Gentile direttore Franceschi,
sono tempi strani, nei quali l’odio talvolta si traveste da amore, e capita persino di vedere giustificata l’aggressività dei propri figli quando imbrattano, distruggono o aggrediscono chi non appartiene al loro gruppo. Colpisce sentire che tutto ciò venga presentato “in nome dei bambini che soffrono e muoiono in contesti di guerra”, ma paradossalmente non di tutte le guerre.
Difendere i più piccoli è un gesto nobile, ma dovrebbe valere sempre, non solo quando la loro disperazione e la loro morte diventano mediatiche e funzionali a battaglie politiche di casa nostra che finiscono per alimentare divisione e scontro sociale. Ogni bambino è, prima di tutto, un essere umano portatore di diritti inalienabili, e il più fondamentale di questi è il diritto alla vita.
Ecco allora la domanda che mi pongo: perché i bambini colpiti dalla guerra suscitano, giustamente, tanta attenzione e difesa, mentre quelli esposti a un’altra silenziosa ingiustizia, come l’aborto, sembrano non ricevere la stessa compassione, lo stesso sdegno, la stessa forza nella difesa? Se davvero la coerenza fosse il criterio, dovremmo difenderli tutti – sempre – perché in fondo sono, anche loro, semplicemente bambini. Eppure questi, troppo spesso, finiscono dimenticati, quasi come se non contassero.
Forse la vera sfida che abbiamo davanti è questa: imparare a guardare a ogni bambino con lo stesso sguardo, senza eccezioni, senza distinzioni, perché la loro vita non può mai essere ridotta a strumento nelle mani di adulti che li tradiscono.
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Claudio Cia
Consigliere della Provincia autonoma di Trento
