a una maggiore integrazione nelle catene di fornitura globali, come dimostra l’aumento delle importazioni dal 24,5% delle microimprese al 46,2% delle grandi imprese. Infine, il 26,1% delle imprese ricorre all’esportazione tramite intermediari specializzati. Sebbene questa pratica sia più frequente nelle imprese più grandi (fino al 38,5% per quelle grandi), essa riveste un’importanza strategica per le imprese più piccole (21,8% per le micro e 25,3% per le piccole), offrendo un percorso d’accesso ai mercati esteri anche in presenza di limitate risorse finanziarie e organizzative.

Il perché dell’estero: opportunità di crescita e miglioramento della competitività
La ragione principale che spinge le imprese a operare sui mercati esteri è, di gran lunga, la volontà di cogliere opportunità di crescita della domanda in altri Paesi, motivazione indicata dal 62,0% delle imprese internazionalizzate. Questa spinta all’espansione è strettamente correlata alla dimensione: pur essendo sentita dal 61,2% delle microimprese, diventa una ragione quasi universale per le grandi imprese (92,3%). Un altro fattore chiave è il miglioramento della competitività, indicato dal 45,8% delle imprese. È interessante notare come questo obiettivo sia più rilevante per le imprese di dimensioni minori, mentre lo è meno per le grandi, le quali, godendo probabilmente già di una competitività affermata, tendono a focalizzarsi sulla pura espansione del mercato. La diversificazione del rischio, invece, è una preoccupazione che risulta particolarmente sentita dalle imprese di fascia media (32,4% contro il 21,0% di tutte le imprese). Infine, altre motivazioni come l’acquisizione di nuove idee e know- how tecnologico (16,2%) e il superamento della saturazione del mercato domestico (16,2%) sono tendenzialmente minoritarie e sentite in misura maggiore dalle grandi imprese

Le principali sfide globali delle imprese: dalle barriere tariffarie alla ricerca di personale qualificato
Il principale elemento che limita le imprese internazionalizzate nella loro attività è la presenza di barriere burocratiche e/o tariffarie, un problema lamentato dal 40,4% delle imprese. Questa difficoltà è maggiormente critica per le grandi imprese (61,5%), le quali, gestendo volumi e mercati più vasti, si confrontano più di frequente con la complessa normativa internazionale. La seconda difficoltà più rilevante è il reclutamento di personale con competenze adeguate, segnalato dal 25,3% del totale delle imprese. Anche in questo caso, il problema si accentua per le grandi imprese (46,2%), per le quali l’acquisizione e la gestione di specialisti dell’internazionalizzazione rappresentano una sfida strategica notevole. La difficoltà nel reperire le informazioni necessarie è sentita nel 20,3% dei casi e riguarda soprattutto le piccole imprese (25,3%), mentre costituisce un ostacolo marginale per le grandi, che presumibilmente dispongono di strutture interne o consulenti per l’analisi dei mercati. Le microimprese sono quelle che lamentano maggiormente la difficoltà di reperimento delle risorse finanziarie necessarie (19,0%), un dato che supera la media totale (13,2%) e le altre classi dimensionali. Nonostante tali ostacoli, è significativa la quota di imprese che dichiara di non riscontrare particolari difficoltà (36,1% in totale), con il picco registrato tra le medie imprese (43,2%).

Competenze e struttura organizzativa per l’internazionalizzazione
La struttura organizzativa dedicata all’internazionalizzazione
La quota di imprese che dichiara di avere un ufficio dedicato ai rapporti con l’estero (24,0% in media) cresce man mano che la dimensione delle imprese aumenta. Nelle microimprese solo l’11,6% ha un ufficio dedicato. In queste imprese l’internazionalizzazione è probabilmente gestita dal titolare e in modo non strutturato. La quota sale al 23,6% nelle piccole imprese. Un salto significativo si ha per le medie imprese, con quasi la metà delle imprese (41,9%) che ha una struttura dedicata. Questo è il punto in cui l’attività internazionale pare diventare una funzione critica che richiede la strutturazione di unità organizzative specifiche. Nelle grandi realtà, la gestione dei mercati globali centralizzata e specializzata in un ufficio dedicato raggiunge un valore molto prossimo al 70% dei casi.

