Decreto legge intercettazioni e trojan: questioni di metodo. Ormai la decretazione d’urgenza e il voto di fiducia rappresentano il modo ordinario di fare e approvare le leggi.

Si è votato ieri alla Camera la fiducia sulla conversione del decreto legge sulle intercettazioni. Il testo, già approvato in Senato, si avvia quindi all’approvazione definitiva attraverso un voto “prendere o lasciare”, dall’esito quindi del tutto scontato.

Il decreto modifica la riforma Orlando (dal nome dell’allora ministro della giustizia) sulle intercettazioni, introducendo la possibilità di intercettazione ambientale tramite trojan per i delitti degli incaricati di pubblico servizio contro la pubblica amministrazione (oltre che, come ora, per i pubblici ufficiali) ed escludendo i delitti contro la pubblica amministrazione da quelli per i quali occorre indicare luoghi e tempi in relazione ai quali è consentita l’attivazione del microfono. Affida inoltre al PM la selezione delle intercettazioni di interesse per le indagini, eliminando l’iniziale valutazione della polizia giudiziaria; consente l’uso dei risultati delle intercettazioni mediante trojan per provare reati diversi da quelli per i quali è stata autorizzata la captazione, purché si tratti di reati di mafia e terrorismo e delitti contro la PA.
L’uso dei trojan per captare le comunicazioni è la più invadente e subdola modalità di intercettazione, non a caso inizialmente prevista in limitate, gravissime ipotesi di reato, e poi estesa per volere del ministro Bonafede anche a intercettazioni per reati come l’abuso di ufficio, nella foga di fare qualcosa (o quantomeno dirlo) per stanare i corrotti.

Rincresce, dunque, che per un metodo così penetrante di indagini non solo si sia dovuti ricorrere al decreto legge, ma pure al voto di fiducia. Il fatto che ormai la decretazione d’urgenza e la questione di fiducia rappresentino il modo ordinario di fare e approvare le leggi non ne rende più tollerabile il loro distorto uso. Che vi si ricorra, anzi, dieci volte anziché una rende ancor più grave l’incapacità delle maggioranze di governo di attuare il loro programma, senza dover ricorrere alla via breve del decreto legge e al ricatto della questione di fiducia. Entrambi i procedimenti sono nati per affrontare situazioni specifiche e eccezionali, non per nascondere la debolezza dell’agire politico. Che tale debolezza diventi forza solo grazie all’arma del ricatto politico non è solo segno della crisi della politica, ma, quel che è assai peggio, della protervia dello Stato, specie quando in ballo ci sono, come nel caso dei trojan, i nostri diritti.