Gentile direttore Franceschi,
allego quanto oggi pubblicato sul quotidiano “Corriere del Trentino“, anche per consentire la visione ai lettori di Opinione.
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Walter Pruner
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In Trentino, dal dopoguerra al 2003, il sistema elettorale proporzionale è rimasto di fatto invariato. Poi la linea del Piave, nel 2003 con la prima elezione diretta del Presidente e premio di maggioranza. Successivamente qualche correttivo, la L.P. 3/2013 e la L.P. 8/2018. Lorenzo Dellai, Ugo Rossi e l’attuale Maurizio Fugatti ad oggi i tre presidenti eletti direttamente.
Sentire parlare di legge elettorale a ridosso di elezioni e con particolare attenzione da quelle formazioni maggiormente in difficoltà coi sondaggi non è mai buona cosa. Ne abbassa il tasso di credibilità e di serietà: però parlarne è naturalmente tutt’altro che blasfemo, anzi, é sale per la democrazia, a condizione che le ragioni riformative siano forti, radicate, condivise, con obiettivi alti.
Un chiarimento tecnico brevissimo ma necessario riguarda il contesto elettorale di cui si parla. L’attuale legge elettorale non è puramente proporzionale nè puramente maggioritaria. E’ un sistema misto a prevalenza proporzionale con premio di maggioranza ed elezione diretta del Presidente della Provincia. Un sistema che indubbiamente garantisce maggiormente lo spirito coalizionale rispetto a quello di partito.
Gli autonomisti sono intrensicamente proporzionalisti in virtù della loro natura rigorosamente territoriale ed a tutela di minoranze, specialità, ordini dimensionati e sotto o mal rappresentati. L’autonomismo rifugge di conseguenza da torsioni a guida nazionalista, proprio perchè questa punta a raddrizzare la vite, anzichè fare di questa tortuosa specialità una ricchezza. Il proporzionale si adatta dunque a loro di più.
Lo capì molto bene nel 2019 Ugo Rossi, senza intermittenze ed a calendario elettorale neutro, con la sua proposta di legge in chiave proporzionale, sbarramento e sfiducia costruttiva annessi, che acutamente anticipava tra l’altro le problematiche del terzo mandato,
Poi, è ormai storia contmporanea, la firma indigesta del proponente Rossi, la difesa del terzo mandato già negoziata dalle Stelle Alpine con la Lega, la loro ondivaga condivisione proporzionalista, costrinse l’ex presidente autonomista al ritiro del provvedimento.
Fosse stata la posizione proporzionalista delle due stelle alpine realmente cristallizzata e creduta al suo interno, e non “infugattata” da interessi terzi, avrebbe potuto tranquillamente essere inserita nel successivo accordo di programma, cosa che non venne neanche tentata. Il voto in aula delle stelle alpine sul terzo mandato a Fugatti, è lì a riprova della efficacia della mordacchia leghista.
Curioso che oggi a proporre la svolta elettorale sia l’angosciato salmone autonomista, impegnato nella risalita della corrente; esso, all’amo della lenza meloniana, anela, in debito d’ossigeno, legittime quanto nuove norme di calendario ittico che ne evitino la estinzione. Una seconda chance non si nega a nessuno.
La politica non può dunque fermarsi alla storia ma muoversi conoscendola. Bene dunque approfondire. Il punto è principalmente uno, e ruota attorno al concetto di stabilità e vittoria. Se l’ambizione è quella di ottenere un quadro politico più stabile perché la sua instabilità crea pregiudizio operativo questo è un tipo di discorso virtuoso su cui vale la pena aprire il dibattito. Se di contro lo scopo è quello di sopperire ad una debolezza elettorale e vincere attraverso un contingente stratagemma tecnico utile a pochi, non si può che parlare di indecenza,
Le riforme elettorali devono funzionare, durare nel tempo, offrire un punto di caduta parimenti accettabile a vincitori e vinti. Tanto più concepite fuori da scadenze elettorali, più sono credibili. Nell’equilibrio tra maggioranza e minoranza sta uno degli imprescindibili punti di caduta di una democrazia compiuta.
L’auspicio è che tutte le forze, di maggioranza e minoranza non rileva, affrontino con serietà la problematica, senza pendolarismi o tatticismi di corto respiro. Guai a pensare che ogni qualvolta il meteo segna tempesta elettorale si possa pensare di costruire un tetto a modulata intensità per nascondere sconfitte che sono politiche e non tecniche.
Guai a ritenere di fronteggiare le difficoltà riducendosi l’ampiezza della porta in campo a seconda delle misure antropometriche del proprio portiere, anziché lavorare sulla esplosività di quest’ultimo.
Il punto dunque riguarda la qualità del cinturato delle attuali gomme istituzionali, che è fondamentalmente liscio; ecco, le eventuali riforme sulle regole, si sappia che nulla hanno a che vedere con la tenuta della monoposto istituzionale. Il grip istituzionale è oggi al limite e non solo per demeriti propri ma di contesto nazionale ed internazionale, a prescindere dalla legge elettorale. Non possiamo in assoluto permetterci il lusso di una parcellizzazione del quadro politico nè di egemonie dispotiche. Si facciano le riforme necessarie se condivise, collocandole dove meritano, ma senza interessi privati in atti legislativi.