Il capitale umano per l’internazionalizzazione: addetti, titoli di studio e competenze linguistiche
In media, le imprese impiegano specificamente alle attività di internazionalizzazione circa quattro addetti, i quali rappresentano il 21,2% della forza lavoro totale. Il numero assoluto di addetti all’internazionalizzazione aumenta con la dimensione dell’impresa (da 2 nelle microimprese a 12 nelle grandi), ma la loro incidenza percentuale sul totale degli occupati diminuisce drasticamente all’aumentare della dimensione (passando dal 38,3% nelle microimprese a solo l’1,9% nelle grandi). Il diploma di scuola superiore è il titolo di studio prevalente tra questi addetti (53,5%), con un peso maggiore nelle micro e piccole imprese. La quota di personale laureato impiegato nelle attività con l’estero è molto più elevata nelle grandi imprese, raggiungendo il 70,6%, contro percentuali inferiori al 30% nelle micro e piccole. Questa disparità suggerisce che le imprese più grandi e strutturate non solo sono più attrattive per i laureati, ma necessitano anche di figure con competenze analitiche, strategiche e manageriali più elevate per gestire la maggiore complessità dei mercati globali (figura 5). L’inglese è di gran lunga la lingua straniera più conosciuta dagli addetti all’internazionalizzazione (71,7%), seguita dal tedesco (25,7%), dal francese (9,6%) e dallo spagnolo (8,3%). La conoscenza di altre lingue risulta marginale.

Il capitale umano per l’internazionalizzazione: addetti, titoli di studio e competenze linguistiche
In media, le imprese impiegano specificamente alle attività di internazionalizzazione circa quattro addetti, i quali rappresentano il 21,2% della forza lavoro totale. Il numero assoluto di addetti all’internazionalizzazione aumenta con la dimensione dell’impresa (da 2 nelle microimprese a 12 nelle grandi), ma la loro incidenza percentuale sul totale degli occupati diminuisce drasticamente all’aumentare della dimensione (passando dal 38,3% nelle microimprese a solo l’1,9% nelle grandi). Il diploma di scuola superiore è il titolo di studio prevalente tra questi addetti (53,5%), con un peso maggiore nelle micro e piccole imprese. La quota di personale laureato impiegato nelle attività con l’estero è molto più elevata nelle grandi imprese, raggiungendo il 70,6%, contro percentuali inferiori al 30% nelle micro e piccole. Questa disparità suggerisce che le imprese più grandi e strutturate non solo sono più attrattive per i laureati, ma necessitano anche di figure con competenze analitiche, strategiche e manageriali più elevate per gestire la maggiore complessità dei mercati globali (figura 5). L’inglese è di gran lunga la lingua straniera più conosciuta dagli addetti all’internazionalizzazione (71,7%), seguita dal tedesco (25,7%), dal francese (9,6%) e dallo spagnolo (8,3%). La conoscenza di altre lingue risulta marginale.

L’esternalizzazione è meno utilizzata (solo 5,2% dei casi) ma presenta una maggiore incidenza per le attività che richiedono elevata specializzazione, come la predisposizione di documentazione amministrativa e doganale (11,4%), mentre le attività che più frequentemente non sono svolte dalle imprese sono la gestione dell’assicurazione del commercio estero (ad esempio tramite operatori di assicurazione del credito all’esportazione) (56,8%), la ricerca di nuove opportunità di business (36,7%) e la produzione per l’estero (37,1%) con competenze specifiche viene visto più spesso come un fattore critico di successo rispetto a quanto succede nelle imprese di minore dimensione, dove tuttavia i giudizi sono più eterogenei. Complessivamente, solo il 5,0% delle imprese considera le competenze cruciali (figura 7). La maggioranza delle imprese (39,2%) affronta il tema delle competenze in modo reattivo, intervenendo solo in occasione di problemi contingenti relativi alla gestione dei rapporti esteri. Una quota leggermente inferiore (37,6%) adotta invece un approccio proattivo, trattando le competenze regolarmente come parte del normale processo di pianificazione aziendale. Una minoranza (23,2%) lega il tema della valutazione delle competenze esclusivamente all’assunzione o alla dimissione degli addetti all’estero.

 

 

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