(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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Un cambio di paradigma, concreto e misurabile. È stato siglato nei giorni scorsi l’accordo sindacale tra APSP Opera Romani di Nomi e le rappresentanze dei lavoratori: una sperimentazione che segna un passo deciso verso un nuovo modo di organizzare il lavoro nelle RSA, con un duplice obiettivo chiaro — migliorare la qualità della vita degli operatori e garantire una continuità assistenziale ancora più forte per gli ospiti.
L’intesa introduce, per i mesi di aprile e maggio, una modalità innovativa nella gestione della pausa pranzo: il personale socio-assistenziale e sanitario consumerà il pasto direttamente nei nuclei, all’interno di uno spazio ristorazione dedicato. Una scelta tutt’altro che simbolica: gli operatori resteranno presenti, disponibili e pronti a intervenire in caso di necessità o emergenze.
Il risultato è immediato: presidio costante, maggiore sicurezza, tempi di risposta più rapidi. Il pasto sarà fornito gratuitamente e consumato in orario di lavoro, riconoscendone il valore come parte integrante dell’attività assistenziale.
Ma questo accordo è molto di più di una riorganizzazione operativa. È un tassello di un progetto più ampio e ambizioso che APSP Opera Romani sta portando avanti: ripensare radicalmente il modello RSA, mettendo al centro le persone, la responsabilità diffusa, la sicurezza e la qualità delle relazioni.
Negli ultimi anni sono stati introdotti modelli di autorganizzazione dei team, supportati da percorsi strutturati di coaching organizzativo, con l’obiettivo di valorizzare competenze, autonomia decisionale e capacità di risposta ai bisogni complessi degli ospiti.
A questo si affianca una revisione profonda dei tempi di lavoro, già operativa: 3 giorni di lavoro e 2 di riposo per il personale turnista e 4 giorni di lavoro e 3 di riposo per il personale in servizio giornaliero.
Un modello che rompe gli schemi tradizionali e introduce una nuova idea di equilibrio tra lavoro e vita privata: meno stress, più energia, più qualità nel lavoro quotidiano.
Queste innovazioni nascono da una consapevolezza ormai evidente: il sistema delle RSA ha un bisogno urgente di evolversi. Non bastano interventi marginali. Serve un ripensamento profondo — organizzativo, gestionale, tecnologico e anche architettonico.
Servono strutture e modelli capaci di sostenere davvero il lavoro degli operatori e di migliorare, in modo tangibile, la vita degli ospiti.
In questa direzione si colloca il modello Human House 5.0, sviluppato dalle APSP di Cavedine e Nomi, che rappresenta oggi uno dei riferimenti più avanzati: ambienti più domestici e accoglienti, tecnologia integrata e “invisibile”, organizzazioni flessibili, team responsabilizzati. Un modello che supera la logica tradizionale della RSA e apre a una nuova idea di cura.
I primi risultati confermano la direzione intrapresa: migliorano il benessere degli operatori, crescono le performance e si alza la qualità complessiva dei servizi.
«Questo accordo rappresenta un ulteriore tassello di un modello organizzativo in evoluzione – sottolinea la Direzione – in cui qualità del lavoro e qualità dell’assistenza sono due facce della stessa medaglia».
La collaborazione con le rappresentanze dei lavoratori si conferma così un elemento strategico: non un vincolo, ma una leva di innovazione.
Al termine della sperimentazione, le parti torneranno a confrontarsi. Ma la direzione è già tracciata: costruire una RSA più moderna, più sostenibile e più umana.
