Gentile direttore Franceschi,
allego quanto oggi pubblicato sul quotidiano “l’Adige“, anche per consentire la visione ai lettori di Opinione.
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Avv. Valeria Parolari
Tione (Tn)
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In medio stat virtus, dicevano i latini: la virtù sta nel mezzo. Ma ci sono momenti della storia in cui stare nel mezzo non è virtù. È rinuncia alla responsabilità. Non è un caso che molti filosofi abbiano riflettuto proprio sull’incapacità di governare che si manifesta quando chi ha il potere evita di assumersi la responsabilità delle proprie decisioni. Platone, nella Repubblica, scriveva che uno dei mali delle città è quando a governare non sono i più saggi ma coloro che non hanno la capacità o il coraggio di farlo. E avvertiva che il prezzo di questo vuoto di responsabilità è che le decisioni finiscono per essere prese da chi è meno adatto.
Secoli dopo, anche Hannah Arendt ha ricordato come il male nella politica spesso non nasca da grandi ideologie, ma dall’incapacità o dalla rinuncia a giudicare e a prendere posizione. È ciò che lei definiva la “banalità del male”: l’abdicazione alla responsabilità personale di fronte alle scelte che contano.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da chi guida un Paese. E dire di non essere “né a favore né contro la guerra”, come ha fatto la Presidente Giorgia Meloni non è una posizione neutrale: è una scelta politica e morale molto precisa.
Perché la guerra non è una categoria astratta su cui si possa sospendere il giudizio. La guerra è morte, distruzione, civili che muoiono sotto le bombe, città rase al suolo, generazioni segnate per sempre. Dietro ogni guerra ci sono persone reali che pagano il prezzo di decisioni prese altrove, spesso da chi quella guerra non la combatterà mai e non la subirà mai sulla propria pelle.
Per questo l’idea di non essere contro la guerra è inaccettabile. Non esiste una zona grigia quando si parla di guerra. Non esiste una posizione di comodo tra chi difende la vita e chi accetta che la violenza armata diventi uno strumento normale della politica internazionale.
La nostra Costituzione lo dice con una chiarezza che non lascia spazio ad ambiguità. L’articolo 11 sancisce che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Non dice che l’Italia resta neutrale. Non dice che l’Italia “non prende posizione”. Dice che la guerra viene ripudiata.
Quelle parole sono state scritte dopo due guerre mondiali che hanno devastato l’Europa e prodotto decine di milioni di morti. Sono il risultato di una memoria storica durissima e della consapevolezza che la pace è una scelta di civiltà.
Quando una Presidente del Consiglio evita di dirsi contro la guerra, non sta dimostrando prudenza diplomatica. Sta dimostrando una preoccupante mancanza di coraggio politico e morale.
E c’è anche un altro elemento che rende queste parole ancora più inquietanti. La relazione politica e personale che Meloni rivendica con Donald Trump e l’allineamento costante con quella visione del mondo, fanno apparire l’Italia sempre meno autonoma e sempre più succube di un’area politica internazionale che della forza militare e della logica dello scontro ha fatto una bandiera.
La politica estera di un Paese non dovrebbe mai essere il riflesso di amicizie personali o di fedeltà ideologiche verso leader stranieri. Dovrebbe essere guidata dalla Costituzione, dall’interesse nazionale e da una visione autonoma del ruolo dell’Italia nel mondo.
Quando invece si scelgono parole ambigue sulla guerra, quando si evita perfino di dire che la guerra è sbagliata, il messaggio che passa è esattamente l’opposto: che non si è liberi di prendere posizione. La storia, però, è molto severa con chi sceglie l’ambiguità nei momenti decisivi. E davanti alla guerra non esiste neutralità dignitosa: esiste solo la responsabilità di dire con chiarezza da che parte si sta. E la nostra Costituzione, su questo, non lascia dubbi. Sta dalla parte della pace.
