Gentile direttore Franceschi,
allego quanto oggi pubblicato sul quotidiano “Il T“, anche per consentire la visione ai lettori di Opinione.
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Chiara Maule Segretaria Provinciale di Campobase
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Gianfranco Postal ha posto, con la sua consueta lucidità, una domanda che merita risposta politica, non solo istituzionale: quale status per la città di Trento? Ma la domanda vera, quella che sta sotto, è un’altra: che idea di Trentino vogliamo?
A questo proposito, è giusto collocare il tema all’interno di una visione più larga: quella di un’autonomia che sia davvero diffusa, plurale, capace di abitare ogni angolo del territorio. Ed è precisamente questa visione che oggi manca. Perché la tendenza che connota l’azione della Provincia negli ultimi anni va nella direzione opposta: centralista, verticale, sempre più lontana dalle comunità.
Questa tendenza pesa su tutti. Pesa sui piccoli Comuni montani, lasciati soli davanti a sfide che non possono affrontare da soli. Pesa sulle Valli, praticamente orfane di quella riforma delle Comunità che avrebbe dovuto renderle protagoniste. Pesa sui Comuni intermedi, schiacciati tra competenze troppo grandi e risorse troppo piccole. E pesa su Trento, che porta sulle spalle funzioni di rango metropolitano senza averne gli strumenti.
Il Trentino non è — e non può essere — una piramide con la Provincia in cima e tutto il resto in attesa di istruzioni. È, o dovrebbe essere, un sistema policentrico: una pluralità di comunità diverse per dimensione, storia e vocazione, capaci di governarsi con responsabilità propria. Un sistema in cui la città capoluogo svolge un ruolo fondamentale di servizio all’intero territorio, ma in cui le valli e le comunità locali non sono satelliti: sono l’altra metà del Trentino, senza cui non esiste autonomia degna di questo nome.
La riforma del 2006 partiva da presupposti giusti. Ma non ha mai prodotto i risultati che prometteva, e vale la pena capire perché. Le Comunità di Valle sono rimaste troppo spesso contenitori fragili: a cui non sono state trasferite competenze reali, e che non sono state dotate del personale amministrativo necessario per esercitarle. Senza questi due elementi
— competenze e struttura — qualunque ente intermedio rischia di diventare un livello aggiuntivo senza valore aggiunto, una sovrastruttura che pesa senza incidere. I principi che ispiravano quella riforma — sussidiarietà, differenziazione, adeguatezza — restano validi.
Ma oggi servono risposte nuove, più coraggiose, capaci di tradurre quei principi in realtà concreta: competenze vere, risorse adeguate, personale in grado di gestirle. Servono misure concrete per le valli, per evitare che la desertificazione istituzionale si aggiunga a quella demografica. E servono strumenti reali per Trento, che non può continuare a gestire con le mani legate funzioni essenziali per tutto il sistema trentino. Ma attenzione: riconoscere le specificità del capoluogo non significa costruire un Trentino a due velocità. Significa, al contrario, che ogni parte del territorio abbia ciò di cui ha bisogno per stare in piedi da sola, contribuendo al tutto in modo biunivoco e in una logica di continuità tra centro e valli.
E vale lo stesso per il mondo civile e sociale: l’autonomia vera non crea dipendenza dal palazzo, crea responsabilità. Alimenta corpi intermedi forti, comunità capaci di autogovernarsi, un tessuto civile che non aspetta ma propone.
La nostra non è una Provincia come le altre, dotata solo di qualche potere in più e — fin che dura — di qualche risorsa in più. È un’esperienza politica fondata su un’idea precisa: che la prossimità al territorio non sia un limite, ma una risorsa. Che governare bene significhi farlo vicino, con le persone, non sopra di loro.
